i libri

Aky Vetere

 

Profondità e

quotidiano

2009

ISBN 13: 978-88-7536-195-2

pp. 80

cm 15x21

€ 11,50

 

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L'autore

Aky Vetere (Verona,1954) vive e lavora a Milano. Scultore e poeta, si occupa di critica letteraria. È redattore della rivista di poesia, arte e filosofia “La Mosca di Milano”.

Per la poesia ha pubblicato: Mnemosyne (Lietocolle, 2005), Angelo senza cielo (ivi, 2007), Luce d’ombra (ivi, 2008).
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I testi

 

Camminava sicuro come se quella strada l’avesse percorsa sempre, fino al giorno prima.
Da lontano gli sembrava di vedere il giardino di magnolie; si sentiva già vicino al traguardo quando un senso di panico gli frenò la corsa.
«Che ti prende? Non sei mica più innamorato! Forse è stata la discesa; l’ho presa troppo di corsa, non ho più sedici anni!»
In fondo al viale vedeva il muro di pietra che cingeva la proprietà.
Lo aggirò; era alto e gli sembrava ancora più alto di un tempo ma non voleva arrivare fino al cancello dalla parte della strada, non voleva farsi vedere dai passanti.
Pensava che un punto diverso avrebbe stimolato l’emozione; non gli interessava sapere se Orietta abitasse ancora in quella casa, Carlo voleva solo vedere cos’era cambiato dopo tanti anni.
Prima di arrampicarsi guardò dalla strada per vedere almeno il tetto della villa e le cime delle magnolie dal verde cupo che ricordava intensamente.
Con uno scatto si arrampicò per raggiungere un buco nel muro abbastanza ampio da lasciar passare uno squarcio di spazio azzurro, di un colore così trasparente che solo l’inverno sa tingere.
Forzò con la punta dei piedi e fece leva con le braccia fino a quando riuscì a portare l’occhio davanti al giardino.
Ma oltre non vide più nulla.
Non c’erano più le magnolie e neppure la casa era la stessa.
Un basso condominio residenziale occupava tutta l’area.
Le piante che prima con il verde amaro delle foglie coprivano la villa fin sotto il tetto, erano state sostituite da spigolose siepi di ligustro, poste ai margini di vialetti di porfido illuminati da ordinari lampioni.
Desolato, Carlo guardò sempre più giù e verso il mare; voleva legare i ricordi a qualcosa che la mano dell’uomo non avesse ancora toccato.
Più in basso, dove il foro cadeva al di là del muro e l’occhio non poteva più penetrare, ritrovò l’azzurro del cielo che aveva lasciato prima di salire.
Ritrovò il lucore che aveva sentito prima di guardare nel pertugio.
Il contrasto tra il grigio del muro e la trasparenza del cielo gli restituiva una vibrazione trascendente, come se quel tratto di cielo tenuto prigioniero in una gabbia di pietra potesse urlare la sua immensità attraverso un suono che da tanto tempo non aveva più ascoltato. Quel suono era il silenzio.
Avvicinò l’orecchio pensando che il vento con la sua invisibile fluidità potesse varcare l’impossibile ed entrare dentro il piccolo spazio che lo conteneva.
Si ricordò della parabola di un Vangelo apocrifo che aveva letto durante gli anni del collegio, in cui Gesù, scavata una buca sulla sabbia, versava tutta l’acqua del mare.
Carlo credeva nel potere infinito dell’immaginazione.

[...]

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