i libri

Giovanni Leardi

Il fulgore dell'effimero

2007

ISBN-13: 978-88-7536-155-6

pp. 216

cm 12x21

€ 16,50

 

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L'autore

Giovanni Leardi, nato a Frugarolo (Alessandria) nel 1940, laureato in giurisprudenza, consulente legale bancario ora in pensione.
Ha pubblicato con il fratello Ernesto Parco di Capanne di Marcarolo e dintorni (Edizioni Traverso 1997) e Alla scoperta dei monti dell’Oltregiogo ligure-piemontese (Edizioni Accademia Urbense Ovada 1999).
In questa raccolta di poesie l’autore fa emergere le radici più profonde con il toccante pathos dei ricordi e delle origini della terra natìa.

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I testi

 

Postfazione

 

 

È una poesia senza tempo, quella di Giovanni Leardi: non tanto o non solo per l’inusuale articolazione espressiva, quanto per le aree tematiche che vengono sondate.
La voce del poeta piemontese risale alle origini della propria formazione classica per riscoprire modi e accenti che possono suonare desueti, ma che mi sembra abbiano invece la precisa funzione di garantire la naïveté e l’originalità di un impianto tematico tutto giocato sull’amore per la natura, la consapevolezza del trascorrere del tempo e il sofferto lamento per i danni che l’odierna civiltà ha inferto al mondo rurale e contadino.
Come dire, i temi della classicità latina rivisitati alla luce di una acuta sensibilità moderna a cui sono intrecciati, ma quasi in controluce, i temi più personali della dimensione lirica che innervano una poesia fondamentalmente elegiaca.

Dai versi, sempre musicali e attenti alla prosodia (per quanto non strettamente miranti alla regolarità) balzano elisioni e troncamenti, scelte lessicali pregiate e persino coraggiose nel loro opporsi alla moneta corrente di tanta poesia contemporanea che invece punta all’originalità e sincerità per la via della riduzione, dell’abbassamento delle scelte espressive, e che gioca le proprie carte tematiche sul frammento e sul puntiforme, laddove invece Leardi affronta di petto i grandi temi e motivi della poesia classica non solo greca e latina di ogni tempo e Paese.

Forse, la lezione più interessante di questo libro così singolare è proprio nel ricordare la perpetua vitalità dello strato più tradizionale e comunque mai logoro della nostra poesia, e, a modo proprio, di additare nuove strade, o almeno nuove possibilità.
 

Mauro Ferrari
 

 

Primavera


Giunge il sapor di timo
e santoreggia con raffiche
violente di marino.
Ove del faggio puntan
le prime gemme fra il candor
del biancospino
frulla fra i rovi il merlo
nella macchia nera.
Arde nel vago andar dei nembi
un sole palpitante
come ceppo di pino in su la brace.
Tutto è nuovo e ridesto al fulgor
di una luce inconsueta
ad un vago lontano ritorno
a ciò che facevo
e non posso più fare.

 

* * *

 

Salendo il Monte Tobbio


Sconvolge la pietra il duro rigore del gelo
sull’erta salita che affanna il respiro...
un frullo nascosto di ali, un fremito intenso
dagli aghi dei pini di ghiaccio intrecciati,
un’orma stampata di neve nel bianco mattino.
Neve... nell’aria immota tutt’intorno è neve.
L’aspro pendio modella il candido manto che
gioia dona alle cose: impronte di cose passate
nel gelido andare presente,
inane fantasma che fugge...
Sull’erta salita di sassi scomposti
fruscio improvviso di passi nascosti:
imbiancate figure coperte di neve
ascendono il monte con passo greve,
silenti nel bianco grigiore di un’ alba
che tarda a dar luce.
Salendo mi attardo a pensare in questa ovattata
atmosfera al tempo presente che fugge
veloce ed inane,
ai tempi passati che infiora il ricordo,
al sudato cammino dell’uomo che va
verso mete nascoste.
Improvvisa folata di vento al Passo Dagliola
m’assale con aghi ghiacciati sul viso;
improvvisa felicità di cose semplici e vive
che turba ed annulla i gravi pensieri: affanno
gioioso che monta alla gola riarsa,
non solo di sete...
Il lento frusciare del vento cancella di neve
le orme di ieri ed i pensieri di oggi
e tutto è uguale e tutto al tempo è mutato;
misteri del Tobbio, fantastico monte,
rifugio di muscoli affranti,
di fervide menti e coro festoso di validi canti.

 

* * *

 

E saranno ancora parole


Allor che al lamento delle fronde,
quando d’autunno gli uccelli a folate si dipartono,
segue il brusio lento
delle foglie rossofuoco che s’involano,
affaticato il volo del gabbiano che si dissolve
all’orizzonte nella fumea dorata del sole che declina,
sarò allor ancora a fingere
che il giorno non svapori nella notte,
la tua grazia non sia più ombra del passato,
ma musica che nasce, ondeggia e si riaccende
come barbaglio di sol contro le nuvole.
E saranno ancor parole magiche e fluenti
a ritrovar i loro metri e ritmi,
quando, in fuga di memoria,
a tratti balugina ancor la tua figura.

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  15 gennaio 2008 [E.C.]  leggi

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