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Vanessa diede una festa il 25 settembre 2001, senza nessuna ricorrenza
da ricordare.
La lista degli invitati era lunga, più di sessanta persone.
Io m’ero incaricato di preparare la sangrìa. Lei
voleva che fosse una festa grandiosa.
L’acqua era limpida in quel tratto di riviera ligure, tanto
da far meritare la bandiera blu, da esibire con fierezza,
là, vicino al tricolore, sull’asta lunga vicina al
trespolo del bagnino. Ormai i bagni privati si organizzavano per la
ritirata, e schiere di giovanotti in canottiera bianca e pantaloncini
corti salivano e scendevano per la spiaggia, con sulle spalle tavole e
sdraio e insomma tutto ciò che occorre per distinguere una
spiaggia privata da una libera.
Il vento si faceva ogni giorno più prepotente e le onde
dipingevano linee frastagliate con tratti pesanti, come fanno i bambini
quando calcano troppo la mano nel disegnare.
La luna si era sciolta in luce bianca sopra l’orizzonte.
Il vento giocava a spargere sale sulla pelle e a seccare le labbra.
Potevi ancora scorgerli – se guardavi con attenzione
– i solchi lasciati dalle notti d’amore dietro le
barche dei pescatori; potevi ancora sentirle le risate, e le canzoni e
i giochi, e le mani battere a tempo sui ritmi latini. Queste cose
potevi immaginarle ancora, sì, e anche se il tepore non
c’era più, potevi ricrearlo fresco con la memoria.
La memoria può ricreare un mondo nuovo, fatto di voci
sgargianti e di colori amici, con i suoi codici e le sue situazioni. In
assenza di memoria s’annullano il tempo e lo spazio, e si
raggiunge l’atarassia, non quella di Epicuro, né
quella di Seneca, l’atarassia intesa come metodo per
estraniarsi fino alla morte cerebrale, concretizzando il rifiuto, il
silenzio, il vuoto. Lì si incomincia a imparare a vivere
dentro sé stessi, soli.
Non si possono comprendere le evoluzioni del sistema nervoso,
servirebbe il codice d’accesso.
* * *
La signora Gioia stirava le camicie del marito con
la vaporella e con la dedizione di una mamma, per evitare che
restassero delle pieghe sul colletto e sui polsini. Lo faceva
perché voleva che il suo uomo fuggisse con
un’altra – e la lasciasse finalmente sola.
Sola nel suo mondo incantato, fatto dell’attesa per sua
figlia che non ritorna, per un marzo che tarda ad arrivare, e ogni anno
si fa sempre più spento; il suo mondo di casa con il mare da
fare entrare solo in controluce dalle finestre, senza aprirle, per
lasciare sempre un vetro davanti: davanti al resto, davanti a tutto.
Era impenetrabile il suo vetro: le attenzioni del marito e la
compassione degli altri, con la comprensione falsa di tutti i suoi
mali, lo ispessivano sempre di più.
Si deve ricercare un motivo valido per vivere, un motivo che trascenda
gli altri, una meta da raggiungere da soli: perché se si
includono nei propri piani di vita anche gli altri si rischia di
sovrapporre l’amore alla voglia di vivere, e quando si perde
l’amore la voglia svanisce – e anche il suicidio di
Didone diventa inutile.
Soraya nacque il 18 settembre 1975. Quel giorno la signora Gioia
morì, per rinascere mamma di una bambina stupenda. Al parco
non c’era una donna a spingere una carrozzina con un
bebè: c’era solo una specie di estensione della
carrozzina stessa, una mamma.
Le amiche non le chiedevano più come stava lei, ma come
stava la piccola. Tutte le visite erano per la nuova creatura; tutti i
regali, le feste, tutto l’amore era per la primogenita. Si
tende a considerare i neonati come contenitori vuoti da riempire con i
sogni, le aspirazioni, i progetti dei grandi, quei progetti che i
grandi avrebbero voluto imbastire quando erano piccoli.
Si tende a considerare i figli come giocattoli da plasmare come
plastilina, a piacere: come se i bambini venissero al mondo per dare
soddisfazione ai propri genitori. E invece la stima, la fiducia,
l’ammirazione si devono guadagnare, non basta essere dello
stesso sangue.
I genitori non si amano per affinità biologica o per
convenzione sociale, ma per ciò che sono e per
ciò che fanno. Non sono tutte belle le mamme del mondo. Non
tutti i padri sono un punto di riferimento.
La signora Gioia aveva allestito una palestra nella veranda, al posto
del giardino invernale, e obbligava suo marito a fare gli esercizi
almeno per un’ora ogni sera perché voleva che
fosse bello, e quindi desiderato dalle altre. La signora Gioia non era
più in grado di amare: e per questo desiderava che suo
marito trovasse una nuova stella a cui aggrapparsi, per rinascere in
una nuova luce.
Troppe colpe pesavano sul cuore di Gioia, macigni che voleva
trasportare da sola, condanne che voleva espiare senza condizionali
– perché Gioia non accettava consolazioni, nemmeno
le lacrime.
* * *
Quando il mare
s’increspava ormai troppo per farci il bagno, andavo a
Biestro nella casa dei nonni. Potevo stare ore a guardare le foglie
rosse ciondolare dagli alberi neri sotto la foschia.
Il rito del freddo si prepara lento, comincia già ad agosto
ma lo si scopre a lavoro fatto, come un cancro che lavora dentro e lo
sorprendi già in metastasi e ti uccide –
perché non può fare altro.
L’inverno è un uomo alto in completo scuro che non
stringe mai la mano e nemmeno saluta, ma gioca tutto il giorno a
scacchi da solo, e quando vince storce la bocca soddisfatto e se ne va
via.
La primavera è una ragazzina viziata che scoppia in lacrime
tutt’a un tratto e ti lava via la merenda dal prato.
L’estate è una donna scollata con i brillantini in
viso e i capelli sciolti, non ride ma ti guarda e ti seduce e tu la
segui sulle spiagge roventi e nei locali affollati. L’autunno
sono io.
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