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L’assordante sole meridiano squarcia
l’aria immobile di un’estate
pregna e convulsa d’involute
attese. L’abbaglio del cielo
luminifero, sola folgore, s’intrufola
tra lordi e scleronti gangli – lipidiche
sinapsi – e fa largo per anfratti e
supersaturi vani.
Un secco alito salso azzolfa
nari e lari, scuote e dona
moto all’assopito ingranaggio
d’orientazione di verbi soste
ronde, a riscoprire l’incessante
brulichio d’organismi – minuti
assidui esoscheletri – silente
monotono brusio – ripetuto assoluto –
per ateleologico assuefatto dissipare.
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* *
Gli
occhi di Cioran
Assisto lucido –
emiplegico –
alla pira del mio volere.
Attizzo invano fuligginose
sparse braci. Mai metterò a tacere
questo spiacevole brusiare
che è la mia parte intera.
Veglio d’insonnia sulle mie assenze,
attonito scialacquo vita:
non c’è memoria di
disperazione, laddove
la s’intendesse
come poi di
speme.
Allorché ogni evento tende
a configurarsi come bagliore,
scaturigine di singolarità αΩ,
incessante fluisce la prece
all’ottundimento benefico – salvifico –
precario refrigerio, e momentaneo:
mesto pacifico resistere
d’incandescente filamento rameico.
Quasi francescanamente, mi aggrappo
a tutta questa iuta, questo sacco,
questi stracci, questa rogna:
la riconosco, mi riconosco,
e silenzioso incanalo il corpo
nel mercantile moto viscoso;
non mendico, non bramo,
formulo ipotesi di equilibrate
condivisioni. E guardo
incessantemente
e sguardo.
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