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Marzia Ercolani nasce a Roma
nel 1976.
Diplomata in recitazione al Centro Internazionale La Cometa
di Roma, lavora come attrice dal 1998, seguendo sia progetti
personali che collaborazioni, la più intensa e significativa
delle quali con la compagna romana Triangolo Scaleno Teatro
diretta e fondata dalla regista Roberta Nicolai. Scrive
poesie, racconti, testi teatrali e adattamenti di opere
letterarie.
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Poesie come
«prove di volo», gridi di dolore e speranza di una donna che
vuole afferrare con tutti i sensi ogni aspetto della vita,
soprattutto quelli concreti, quotidiani e dunque
fondamentali. Poesie come pugni nello stomaco, come unghie
che forzano palpebre ipocrite a rimanere spalancate, tese ad
elevare l’umana fragilità dalla quale traggono origine e
potenza espressiva, mai gridata eppure intensa al di là di
ogni consuetudine. Versi affilati parlano di una donna
desiderosa di «sudare di gioia» anche se consapevole del suo
destino di «generare dolore», in una solitudine che scardina
le barriere dell’indifferenza e squaderna l’identità
dell’autrice, mente e viscere, fino alla più coinvolgente
ricerca di consonanze. Perché la vita, dopotutto, non è che
un frammentato dialogo tra solitudini vicine.
Sandro Montalto
* * *
Diversamente abile
Ricamatrice dilettante
cucio piuma su piuma.
L’invisibile filo
non basta.
Impaziente indosso il mio costume
lo provo e lo riprovo
storto, corto e rattoppato
angelo mancato
clown conclamato.
Digiuno è il rito necessario
per cancellare il peso
che lega il corpo alla terra.
Ecco allora le prove di volo…
Una pioggia di piume colora leggera l’asfalto.
* * *
Armatura silente
Mi
massacreranno.
Io dico tutto, dico troppo,
intuisco, assorbo, ricevo
sono piena, sono pregna
la miopia non basta a non vedere
presunzione infantile, lo so.
Essi lasciano fare,
golosi di rilanciare.
È che sono onestamente ingenua.
E ogni volta che gioisco
per aver detto la mia
ecco ricevere attacchi inaspettati
le mie parole usate a loro vantaggio…
così sottile il dolore
che passa per il cuore e arriva alla mente.
Eccomi a maledire i miei diretti pensieri
a sperare di mai più esser vera.
Di imparare a individuare trappole
a soppesare le parole
a sospettare, a indagare, a socializzare.
Diventar come loro…
o non parlare più.
* * *
Terra di legno
Unica figlia
borghese
viziata rampolla
che gioca a far la diva
con la morte e il doppio
affamata ricerca di
carne, odori e sangue
tabacco e marijuana.
Ogni volta un nuovo ruolo
non ricordo più da dove ero partita
non ricordo più dove volevo arrivare
tolgo le vesti e nuda mi guardo
ma l’anima mia non riesco a spogliarla…
qualcosa resta sempre attaccato…
costumi, lembi di stoffa, toppe logore
pajettes sbiadite giacciono tatuate…
Eppure un piede sul palco, un riflettore acceso
e ho paura…
Lì sento il mio corpo, la mia voce,
il mio respiro…
Lì mi ascolto… lì vi ascolto
E vivo.
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