i libri

Armando Rudi

Contraddittorio

(1985-2000)

2007

ISBN-13: 978-88-7536-146-4

pp. 96

cm 12x21

€ 12,00

 

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L'autore

Armando Rudi è nato nel 1930 a Locate Varesino (Como). Dopo studi umanistici, ha lavorato presso varie società multinazionali e ha partecipato ad iniziative civili, ambientaliste, animaliste. Si è dedicato alla scrittura a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta.
Vanta al suo attivo raccolte di versi e di racconti, prose di viaggio e saggistiche, un romanzo.
Dopo presenze editoriali saltuarie (Vetrate, 1978; Circostanze, 1991; La Notte di Natale, 1999), cura da qualche anno la pubblicazione sistematica delle sue opere (Segnalazioni, 2000; Via Crucis, 2001; Rosario, 2001; Caleidoscopio, 2002; Animazioni, 2003; Trittico e Lamentazione, 2004; Quattro argomenti, 2005; Canti, Ballate, Inni, Litanie, Lamenti, 2006; Perso il Ricordo, 2006).

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I testi

 

Ormai non mi colpisce più il dolore


Ormai non mi colpisce più il dolore,
la sofferenza, in ogni loro forma.
Li considero norma: componente
insostituibile, essenziale, multipla
nell’organizzazione della vita
presente sulla faccia della Terra.
La norma si conforma in tre maniere
a seconda dei termini da – a:
da bestia a bestia,
da uomo a bestia,
da uomo a uomo.
Le tre maniere hanno nomi tetri:
sopravvivenza, sfruttamento, egoismo.
Con espressioni di minore sintesi,
e collegando ai nomi tre aggettivi,
le tre maniere possono anche dirsi
catena alimentare,
catena despotale,
catena iugulatoria.
Degli aggettivi molto chiaro è il primo,
anche perché vocabolo comune.
Meno chiaro il secondo,
ma si acclara sapendo che deriva
dal nome despota, che dice tutto.
Despota è il padrone assolutista,
impietoso, crudele: e non è l’uomo
despota nei confronti della bestia?
Per il terzo, ch’è oscuro,
rimando al latinismo iugulare,
significante in senso letterale
lo scannamento, e in senso figurato
strangolamento, imposizione, imbroglio.
E come si comporta con i simili
l’uomo, se non scannando,
imponendo, sfruttando, costringendo?
Chiude la terna cupa un codicillo
con termini da – a il fato e l’essere,
dove per fato s’intendono i guai
che il destino produce: terremoti,
eruzioni, disgrazie, nubifragi,
incidenti e malanni:
tutta la messinscena dei disastri
collettivi e individui
di cui ribolle senza sosta il mondo.
È la quarta catena: fatalistica.
Così dunque è la vita. Così il vivere
in superficie del pianeta Terra.
Se anche in altri luoghi non conosco.
Questa è la legge qui. L’orrore è questo.

 

* * *

 

Dettaglio non secondario nella tragedia del Kosovo


Il cielo risultante punitivo
per truci potentati, responsabili
dell’espulsione di un popolo
dalla sua terra, dalle sue dimore,
dalla sua storia, dalle sue memorie,
tanto da far cadere su di essi
una pioggia di ordigni distruttori,
non poteva mostrarsi comprensivo
verso il popolo espulso,
predisponendo per le sue fiumane
di sventurati in marcia senza meta
un tempo favorevole,
costantemente asciutto, mite e limpido,
come naturalmente a volte avviene?
Poteva e non l’ha fatto. Infierendo
anzi su moltitudini affamate,
spoglie di tutto tranne che di orrori,
addensando maltempo incattivito,
avvolgendole in pioggia, fango e gelo,
ha scatenato contro i miserabili
un sovrappiù di tormento
perfino odioso, se messo in rapporto
con criteri d’equanime pietà.
Tanto più che a distanza non soverchia
un tempo buono conciliava viaggi
per vacanze e diporti a masse allegre,
quando sarebbe stato meglio un piovervi
in abbondanza, perché vi sparisse
l’ombra di una strisciante siccità.
Fu detto un giorno al sole: “Fèrmati!”.
Perché non dire alla pioggia: “Rimuoviti!”?
Se neanche il cielo ha indulgenza dei miseri,
come ci può incuorare pure l’ultima
– che tutto aggrega – a morire: Speranza?

 

* * *

 

Solo per elfi e poeti


Una sfalda di penne
incollata all’asfalto,
mossa da un vento lieve
si solleva leggera.

somiglia a una raggiera
di dita in guanto nero
che domandino aiuto,
o che tristi salutino.

È un richiamo severo,
nel suo muto linguaggio,
un allerta funereo:
per ognuno c’è un’ora.

Od è forse lamento:
ero un uccello vispo,
sono morto di colpo:
perché?, che ho fatto?, ditemi!

Sfrecciano i cupi bolidi,
nessuno se ne avvede:
quel grumo è voce e monito
solo per elfi e poeti.

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