|
Chi era veramente Anja Filan?
Non era in grado di rispondersi, ma l’unica cosa di cui era
fermamente convinta in quel momento, era che doveva cercare di far
aprire quei ragazzi, doveva riuscire a tirar loro fuori ogni problema,
ogni pensiero. Venivano maltrattati sia dalle famiglie, sia da quegli
idioti degli operatori; talvolta anche lei era un po’
arrogante, ma se ne rendeva contro sempre troppo tardi.
Oramai erano passati alcuni mesi dall’arrivo della signora
Hibbert, e del povero Luke, e lei non aveva ancora deciso.
Appena chiudeva gli occhi aveva i sensi di colpa che la tormentavano
per non aver allacciato un certo rapporto di amicizia con Sylvia e la
cosa peggiore era che lo sguardo di Luke continuava a cercare il suo.
Incubi tutte le notti.
Ogni giorno la storia si ripeteva: era ossessionata dalla presenza del
ragazzo e dalla continua insistenza della direttrice.
Erano le sei del mattino; decise di fare una doccia per allontanare i
pensieri che la perseguitavano, quando suonò il campanello.
“Chi potrà essere a quest’ora del
mattino?” pensò.
Aprì la porta, e si trovò faccia a faccia con
Sylvia, o meglio, la signora Hibbert.
“Signora Filan, perdoni la mia intrusione
ma…” cominciò a borbottare.
“Ma… cosa? Si rende conto che è
piombata davanti alla mia porta alle sei del mattino?”
“Ne sono consapevole, dev…”, non le fece
terminare la frase; il suo atteggiamento le dava parecchio fastidio,
anzi, la stava irritando.
“Chi si crede di essere? Prima decide di andare a lavoro
insieme, e poi si presenta a casa mia all’alba”
– gridò – “se ne
vada”. E le chiuse la porta in faccia.
Immediatamente venne travolta da un’ondata di sensi di colpa:
per l’ennesima volta era stata tremendamente scortese.
D’istinto riaprì la porta, e con grande stupore
vide la signora Hibbert ancora in piedi, davanti all’ingresso.
“D’accordo, prego entri” decise di
cedere. E questa scelta l’avrebbe portata ad una svolta
inaspettata.
“Ascolti – borbottò –
io…”
“Lei nulla. Non è successo niente che non possa
essere riparato. Ricominciamo dall’inizio”
– concluse Sylvia – “è
d’accordo?”
“Va bene. Allora… piacere. Mi chiamo Anja
Filan.”
“Piacere signora Filan, io sono Sylvia Hibbert.”
“Gradisce una tazza di caffè? Un
thè…”
“Un thè, grazie” rispose con garbo.
“Mi scuso per il trattamento che le ho riservato, ma sono una
persona solitaria e, a volte, arrogante. Non sono abituata a ricevere
visite.”
“Ma se è la prima volta che vengo a
trovarla!”
“Per me, le assicuro, è come se fosse la centesima
volta.”
“Anja, posso darti del tu?”. Non sapeva se
accettare o meno la sua proposta; significava iniziare quel rapporto
che si instaura con un amico, e a lei quel genere di rapporti non
piaceva.
“Certo Sylvia, mi farebbe piacere.”
“Ti starai domandando cosa ci sto a fare, in casa tua alle
sei e trenta del mattino…”
“Me lo sono già domandato, ma non fa nulla.
Continua.”
“Bene, sono mesi, oramai, che lavoro al centro, e
difficilmente mi sbaglio sulle persone. Ho notato che tendi ad
isolarti, e a chiuderti in quella stanzetta, tranne quando sei
costretta a seguire i ragazzi per il pranzo, o quando vanno messi a
letto.”
“Dispensa… io la definisco dispensa.”
“Come, prego?”
“Quello studio è un buco, insomma, una
dispensa.”
“Oh, certo, in effetti… ma non è questo
il punto. Ho notato come guardi quei ragazzi. Ci stai a debita
distanza, anche se quando devi per forza accudirli e controllarli,
cambi umore e sguardo.”
“Mi ringraziano.”
“Mi spiace ma non riesco proprio a seguirti.”
“Lascia stare… sarebbe troppo complicato da
spiegare” – disse guardando malinconica il
pavimento – “devo prepararmi, tra
mezz’ora inizia il turno.”
“Sì, bene, allora… tolgo il disturbo.
Ci vediamo più tardi al Saint Claire.” Si
alzò, si voltò per andarsene, poi volse lo
sguardo, nuovamente, verso Anja. “A proposito, voglio essere
tua amica, ricordalo.”
“Come? Ah … sì
sì… come ti pare.”
Era chiaramente disinteressata, ma in qualche modo intrigata da lei.
Girovagò fuori nel quartiere finché Anja non
uscì di casa.
Non era possibile: la stava nuovamente aspettando. Ma che diavolo
voleva da lei quella?
Quando arrivò al centro, dopo aver evitato Sylvia,
notò che Luke era coperto di lividi sulla fronte, su uno
zigomo.
Gli domandò se volesse un dottore, ma lui le chiese soltanto
di sedere accanto a lui.
Da quando aveva messo piede al centro per disabili, non aveva mai, e
sottolineo mai, detto nulla di sensato; ma quel giorno… quel
giorno aveva parlato. Ne era sicura.
Gli disse che sarebbe stata vicino a lui finché non si fosse
addormentato, ma che aveva bisogno di stare seduta alla scrivania per
rispondere al telefono e cose simili.
Scrollò le spalle, ma potè vedere che era ferito.
Mentre lavorava seduta dietro la sua scrivania, poteva sentire il suo
respiro; era sdraiato sul lettino sotto una piccola coperta, ma lui se
la faceva bastare.
Si sentiva protetto, come se fosse a casa.
Che strano personaggio. Quel suo comportamento
così… così tranquillo... le regalava
momenti di serenità, brevi ma sereni.
0
|