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May
I have another you in a minute?
Como-Milano, otto
giugno duemilaetot
Tatà-tatà. Tatà-tatà.
Tatà-tatà. Un trenino di pochi vagoni che slitta
tra il verde (verde?) sui binari d’acciaio dovrebbe essere
un’immagine che riconduce alla tranquillità di un
viaggio sicuro, alla stessa sicurezza di spostarsi
all’interno di guide irremovibili, al ricongiungimento
primordiale dell’uomo con la sua madre Nautra e poi con i
proprio affetti e cazzi vari.
Tatà-tatà. Tatà-tatà.
Tatà-tatà e via così, sbattucchiata e
rintronata, attraversando velocissima la grigia e gialla e marrone
brianza e mi dico che mi servirebbe proprio del meritato eternoriposo e
questo magno e continuo tatà-tatà proprio me lo
impedisce.
Mi sistemo una ciocca di capelli tinti dietro l’orecchio
addobbato di perle di fiume, poi la sposto scontenta e
l’appunto con una forcina nera al centro della testa e
l’effetto che ottengo è proprio quello di
un’onda bionda e oceanica proprio nel mezzo del cranio, e lo
intravedo nel riflesso del finestrino che è sporco come una
cloaca a cielo aperto.
Mi annuso la manica del trench beige Burberry che profuma di una
delicata fragranza francese e mi incastro bene gli auricolari bianchi
nei padiglioni auricolari e inizio l’ascolto di una song
supertop dei Pet Shop Boys tenendo il volume dell’Ipod
volutamente basso e mi chiedo perché, circondata da altri
homini sapientis, m’attanaglia sempre una strana et
insondabile pulsione-compulsione all’autoinumazione,
altrimenti detta imbarazzo ingiustificato o aperte le virgolette crisi
del fuoriluogo chiuse le virgolette; come se mi vergognassi di qualche
preciso, ma imprecisato particolare del mio corpo barra carattere.
Neil Tennant è elettronicissimo e mi sta dicendo che lui non
è mai stato un gran fico in amore e che le sue difese sono
abbassate e che vorrebbe che un angelo gli atterrasse proprio adesso di
fianco e io penso che è un cazzo di bugiardo,
perché lui è Neil Tennant, cristo, e
scoperà come una nutria, alla faccia del mondo intero,
sebbene si sprechi nell’invocare lunga vita alle illusioni; a
quelle solite e di tutti quanti.
Sono molto interessata ai discorsi catasessuali di due more formose
sedute di fronte a me sul treno che da Como porta alla stazione di
Milano-Cadorna. E potrebbero essere bergamasche o bresciane, a caso.
Marco mi portava in macchina, a Como e
ovunque chiedessi di andare. Peccava in puntualità, ma per
me era una tela bianca: tutta da disegnare, a mio piacimento.
Più o meno all’altezza di Saronno, una delle due
racconta all’altra d’aver sentito il suo pisello
dentro fino ai polmoni e la descrizione mi sembra decisamente retorica
ed iperbolica e, sebbene lei sia molto molto bella e relativamente
elegante; in base al target del discorso, posso tranquillamente
ipotizzare che entrambe si distinguano per antifrastica inibizione e
correlato provincialismo e io, che a Como ci lavoro e basta, posso dire
di trovarmi a chilometri di distanza.
L’amica della prima ridacchia come un’oca e
risponde che a lei i piselli piccoli l’hanno sempre messa in
grandissimo imbarazzo e che, fortunatamente, di piselli piccoli non ne
ha mai incrociati e che anzi, precisa, a Zanzibar
s’è fatta stendere da un guerriero Masai che il
pisello ce l’aveva come un didgeridoo; quindi alzo il volume
dell’Ipod e frugo nella Buckle-bag di Fendi alla ricerca del
Nokia. Rileggo il vecchio messaggio di Marco che mi ricorda Quattro.
Cadorna. Stringato e preciso, proprio come lui: un orologio svizzero e
una gran macchina da soldi, grazie a quello strano ed inspiegabile
fiuto per il successo.
Sono follemente tentata di comporre il suo numero Tim, telefonargli,
parlargli per dire Marco, ritardo! riattaccando subito dopo, tanto per
esser anch’io un po’ più stringata di
quanto non lo sia di solito, ma ci ripenso e la sola idea di vedere la
sua icona accanto all’Id chiamante mi fa desistere
completamente da questo genere d’impresa disperata. Allora
chiamo Francesco che ha un tono molto sbrigativo perché
è in fase lavoro-intenso e mi dice Amore, ti chiamo io
appena ho un attimo... e io dico Occhei Fra! e riattacco e mi sa tanto
che passo per vera cogliona agli occhi delle due cariatidi del bocchino
che si fanno l’idea distortissima di me, tipo della donna che
si lascia piegare dal proprio maschione.
È la ricerca costante dell’ampollosità
oratoria il mio più grave e greve difetto.
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