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Le poesie di Gian Piero
Stefanoni si configurano come una fastosa, ricca e intensa
(non barocca) serie di preghiere rivolte a Dio. Sembra di
dire una cosa ovvia, data la presenza frequentissima di
maiuscole nel riferirsi e appellarsi al divino, e il tessuto
verbale che volentieri si rifà al testo biblico nonché, qua
e là, a quello liturgico. Meno banale, e più importante,
però, è l’essenza più profonda di questi testi, la quale
risiede nella fertile coesistenza di supplica e
ringraziamento.
Stefanoni non si perde in vane circonlocuzioni verbali per
descrivere il divino, come è pessima abitudine di certa
poesia religiosa probabilmente meno sincera, preferendo
attenersi alla concretezza della vita umana con le sue
scosse e difficoltà ma anche le sue gioie quotidiane, e
ringraziare tanto per le une quanto per le altre. Il «nostro
salmo oggi» potrebbe essere l’ascolto del «proprio limite»:
il Signore non ci acceca con la sua luce ma ci pone «l’uno
di fronte all’altro», e l’unico modo per pregare davvero è
vivere la propria preghiera amando Dio e l’uomo, mentre il
canto prosegue «giubilando ogni dubbio».
Sullo sfondo Roma, la città della cristianità che l’autore
abita con amore critico, riempiendone le distanze con la
generosità dello spirito; la ama come teatro
dell’«ineluttabile amore» che innalza con versi tramite i
quali va a costruire un amplissimo e personale Credo.
Sandro Montalto
* * *
Piazza San Pietro
per Giovanni Paolo II
Ora finalmente, con Te,
sulla soglia di Cristo –
battendo il medesimo tempo
in una veglia di olii e portoni –
Padre, Fratello, Uomo rivelato.
Questo il Capitolo opposto,
l’umana alleanza: il nostro “No!”
dichiarato ad una scevra sostanza.
In un quieto, lento, paziente avanzare
solo la pietra che dice la sacralità
del suo cerchio: ROMA, che vasta
e nuova respiri il tuo visibile Credo
toccando ancora l’Anello: per noi
fatti di terra, con te prega l’Agnello.
Roma, 3 aprile 2005
* * *
Ponte Cestio
“Non punirti più, non punirti più...” –
ti dici Roma tra l’odore del piscio
e una bellezza che non può più bastare.
Ma risalgono e avanzano, senza più ostacoli
gli animali fiutando la carne.
Nel nostro dare o non dare, il lamento degli stupri,
le voci lasciate a casa, prestate al sangue.
Anime vili, anime prave, ogni tanto qualcuno
non ce la fa e cede: gambe, braccia,
denti consegnate ai giornali.
Come giocare tra le mine e improvvisamente saltare.
* * *
Via Ozanam
Fammi più forte, Padre,
fammi più vigile, ché il male
aggredisce sempre, aggredisce
e lo spirito apre spiragli
dove non c’è costanza di luce
o nella luce crede abbastarsi il calore
in un’aggiunta d’amore.
Rendi il tuo servo uno, umano
e pronto, che il male è in lui,
nel suo tormento e la parola incrina
volgendo il cuore alla bestemmia.
Da spina fammi seme, da seme
fammi pianta: a Te sia resa carne.
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