Sette racconti scorrono, uno
dietro l’altro, in queste pagine di Eugenia Cafferata. Sette
racconti uniti come da un filo invisibile, fatto di
sentimenti, di intreccio continuo tra sogno e realtà, tra
corpo e spirito, con lo scorrere del tempo che lascia tracce
marcate, impresse nella mente e nel cuore dei protagonisti,
spesso sotto forma di malinconia, se non di struggente
nostalgia, come nel caso della donna manager chiusa nel suo
bozzolo di cinismo che è (irrimediabilmente?) impermeabile
alle emozioni e all’amore. È nell’ultimo racconto che esce
allo scoperto la figura del “fantasiano”, che ha «ali come
le fate». Ed è sempre nello stesso racconto che si cita
esplicitamente una grande scrittrice come Jane Austen. Ma il
lettore troverà la dimensione della fantasia, del mescolarsi
appunto del sogno con la realtà, già nelle prime pagine e
poi nelle seguenti: la scrittrice e il fantasma uniti da uno
specchio, la nipote e lo spirito dello zio uniti dalla
musica, l’angelo caduto sulla Terra che cerca (e trova?) il
contatto con la ragazza desiderata. E lo stesso è per le
implicite citazioni, attraverso l’atmosfera che l’autrice
riesce a creare, di scrittori come Zafon o Tammuz, di loro
libri come Il gioco dell’Angelo e Il labirinto.
O se si vuole, anche di maestri del cinema come Wim Wenders.
Insomma, immergersi nella lettura di questi racconti
significa davvero entrare in una dimensione magica, fatta di
sentimenti e di passioni, di dubbi e di scelte, come quella,
racchiusa in una sola semplice parola, fatta dall’anziano
professore di Oxford giunto alla sua ultima lezione. È la
vita, con il suo groviglio di emozioni e i suoi
piccoli-grandi misteri, il cuore di questo libro di Eugenia
Cafferata.
Walter Veltroni
* * *
Lo sguardo dell’anziano
professore sull’aula vuota era dolente e colmo di nostalgia.
Di lì a poco, tra quei banchi, sarebbero comparsi come al
solito i suoi studenti, la sua ultima generazione di
studenti, e mai come allora sentì il peso degli anni,
l’orrore della menzogna che ripeteva da mesi e che lo voleva
entusiasta all’idea del meritato riposo.
Non era sciocco attaccamento alle proprie abitudini, e
neppure la convinzione di essere insostituibile, e meno
ancora il pensiero di non sapere che fare delle proprie
giornate. Quella era materia per mediocri scribacchini, non
per lui. Non gliene fregava niente, dell’ansia da
pensionamento, ed era sincero nel dirlo quanto nel pensarlo.
E tuttavia non sapeva perché l’idea di quell’ultima lezione
lo atterrisse tanto.
Il discorso di commiato del Rettore era stato traboccante di
elogi, di felicitazioni per il traguardo raggiunto e per le
generazioni di studenti formate dalla sua «personalità di
indubbio spessore morale e culturale», ma non era servito a
cacciare quel senso di vuoto che lo aveva assalito non
appena aperti gli occhi.
Alle cinque e mezza in punto, senza bisogno di sveglia, come
ogni mattina negli ultimi quarant’anni, si era messo a
sedere sul letto e aveva fissato il quadro sopra il camino
che nessuno, da che lui ricordasse, aveva mai acceso. Un
gesto ripetitivo, forse inutile, forse scaramantico. Un
rituale silenzioso e pieno di dignità con cui da
quarant’anni omaggiava ciò che stava al primo posto nella
sua vita.
«Cosa farai adesso? Smetterai di guardarlo da solo, o vuoi
che lo faccia spostare?». L’anziano professore aveva
impercettibilmente tremato per la sorpresa nel sentire la
voce della moglie. Non si era mai svegliata così presto,
lei.
Si voltò quel tanto che bastava per osservarla, ancora
assonnata ma sorridente, e ripetersi che forse le guglie di
quel quadro non occupavano propriamente il primo
posto, nella sua vita.
«Dovresti dormire» le aveva sussurrato, sorridendo a propria
volta, censurando il desiderio di accarezzarle il viso.
Indulgere alla dolcezza a quell’ora del mattino, in
quell’ultimo giorno che doveva essere consacrato alle guglie
di Oxford e a nient’altro, sarebbe stato troppo egoista. E
lui non era mai stato egoista.
«Vuoi che venga con te?»
L’uomo le aveva restituito uno sguardo riconoscente; erano
trascorsi anni, dall’ultima volta in cui l’aveva assistito
in aula, molti e felici anni da quell’ultima lezione di
novembre che ancora entrambi ricordavano con precisione fin
nel dettaglio più insignificante.
«Lo faresti davvero?». La donna si tirò a sedere, piegando
le gambe sotto le coperte ed appoggiandovi i gomiti. Le
invidiava quella facilità di movimenti, lui che pur in buona
forma stava iniziando a fare i conti con gli inconvenienti
articolari di un’età che fino ad allora si era rivelata
inauditamente generosa; lei gli lesse negli occhi il suo
eterno pensiero, e ne rise, con garbo.
«Tecnicamente, dal momento che non mi hai mai licenziata,
sono ancora la tua assistente... E, sì, qualche anno di meno
giova alle articolazioni, ma non per questo ti consiglio di
invidiarmi».
Il professore si alzò e fece il giro del letto, si chinò per
baciarla sulla fronte e sorrise.
«Non ti invidio di certo, tesoro. Quando non ci sarò più io,
chi disturberà il tuo sonno ogni mattina alle cinque e
mezza?». Lei si fece seria.
«Te lo ripeto da trentadue anni e otto mesi, Jack. Non
potresti mai andartene senza di me». L’anziano professore la
guardò con condiscendenza, senza dire una parola. «E non
guardarmi in quel modo! Non sono una bambina, se la cosa ti
fosse accidentalmente sfuggita».
L’uomo scosse la testa, rassegnato a sopportare qualunque
obiezione della donna che tanti anni prima aveva – non senza
fatica o remore, data la preoccupazione per lo scarto d’età
e per altre mille ed una cose in base alle quali secondo il
proprio parere non sarebbe stato degno di lei – scelto come
compagna e che, a più di sessant’anni come a trenta, non
aveva mai smesso di volere per sé l’ultima parola.
«Ti aspetto in salotto per le sette».
[...]