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Aky
Vetere (Verona,1954) vive e lavora a Milano. Scultore e poeta, si
occupa di critica letteraria. È redattore della rivista di
poesia, arte e filosofia “La Mosca di Milano”.
Per la
poesia ha pubblicato: Mnemosyne
(Lietocolle,
2005), Angelo
senza cielo (ivi, 2007), Luce d’ombra (ivi, 2008).
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Camminava sicuro come se quella
strada l’avesse percorsa sempre, fino al giorno prima.
Da lontano gli sembrava di vedere il giardino di magnolie; si sentiva
già vicino al traguardo quando un senso di panico gli
frenò la corsa.
«Che ti prende? Non sei mica più innamorato! Forse
è stata la discesa; l’ho presa troppo di corsa,
non ho più sedici anni!»
In fondo al viale vedeva il muro di pietra che cingeva la
proprietà.
Lo aggirò; era alto e gli sembrava ancora più
alto di un tempo ma non voleva arrivare fino al cancello dalla parte
della strada, non voleva farsi vedere dai passanti.
Pensava che un punto diverso avrebbe stimolato l’emozione;
non gli interessava sapere se Orietta abitasse ancora in quella casa,
Carlo voleva solo vedere cos’era cambiato dopo tanti anni.
Prima di arrampicarsi guardò dalla strada per vedere almeno
il tetto della villa e le cime delle magnolie dal verde cupo che
ricordava intensamente.
Con uno scatto si arrampicò per raggiungere un buco nel muro
abbastanza ampio da lasciar passare uno squarcio di spazio azzurro, di
un colore così trasparente che solo l’inverno sa
tingere.
Forzò con la punta dei piedi e fece leva con le braccia fino
a quando riuscì a portare l’occhio davanti al
giardino.
Ma oltre non vide più nulla.
Non c’erano più le magnolie e neppure la casa era
la stessa.
Un basso condominio residenziale occupava tutta l’area.
Le piante che prima con il verde amaro delle foglie coprivano la villa
fin sotto il tetto, erano state sostituite da spigolose siepi di
ligustro, poste ai margini di vialetti di porfido illuminati da
ordinari lampioni.
Desolato, Carlo guardò sempre più giù
e verso il mare; voleva legare i ricordi a qualcosa che la mano
dell’uomo non avesse ancora toccato.
Più in basso, dove il foro cadeva al di là del
muro e l’occhio non poteva più penetrare,
ritrovò l’azzurro del cielo che aveva lasciato
prima di salire.
Ritrovò il lucore che aveva sentito prima di guardare nel
pertugio.
Il contrasto tra il grigio del muro e la trasparenza del cielo gli
restituiva una vibrazione trascendente, come se quel tratto di cielo
tenuto prigioniero in una gabbia di pietra potesse urlare la sua
immensità attraverso un suono che da tanto tempo non aveva
più ascoltato. Quel suono era il silenzio.
Avvicinò l’orecchio pensando che il vento con la
sua invisibile fluidità potesse varcare
l’impossibile ed entrare dentro il piccolo spazio che lo
conteneva.
Si ricordò della parabola di un Vangelo apocrifo che aveva
letto durante gli anni del collegio, in cui Gesù, scavata
una buca sulla sabbia, versava tutta l’acqua del mare.
Carlo credeva nel potere infinito dell’immaginazione.
[...]
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