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Chi
leggerà questi cinque racconti di Luca Zendri
sarà certamente attraversato dalle sensazioni più
diverse: anzitutto vi è la piattezza della vita quotidiana,
di personaggi che si incontrano ogni giorno, ma colti sarcasticamente e
spietatatamente nelle loro più buie miserie. Tuttavia queste
vengono esasperate a tal punto che quella piattezza si capovolge in un
surrealismo grottesco. All’ordinario subentrano le
inquietudini di ciò che non appartiene al comune corso del
reale, dando un contesto a eventi, apparizioni e casi veramente
straordinari. Realtà e surrealtà si mescolano
insieme, ora prevale l’una ora l’altra, creando
un’atmosfera piena di fascino: la lettura diventa trascinante
ed inarrestabile. E nel suo corso ecco la scintilla, il cenno,
l’aggettivo, l’episodio che fa scattare una cosa
molto importante, risanatrice e liberatoria: la risata. Irrefrenabile.
Giovanni Piana
*
* *
Gerald Frühstück era un
descrittore anastatico.
Una nuova professione.
Un precario, l’avete indovinato. E chi non è
precario, ai nostri tempi?
Un descrittore anastatico vive in un ufficio del tipo detto open
space, popolato da un centinaio di persone. Si sposta
continuamente tra loro. Alcuni dei suoi compiti sono: il trasporto di
documenti od oggetti ed il loro recapito all’interno di
uffici contigui; la manutenzione delle macchine del caffè;
il controllo delle connessioni dei cavi nelle centinaia di prese di
vario tipo presenti negli uffici (prese elettriche, allacciamenti
telefonici, prese delle stampanti, dei computer, dei cavi di rete, dei
cavi USB). Per eseguire i suoi compiti, un descrittore anastatico non
sta mai fermo a lungo.
Viene chiamato.
“Ehi, Gerald! Vieni qui! Si è staccato il cavo di
rete! Attaccamelo, sono connesso con il Katanga, muoviti!”
“Gerald, caro, ma come sei carino oggi con quella salopette
fucsia. Mi provi la presa della stampante? Non funziona. Sai, devo fare
il planning della giornata.”
E Gerald attacca, stacca, riattacca, cerca, connette, sconnette,
riconnette…
Tutto ciò, però, è solo una
parte del lavoro di descrittore anastatico.
Nel corso delle sue attività manutentive, egli è
delegato a fare domande. Raccoglie suggerimenti e lamentele. “Ma
tu, come risolveresti il problema?” è solito
chiedere, quel “ma” simile a un verme infilzato
sull’amo. Oppure: “Ma tu,
sapresti suggerire una miglioria per questa procedura?”
Ecco: procedura. Le domande di un descrittore anastatico riguardano
questa parola sacra: la Procedura.
In questo modo, egli collabora con l’Azienda per raggiungere
la Qualità Totale.
Ah! La Qualità Totale! L’incanto che emana da
questa sublime espressione, da questa locuzione aggraziata!
Ma perché “descrittore”, e, cosa ancora
più oscura, “anastatico”?
Due volte la settimana, Gerald viene risucchiato nell’ufficio
dell’Ingegnere della Qualità, un tizio cubico, con
braccia cortissime, mani ancorate sulla tastiera del PC, senza collo,
testa bitorzoluta, occhiali high tech, noto
petomane. Là Gerald deve prodursi in una complessa descrizione
(da cui: Descrittore) della vita infernale di un ufficio brulicante di
esseri umani, dal punto di vista del Miglioramento della
Qualità. Per questo fa domande a tutti.
Per evitare ogni interferenza tra i dati raccolti e la sua propria
psiche; per evitare qualsiasi inquinamento con elementi tratti della
propria storia personale; per evitare inutili commenti che potrebbero
altrimenti falsare lo spessore originale dei dati raccolti, per tutto
questo, egli è addestrato per agire come un registratore
umano.
Trovata l’analogia con una fotocopiatrice, la perversa mente
di coloro che hanno previsto la funzione dei vari Gerald
Frühstück all’interno del Sistema della
Qualità Totale, aveva deciso: anastatico! Descrittore
anastatico!
Ecco.
L’algida funzione del descrittore anastatico era atterrata
però su un esemplare umano poco adatto a sostenerla. Gerald
era un sentimentale. Aveva una spiccata capacità di
immedesimarsi nel suo simile. Di solito, lo faceva al punto di
dimenticarsi completamente di sé stesso. Del resto non aveva
la minima idea di che significasse quel “sé
stesso”, o “me stesso”, o “egli
stesso”, insomma, il termine “stesso” era
per lui del tutto privo di un senso definito. Gerald era sempre
l’altro da sé. Non il simile. Sarebbe stato
più semplice. Gerald non percepiva alcuna
similarità tra sé e l’altro. Lo intuiva
e sentiva come lui, e da quel momento, svaniva.
Insomma, aveva una paura indicibile di vivere.
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