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Il
Premio Chillinworth
Scrivere un racconto è facile, scrivere un buon racconto è
difficile soprattutto se è un “giallo” o, più ancora, se è un
horror-noir. E tutto questo perché, come molti sanno, non è affatto
una cosa semplice trasportare la suspense sulla carta. Essere in
possesso di una fervida fantasia è già una buona dote per un aspirante
scrittore ed è un buon punto di partenza, ma lo è ancor di più il modo
con cui le nostre fantasie vengono riportate sulla carta. Non si è un
buon scrittore se non si è in possesso di un minimo substrato culturale
e se nella nostra biblioteca non figurano alcuni tra i principali
classici della narrativa. Non è importante di cosa parli un
racconto. L’importante è che incuta terrore. Punto e basta. Il
succo della questione è così riassumibile: o sai scrivere, o non sai
scrivere. Dopotutto si sa che creare il brivido è un’arte.
E che queste poche righe iniziali vi bastino per comprendere il
Federicapensiero!
Vi sto parlando di una promettente (e molto sexy) narratrice horror,
la quale fin da piccola aveva già dimostrato di avere il virus
della scrittrice.
È noto a tutti che un paese piccolo e lontano da autostrade e ferrovie
non ha molte chances di emergere e di affermarsi nello scenario
europeo, e per farlo è inevitabilmente costretto a puntare sul turismo
e su altre particolari iniziative. (Molti adottano i cosiddetti
gemellaggi: idee impegnative e dispendiose, ma che talvolta
funzionano). Ebbene, il minuscolo paese di Federica stava miseramente
affondando come il Titanic, quando d’improvviso ecco balenare l’ancora
di salvezza: la grande trovata di un sindaco dalla mente vulcanica: il
Premio Chillinworth. Trattasi di un concorso letterario per racconti
“giallo-horror” che si teneva puntualmente nel giugno di ogni anno. Il
nome era stato gentilmente preso in prestito alla memoria di un soldato
americano caduto durante la Liberazione. La cosa poteva quasi sembrare
un bizzarro gioco del destino (ma non si trattava solamente di una
coincidenza, era ovvio). Il sindaco era a conoscenza del significato
racchiuso in quel cognome, ed aveva proprio speculato su questo
particolare quando aveva deciso di creare questo concorso, poiché se
fosse stato Killinworth si sarebbe potuto tradurre come degno di
uccidere.
Ma anche così, con la “C”, si poteva intendere degno di raggelare,
visto che chill vuol dire raggelare ma anche spaventare. E a chi
si prende la briga di sfogliare con attenzione un dizionario di
inglese, il prezioso volumetto gli rivelerà che chiller può
anche assumere il significato di storia raggelante.
Partecipavano in molti, ma come accade per tutti i premi, era sempre
uno solo a vincere: il primo; per gli altri, la magra consolazione di
vedere il proprio nome comparire in un minuscolo pezzo di carta appeso
nell’atrio del Palazzo Comunale. In fin dei conti De Coubertin
sosteneva che l’importante era partecipare. Ma è con dolente rammarico
che vi faccio notare che non tutti hanno questo spirito sportivo:
soprattutto non lo aveva Damiano.
Il Damiano di cui vi sto parlando era un impiegato bancario e
compaesano della nostra scrittrice. Un individuo dal carattere timido
ed introverso che vacillava nella misantropia, e con un’impressionante
varietà di strane manie all’attivo. Partecipava tutti gli anni al
premio, ma veniva sempre battuto in extremis dalla stessa
Federica. E questo arrivare continuamente secondo aveva generato in lui
un forte e crescente senso di frustrazione che stava lentamente
maturando in odio. L’aspirante scrittore abitava da solo in una
piccola casetta di campagna che distava soltanto tre chilometri dal
centro abitato. Effettivamente, era sempre stato un individuo singolare
e in un paese che conta poche anime si riesce a diventare delle
celebrità in tempi piuttosto rapidi. Come lo divenne infatti lui
stesso.
In quel momento se ne stava chiuso nel suo magazzino, che era, come
ripeteva sempre lui,
il-suo-luogo-eterno-di-svago-e-di-lavoretti-occasionali.
Stava appena terminando di saldare il suo prodotto, ancora qualche
istante e sarebbe stato tutto pronto. Viveva solo e indisturbato.
Nessuno avrebbe mai scoperto cosa stava costruendo. O, almeno, non
lo avrebbero scoperto fino al momento opportuno. Stava lavorando di
impegno con la fiamma ossidrica:
Quuiissss... quuiiisssss... quuiiissssss...
L’osservò; l’oggetto lucicava come un prezioso monile sotto la luce
della lampada. Spostò il posacenere con la cicca ancora fumante, e in
un lampo si ritrovò davanti alla finestra. Aprì per dare un veloce
ricambio d’aria poi salì le scale ed entrò in camera sedendosi davanti
al computer.
Doveva assolutamente terminare di scrivere il suo racconto. Mentre le
dite delle mani battevano sulla tastiera sentiva l’adrenalina
pervadergli ogni centimetro del corpo, dalla punta dei capelli fino ai
piedi. Stava producendo un racconto sconvolgente in bilico tra delirio
di onnipotenza e puro terrore. Quell’anno il Premio Chillinworth
sarebbe stato finalmente suo, e non avrebbe permesso a nessuno di
impedirgli di raccogliere l’ambita palma della vittoria.
E nemmeno a te, maledetta furbastra.
Dario Guglielmi in quel momento si stava specchiando, sistemandosi il
nodo della cravatta. Nodo che si era fastidiosamente allentato durante
l’ultima delle solite lunghe e tediose riunioni organizzate dai
dirigenti bancari.
Quegli incontri erano una vera e propria tortura piscofisica, forse
peggiore di tutte le punizioni inflitte dai Vietcong ai prigionieri
americani.
Torture che era costretto a subire una volta ogni due settimane a
cagione del delicato ruolo che ricopriva. E, come da regolamento,
doveva sempre presentarsi con un impeccabile completo e un sorriso
smagliante, anche se dentro di sé fremeva dalla voglia – e Dio sa se ne
aveva – di dire in faccia a tutti i presenti quello che pensava di
ognuno di loro. Noblesse oblige.
Sbadigliò, non vedeva l’ora di tornarsene a casa. Quella riunione era
stata davvero di una noia mortale. Ma adesso, dopo la sua solita dose
di stress ed incazzature settimanali, finalmente aveva un week-end
libero per andare a pescare e mandare tutti al diavolo. Ecco... sì...
l’immagine stava già prendendo corpo nella sua mente... sì, certo...
già si vedeva bello pasciuto disteso in riva al lago con la canna da
pesca in mano, finalmente libero da ogni seccatura, quando l’ascensore
gli si aprì davanti poco prima che facesse in tempo a premere il
pulsante. Con grande sorpresa si trovò di fronte proprio uno dei suoi
più bizzarri ma operosi dipendenti. Non si aspettava certo di trovarlo
nel palazzo, credeva fosse già partito per le ferie.
«Ehi, Damiano... ma non dovevi essere già su una spiaggia in compagnia
di due belle hawaiane sculettanti?» ironizzò. Notò subito che il
ragazzo aveva qualcosa di strano: i suoi denti luccicavano.
«Che diavolo hai in bocca?» gli chiese.
[...]
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