i libri

Chiara Borghi

Il tempo è scaduto

2007

ISBN 978-88-7536-132-7

pp. 64

cm 15x21

€ 11,00

 

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L'autore

Chiara Borghi, nata a Finale Ligure nel 1981, vive a Cadibona, in provincia di Savona, sul valico che tradizionalmente è considerato il punto di separazione fra le Alpi marittime e l’Appennino ligure. Laureata in Filosofia presso l’Università di Genova, ha svolto e svolge i lavori più diversi, nella tipica precarietà dei nostri tempi. È autrice di poesie e racconti. Nel 2001 ha pubblicato, con le Edizioni Joker, il romanzo breve Drake’s Heaven.

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I testi


Vanessa diede una festa il 25 settembre 2001, senza nessuna ricorrenza da ricordare.
La lista degli invitati era lunga, più di sessanta persone. Io m’ero incaricato di preparare la sangrìa. Lei voleva che fosse una festa grandiosa.
L’acqua era limpida in quel tratto di riviera ligure, tanto da far meritare la bandiera blu, da esibire con fierezza, là, vicino al tricolore, sull’asta lunga vicina al trespolo del bagnino. Ormai i bagni privati si organizzavano per la ritirata, e schiere di giovanotti in canottiera bianca e pantaloncini corti salivano e scendevano per la spiaggia, con sulle spalle tavole e sdraio e insomma tutto ciò che occorre per distinguere una spiaggia privata da una libera.
Il vento si faceva ogni giorno più prepotente e le onde dipingevano linee frastagliate con tratti pesanti, come fanno i bambini quando calcano troppo la mano nel disegnare.
La luna si era sciolta in luce bianca sopra l’orizzonte.
Il vento giocava a spargere sale sulla pelle e a seccare le labbra.
Potevi ancora scorgerli – se guardavi con attenzione – i solchi lasciati dalle notti d’amore dietro le barche dei pescatori; potevi ancora sentirle le risate, e le canzoni e i giochi, e le mani battere a tempo sui ritmi latini. Queste cose potevi immaginarle ancora, sì, e anche se il tepore non c’era più, potevi ricrearlo fresco con la memoria.
La memoria può ricreare un mondo nuovo, fatto di voci sgargianti e di colori amici, con i suoi codici e le sue situazioni. In assenza di memoria s’annullano il tempo e lo spazio, e si raggiunge l’atarassia, non quella di Epicuro, né quella di Seneca, l’atarassia intesa come metodo per estraniarsi fino alla morte cerebrale, concretizzando il rifiuto, il silenzio, il vuoto. Lì si incomincia a imparare a vivere dentro sé stessi, soli.
Non si possono comprendere le evoluzioni del sistema nervoso, servirebbe il codice d’accesso.

 

 

* * *

 

La signora Gioia stirava le camicie del marito con la vaporella e con la dedizione di una mamma, per evitare che restassero delle pieghe sul colletto e sui polsini. Lo faceva perché voleva che il suo uomo fuggisse con un’altra – e la lasciasse finalmente sola.
Sola nel suo mondo incantato, fatto dell’attesa per sua figlia che non ritorna, per un marzo che tarda ad arrivare, e ogni anno si fa sempre più spento; il suo mondo di casa con il mare da fare entrare solo in controluce dalle finestre, senza aprirle, per lasciare sempre un vetro davanti: davanti al resto, davanti a tutto. Era impenetrabile il suo vetro: le attenzioni del marito e la compassione degli altri, con la comprensione falsa di tutti i suoi mali, lo ispessivano sempre di più.
Si deve ricercare un motivo valido per vivere, un motivo che trascenda gli altri, una meta da raggiungere da soli: perché se si includono nei propri piani di vita anche gli altri si rischia di sovrapporre l’amore alla voglia di vivere, e quando si perde l’amore la voglia svanisce – e anche il suicidio di Didone diventa inutile.
Soraya nacque il 18 settembre 1975. Quel giorno la signora Gioia morì, per rinascere mamma di una bambina stupenda. Al parco non c’era una donna a spingere una carrozzina con un bebè: c’era solo una specie di estensione della carrozzina stessa, una mamma.
Le amiche non le chiedevano più come stava lei, ma come stava la piccola. Tutte le visite erano per la nuova creatura; tutti i regali, le feste, tutto l’amore era per la primogenita. Si tende a considerare i neonati come contenitori vuoti da riempire con i sogni, le aspirazioni, i progetti dei grandi, quei progetti che i grandi avrebbero voluto imbastire quando erano piccoli.
Si tende a considerare i figli come giocattoli da plasmare come plastilina, a piacere: come se i bambini venissero al mondo per dare soddisfazione ai propri genitori. E invece la stima, la fiducia, l’ammirazione si devono guadagnare, non basta essere dello stesso sangue.
I genitori non si amano per affinità biologica o per convenzione sociale, ma per ciò che sono e per ciò che fanno. Non sono tutte belle le mamme del mondo. Non tutti i padri sono un punto di riferimento.
La signora Gioia aveva allestito una palestra nella veranda, al posto del giardino invernale, e obbligava suo marito a fare gli esercizi almeno per un’ora ogni sera perché voleva che fosse bello, e quindi desiderato dalle altre. La signora Gioia non era più in grado di amare: e per questo desiderava che suo marito trovasse una nuova stella a cui aggrapparsi, per rinascere in una nuova luce.
Troppe colpe pesavano sul cuore di Gioia, macigni che voleva trasportare da sola, condanne che voleva espiare senza condizionali – perché Gioia non accettava consolazioni, nemmeno le lacrime.

 

* * *

 

Quando il mare s’increspava ormai troppo per farci il bagno, andavo a Biestro nella casa dei nonni. Potevo stare ore a guardare le foglie rosse ciondolare dagli alberi neri sotto la foschia.
Il rito del freddo si prepara lento, comincia già ad agosto ma lo si scopre a lavoro fatto, come un cancro che lavora dentro e lo sorprendi già in metastasi e ti uccide – perché non può fare altro.
L’inverno è un uomo alto in completo scuro che non stringe mai la mano e nemmeno saluta, ma gioca tutto il giorno a scacchi da solo, e quando vince storce la bocca soddisfatto e se ne va via.
La primavera è una ragazzina viziata che scoppia in lacrime tutt’a un tratto e ti lava via la merenda dal prato. L’estate è una donna scollata con i brillantini in viso e i capelli sciolti, non ride ma ti guarda e ti seduce e tu la segui sulle spiagge roventi e nei locali affollati. L’autunno sono io.

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