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i libri

Diego Balestri

L'ultima possibilità

e altri racconti

2006

ISBN 88-7536-082-0

pp. 48

cm 15x21

€ 9,00

 

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L'autore

Diego Balestri è nato a Vinci nel 1975 e nel 2000 si è laureato in Lettere all’Università di Siena. Ha conseguito un Master in “Gestione e Conservazione dei Beni Culturali” presso l’Università di Salamanca (Spagna) e successivamente un Master in “Gestione dei Sistemi Documentali per Biblioteche” presso l’Università di Urbino.
L'ultima possibilità e altri racconti è il suo libro di esordio.

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I testi

 

Il Premio Chillinworth


Scrivere un racconto è facile, scrivere un buon racconto è difficile soprattutto se è un “giallo” o, più ancora, se è un horror-noir. E tutto questo perché, come molti sanno, non è affatto una cosa semplice trasportare la suspense sulla carta. Essere in possesso di una fervida fantasia è già una buona dote per un aspirante scrittore ed è un buon punto di partenza, ma lo è ancor di più il modo con cui le nostre fantasie vengono riportate sulla carta. Non si è un buon scrittore se non si è in possesso di un minimo substrato culturale e se nella nostra biblioteca non figurano alcuni tra i principali classici della narrativa. Non è importante di cosa parli un racconto. L’importante è che incuta terrore. Punto e basta. Il succo della questione è così riassumibile: o sai scrivere, o non sai scrivere. Dopotutto si sa che creare il brivido è un’arte.
E che queste poche righe iniziali vi bastino per comprendere il Federicapensiero!
Vi sto parlando di una promettente (e molto sexy) narratrice horror, la quale fin da piccola aveva già dimostrato di avere il virus della scrittrice.
È noto a tutti che un paese piccolo e lontano da autostrade e ferrovie non ha molte chances di emergere e di affermarsi nello scenario europeo, e per farlo è inevitabilmente costretto a puntare sul turismo e su altre particolari iniziative. (Molti adottano i cosiddetti gemellaggi: idee impegnative e dispendiose, ma che talvolta funzionano). Ebbene, il minuscolo paese di Federica stava miseramente affondando come il Titanic, quando d’improvviso ecco balenare l’ancora di salvezza: la grande trovata di un sindaco dalla mente vulcanica: il Premio Chillinworth. Trattasi di un concorso letterario per racconti “giallo-horror” che si teneva puntualmente nel giugno di ogni anno. Il nome era stato gentilmente preso in prestito alla memoria di un soldato americano caduto durante la Liberazione. La cosa poteva quasi sembrare un bizzarro gioco del destino (ma non si trattava solamente di una coincidenza, era ovvio). Il sindaco era a conoscenza del significato racchiuso in quel cognome, ed aveva proprio speculato su questo particolare quando aveva deciso di creare questo concorso, poiché se fosse stato Killinworth si sarebbe potuto tradurre come degno di uccidere.
Ma anche così, con la “C”, si poteva intendere degno di raggelare, visto che chill vuol dire raggelare ma anche spaventare. E a chi si prende la briga di sfogliare con attenzione un dizionario di inglese, il prezioso volumetto gli rivelerà che chiller può anche assumere il significato di storia raggelante.


Partecipavano in molti, ma come accade per tutti i premi, era sempre uno solo a vincere: il primo; per gli altri, la magra consolazione di vedere il proprio nome comparire in un minuscolo pezzo di carta appeso nell’atrio del Palazzo Comunale. In fin dei conti De Coubertin sosteneva che l’importante era partecipare. Ma è con dolente rammarico che vi faccio notare che non tutti hanno questo spirito sportivo: soprattutto non lo aveva Damiano.
Il Damiano di cui vi sto parlando era un impiegato bancario e compaesano della nostra scrittrice. Un individuo dal carattere timido ed introverso che vacillava nella misantropia, e con un’impressionante varietà di strane manie all’attivo. Partecipava tutti gli anni al premio, ma veniva sempre battuto in extremis dalla stessa Federica. E questo arrivare continuamente secondo aveva generato in lui un forte e crescente senso di frustrazione che stava lentamente maturando in odio. L’aspirante scrittore abitava da solo in una piccola casetta di campagna che distava soltanto tre chilometri dal centro abitato. Effettivamente, era sempre stato un individuo singolare e in un paese che conta poche anime si riesce a diventare delle celebrità in tempi piuttosto rapidi. Come lo divenne infatti lui stesso.
In quel momento se ne stava chiuso nel suo magazzino, che era, come ripeteva sempre lui, il-suo-luogo-eterno-di-svago-e-di-lavoretti-occasionali.
Stava appena terminando di saldare il suo prodotto, ancora qualche istante e sarebbe stato tutto pronto. Viveva solo e indisturbato. Nessuno avrebbe mai scoperto cosa stava costruendo. O, almeno, non lo avrebbero scoperto fino al momento opportuno. Stava lavorando di impegno con la fiamma ossidrica:
Quuiissss... quuiiisssss... quuiiissssss...
L’osservò; l’oggetto lucicava come un prezioso monile sotto la luce della lampada. Spostò il posacenere con la cicca ancora fumante, e in un lampo si ritrovò davanti alla finestra. Aprì per dare un veloce ricambio d’aria poi salì le scale ed entrò in camera sedendosi davanti al computer.
Doveva assolutamente terminare di scrivere il suo racconto. Mentre le dite delle mani battevano sulla tastiera sentiva l’adrenalina pervadergli ogni centimetro del corpo, dalla punta dei capelli fino ai piedi. Stava producendo un racconto sconvolgente in bilico tra delirio di onnipotenza e puro terrore. Quell’anno il Premio Chillinworth sarebbe stato finalmente suo, e non avrebbe permesso a nessuno di impedirgli di raccogliere l’ambita palma della vittoria.
E nemmeno a te, maledetta furbastra.


Dario Guglielmi in quel momento si stava specchiando, sistemandosi il nodo della cravatta. Nodo che si era fastidiosamente allentato durante l’ultima delle solite lunghe e tediose riunioni organizzate dai dirigenti bancari.
Quegli incontri erano una vera e propria tortura piscofisica, forse peggiore di tutte le punizioni inflitte dai Vietcong ai prigionieri americani.
Torture che era costretto a subire una volta ogni due settimane a cagione del delicato ruolo che ricopriva. E, come da regolamento, doveva sempre presentarsi con un impeccabile completo e un sorriso smagliante, anche se dentro di sé fremeva dalla voglia – e Dio sa se ne aveva – di dire in faccia a tutti i presenti quello che pensava di ognuno di loro. Noblesse oblige.
Sbadigliò, non vedeva l’ora di tornarsene a casa. Quella riunione era stata davvero di una noia mortale. Ma adesso, dopo la sua solita dose di stress ed incazzature settimanali, finalmente aveva un week-end libero per andare a pescare e mandare tutti al diavolo. Ecco... sì... l’immagine stava già prendendo corpo nella sua mente... sì, certo... già si vedeva bello pasciuto disteso in riva al lago con la canna da pesca in mano, finalmente libero da ogni seccatura, quando l’ascensore gli si aprì davanti poco prima che facesse in tempo a premere il pulsante. Con grande sorpresa si trovò di fronte proprio uno dei suoi più bizzarri ma operosi dipendenti. Non si aspettava certo di trovarlo nel palazzo, credeva fosse già partito per le ferie.
«Ehi, Damiano... ma non dovevi essere già su una spiaggia in compagnia di due belle hawaiane sculettanti?» ironizzò. Notò subito che il ragazzo aveva qualcosa di strano: i suoi denti luccicavano.
«Che diavolo hai in bocca?» gli chiese.

[...]

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