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Postfazione
È una poesia senza tempo, quella di
Giovanni Leardi: non tanto o non solo per l’inusuale
articolazione espressiva, quanto per le aree tematiche che vengono
sondate.
La voce del poeta piemontese risale alle origini della propria
formazione classica per riscoprire modi e accenti che possono suonare
desueti, ma che mi sembra abbiano invece la precisa funzione di
garantire la naïveté e
l’originalità di un impianto tematico tutto
giocato sull’amore per la natura, la consapevolezza del
trascorrere del tempo e il sofferto lamento per i danni che
l’odierna civiltà ha inferto al mondo rurale e
contadino.
Come dire, i temi della classicità latina rivisitati alla
luce di una acuta sensibilità moderna a cui sono
intrecciati, ma quasi in controluce, i temi più personali
della dimensione lirica che innervano una poesia fondamentalmente
elegiaca.
Dai versi, sempre musicali e attenti alla prosodia (per quanto non
strettamente miranti alla regolarità) balzano elisioni e
troncamenti, scelte lessicali pregiate e persino coraggiose nel loro
opporsi alla moneta corrente di tanta poesia contemporanea che invece
punta all’originalità e sincerità per
la via della riduzione, dell’abbassamento delle scelte
espressive, e che gioca le proprie carte tematiche sul frammento e sul
puntiforme, laddove invece Leardi affronta di petto i grandi temi e
motivi della poesia classica non solo greca e latina di ogni tempo e
Paese.
Forse, la lezione più interessante di questo libro
così singolare è proprio nel ricordare la
perpetua vitalità dello strato più tradizionale e
comunque mai logoro della nostra poesia, e, a modo proprio, di additare
nuove strade, o almeno nuove possibilità.
Mauro Ferrari
Primavera
Giunge il sapor di timo
e santoreggia con raffiche
violente di marino.
Ove del faggio puntan
le prime gemme fra il candor
del biancospino
frulla fra i rovi il merlo
nella macchia nera.
Arde nel vago andar dei nembi
un sole palpitante
come ceppo di pino in su la brace.
Tutto è nuovo e ridesto al fulgor
di una luce inconsueta
ad un vago lontano ritorno
a ciò che facevo
e non posso più fare.
* * *
Salendo il Monte Tobbio
Sconvolge la pietra il duro rigore del gelo
sull’erta salita che affanna il respiro...
un frullo nascosto di ali, un fremito intenso
dagli aghi dei pini di ghiaccio intrecciati,
un’orma stampata di neve nel bianco mattino.
Neve... nell’aria immota tutt’intorno è
neve.
L’aspro pendio modella il candido manto che
gioia dona alle cose: impronte di cose passate
nel gelido andare presente,
inane fantasma che fugge...
Sull’erta salita di sassi scomposti
fruscio improvviso di passi nascosti:
imbiancate figure coperte di neve
ascendono il monte con passo greve,
silenti nel bianco grigiore di un’ alba
che tarda a dar luce.
Salendo mi attardo a pensare in questa ovattata
atmosfera al tempo presente che fugge
veloce ed inane,
ai tempi passati che infiora il ricordo,
al sudato cammino dell’uomo che va
verso mete nascoste.
Improvvisa folata di vento al Passo Dagliola
m’assale con aghi ghiacciati sul viso;
improvvisa felicità di cose semplici e vive
che turba ed annulla i gravi pensieri: affanno
gioioso che monta alla gola riarsa,
non solo di sete...
Il lento frusciare del vento cancella di neve
le orme di ieri ed i pensieri di oggi
e tutto è uguale e tutto al tempo è mutato;
misteri del Tobbio, fantastico monte,
rifugio di muscoli affranti,
di fervide menti e coro festoso di validi canti.
* * *
E saranno ancora parole
Allor che al lamento delle fronde,
quando d’autunno gli uccelli a folate si dipartono,
segue il brusio lento
delle foglie rossofuoco che s’involano,
affaticato il volo del gabbiano che si dissolve
all’orizzonte nella fumea dorata del sole che declina,
sarò allor ancora a fingere
che il giorno non svapori nella notte,
la tua grazia non sia più ombra del passato,
ma musica che nasce, ondeggia e si riaccende
come barbaglio di sol contro le nuvole.
E saranno ancor parole magiche e fluenti
a ritrovar i loro metri e ritmi,
quando, in fuga di memoria,
a tratti balugina ancor la tua figura.
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