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Oro
nero
La sera, al telegiornale, Gianni aveva visto le immagini
dell’Iraq.
Anche se non aveva mai letto la Divina Commedia, s’immaginava
che i gironi dell’inferno di Dante avessero le stesse
caratteristiche delle immagini passate al telegiornale: caldo, puzza di
cadavere, grida di disperati.
Era per lui impossibile capire come le persone che avevano deciso di
iniziare la guerra, potessero dormire la notte senza avre incubi, per
via dei rimorsi di coscienza.
Se a lui fosse capitato di commettere uno sbaglio simile in un momento
di follia, avrebbe cercato di porvi rimedio: chiedendo scusa al popolo
iraqueno e alla persone a cui i cari erano morti e cercando di
ristabilire la pace...
Una domanda gli pulsava in testa: ammesso che queste armi di
distruzione di massa esistessero e fossero in Iraq, il modo migliore
per far in modo che Saddam le usasse non era invadere il suo territorio
con ispettori e farlo così sentire minacciato. Il gatto,
spaventato dal cane, non lo graffia in pieno viso?
Quando sentiva parlare di decisioni di potenti prese in nome di grandi
ideali come la pace, cresceva dentro di lui un istinto di rabbia: non
si spiegava perché, visto che la pace era considerata da
tutti, lui compreso, un ideale positivo.
Cercare di ottenere la pace con la guerra: in questa frase ravvisava un
che di contraddittorio. Com’era possibile che i governanti
non si rendessero conto di quest’ossimoro? O forse Bush non
entrava in guerra per ottenere la pace ed il suo scopo era un altro?
Ora era fermo al distributore di carburante per fare il pieno.
L’odore di benzina gli riempì le narici e,
improvvisamente, la mente di Gianni aggiunse un altro particolare ai
gironi dell’Inferno dantesco.
Caldo, puzza di cadavere, grida di disperati e... odore di benzina, un
forte odore di benzina.
* * *
Un biglietto stropicciato
Erano due settimane che Carla non usciva con nessun ragazzo e non era
normale per una come lei!
Quando lui entrò nel pub, pensò che da tempo non
le capitava di vedere qualcuno così: non che fosse bello, ma
il suo sorriso trasmetteva calore. Decise di non lasciarsi sfuggire
l’occasione, quindi prese carta e penna e annotò
il proprio numero di cellulare su un foglietto stropicciato in modo
che, quando si fosse avvicinata per prendere gli ordini, avrebbe fatto
scivolare il foglietto dalla sua mano a quella del ragazzo. Con questo
metodo aveva conosciuto tutti i suoi ex-ragazzi. Dopo due minuti Carla
raggiunse il tavolo del ragazzo.
Si sentiva stranamente agitata, mai le era successo... Il suo motto
era: «Se va, va, se no sarà per un’altra
volta», quindi, quando faceva scivolare il biglietto nella
mano del ragazzo di turno, non attribuiva troppa importanza al gesto.
Fatto il suo lavoro balbettò un «Torno
subito» e si allontanò, con il biglietto ancora in
tasca.
Fu la collega a portare le bibite perché c’era
molto lavoro e non ebbe il tempo di dirle che voleva farlo lei.
Nell’ora e mezza successiva non ci fu un minuto di tregua,
tanto che, ben presto, non ci fu più un posto libero;
entrarono due compagnie molto numerose e, non trovando posto a sedere,
restarono in piedi al centro del pub, dove Carla passava ogni volta per
raggiungere i tavoli. Doveva fare la gincana tra i piedi evitando,
inoltre, che le persone non urtassero il vassoio con le bibite.
Qualcuno tentava di abbordarla, ma lei fingeva di non sentire e
continuava a fissare i piedi sul pavimento. Quando raggiungeva un
tavolo, dopo aver attraversato quel mare di gente, si sentiva
più sollevata, perché il viaggio di ritorno
sarebbe stato senza carico e aveva una mano libera per farsi strada.
Mancavano quindici minuti a mezzanotte. Tra un quarto d’ora
avrebbe finito il turno: la serata era stata faticosa, aveva voglia di
buttarsi sul letto e dormire fino a mezzogiorno.
Uscì dal pub: in strada c’era una compagnia di
ragazzi, di cui la metà ubriachi. Faceva freddo e pioveva,
ma non tanto da darle fastidio. Attraversò la strada,
dirigendosi verso il parcheggiò dove teneva la macchina.
Pensò che era un peccato non aver avuto il coraggio di dare
il biglietto al ragazzo, chissà se sarebbe mai tornato al
pub. Era talmente stanca che smise subito di pensarci, ormai sognava
solo il letto.
Quando mise la mano in tasca, in cerca di un fazzoletto,
trovò un piccolo foglio, stropicciato al tatto, sopra il
quale c’era un numero di telefono con un nome: Yuri.
Una voce la chiamò: «Carla, ti chiami Carla,
vero?»
Era il ragazzo del sorriso.
«Non ero sicuro che avessi notato che ero stato io a metterti
il biglietto in tasca...»
«No infatti, l’ho visto solo ora...»
A quel punto estrasse l’altro biglietto con il suo numero e
lo diede a Yuri.
«L’avevi preparato per me?»
Lei mentì: «Ne tengo uno in tasca per ogni
evenienza, non si sa mai...». Poi lo guardò e gli
sorrise: «Domani hai da fare?»
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