i libri

Eugenia Cafferata

 

Come i papaveri

sotto la pioggia

2009

ISBN 13: 978-88-7536-236-2

pp. 62

cm 15x21

€ 10,00

 

L'autore

I testi

Recensioni

Riconoscimenti

Dello stesso autore

 

Acquista on line su:

9

9

9

L'autore

Eugenia Cafferata è nata a Chiavari nel 1983.

È autrice di racconti e romanzi brevi.

Durante il Liceo Classico ha partecipato ad iniziative promosse da giornali a tiratura nazionale per la diffusione dei quotidiani nelle scuole. Attualmente frequenta la facoltà di Lettere presso l'Università di Pisa.

Come i papaveri sotto la pioggia è la sua opera di esordio.

0

I testi

 

Sette racconti scorrono, uno dietro l’altro, in queste pagine di Eugenia Cafferata. Sette racconti uniti come da un filo invisibile, fatto di sentimenti, di intreccio continuo tra sogno e realtà, tra corpo e spirito, con lo scorrere del tempo che lascia tracce marcate, impresse nella mente e nel cuore dei protagonisti, spesso sotto forma di malinconia, se non di struggente nostalgia, come nel caso della donna manager chiusa nel suo bozzolo di cinismo che è (irrimediabilmente?) impermeabile alle emozioni e all’amore. È nell’ultimo racconto che esce allo scoperto la figura del “fantasiano”, che ha «ali come le fate». Ed è sempre nello stesso racconto che si cita esplicitamente una grande scrittrice come Jane Austen. Ma il lettore troverà la dimensione della fantasia, del mescolarsi appunto del sogno con la realtà, già nelle prime pagine e poi nelle seguenti: la scrittrice e il fantasma uniti da uno specchio, la nipote e lo spirito dello zio uniti dalla musica, l’angelo caduto sulla Terra che cerca (e trova?) il contatto con la ragazza desiderata. E lo stesso è per le implicite citazioni, attraverso l’atmosfera che l’autrice riesce a creare, di scrittori come Zafon o Tammuz, di loro libri come Il gioco dell’Angelo e Il labirinto. O se si vuole, anche di maestri del cinema come Wim Wenders.
Insomma, immergersi nella lettura di questi racconti significa davvero entrare in una dimensione magica, fatta di sentimenti e di passioni, di dubbi e di scelte, come quella, racchiusa in una sola semplice parola, fatta dall’anziano professore di Oxford giunto alla sua ultima lezione. È la vita, con il suo groviglio di emozioni e i suoi piccoli-grandi misteri, il cuore di questo libro di Eugenia Cafferata.

                                                                         Walter Veltroni
 

* * *

 

Lo sguardo dell’anziano professore sull’aula vuota era dolente e colmo di nostalgia. Di lì a poco, tra quei banchi, sarebbero comparsi come al solito i suoi studenti, la sua ultima generazione di studenti, e mai come allora sentì il peso degli anni, l’orrore della menzogna che ripeteva da mesi e che lo voleva entusiasta all’idea del meritato riposo.
Non era sciocco attaccamento alle proprie abitudini, e neppure la convinzione di essere insostituibile, e meno ancora il pensiero di non sapere che fare delle proprie giornate. Quella era materia per mediocri scribacchini, non per lui. Non gliene fregava niente, dell’ansia da pensionamento, ed era sincero nel dirlo quanto nel pensarlo. E tuttavia non sapeva perché l’idea di quell’ultima lezione lo atterrisse tanto.
Il discorso di commiato del Rettore era stato traboccante di elogi, di felicitazioni per il traguardo raggiunto e per le generazioni di studenti formate dalla sua «personalità di indubbio spessore morale e culturale», ma non era servito a cacciare quel senso di vuoto che lo aveva assalito non appena aperti gli occhi.
Alle cinque e mezza in punto, senza bisogno di sveglia, come ogni mattina negli ultimi quarant’anni, si era messo a sedere sul letto e aveva fissato il quadro sopra il camino che nessuno, da che lui ricordasse, aveva mai acceso. Un gesto ripetitivo, forse inutile, forse scaramantico. Un rituale silenzioso e pieno di dignità con cui da quarant’anni omaggiava ciò che stava al primo posto nella sua vita.
«Cosa farai adesso? Smetterai di guardarlo da solo, o vuoi che lo faccia spostare?». L’anziano professore aveva impercettibilmente tremato per la sorpresa nel sentire la voce della moglie. Non si era mai svegliata così presto, lei.
Si voltò quel tanto che bastava per osservarla, ancora assonnata ma sorridente, e ripetersi che forse le guglie di quel quadro non occupavano propriamente il primo posto, nella sua vita.
«Dovresti dormire» le aveva sussurrato, sorridendo a propria volta, censurando il desiderio di accarezzarle il viso. Indulgere alla dolcezza a quell’ora del mattino, in quell’ultimo giorno che doveva essere consacrato alle guglie di Oxford e a nient’altro, sarebbe stato troppo egoista. E lui non era mai stato egoista.
«Vuoi che venga con te?»
L’uomo le aveva restituito uno sguardo riconoscente; erano trascorsi anni, dall’ultima volta in cui l’aveva assistito in aula, molti e felici anni da quell’ultima lezione di novembre che ancora entrambi ricordavano con precisione fin nel dettaglio più insignificante.
«Lo faresti davvero?». La donna si tirò a sedere, piegando le gambe sotto le coperte ed appoggiandovi i gomiti. Le invidiava quella facilità di movimenti, lui che pur in buona forma stava iniziando a fare i conti con gli inconvenienti articolari di un’età che fino ad allora si era rivelata inauditamente generosa; lei gli lesse negli occhi il suo eterno pensiero, e ne rise, con garbo.
«Tecnicamente, dal momento che non mi hai mai licenziata, sono ancora la tua assistente... E, sì, qualche anno di meno giova alle articolazioni, ma non per questo ti consiglio di invidiarmi».
Il professore si alzò e fece il giro del letto, si chinò per baciarla sulla fronte e sorrise.
«Non ti invidio di certo, tesoro. Quando non ci sarò più io, chi disturberà il tuo sonno ogni mattina alle cinque e mezza?». Lei si fece seria.
«Te lo ripeto da trentadue anni e otto mesi, Jack. Non potresti mai andartene senza di me». L’anziano professore la guardò con condiscendenza, senza dire una parola. «E non guardarmi in quel modo! Non sono una bambina, se la cosa ti fosse accidentalmente sfuggita».
L’uomo scosse la testa, rassegnato a sopportare qualunque obiezione della donna che tanti anni prima aveva – non senza fatica o remore, data la preoccupazione per lo scarto d’età e per altre mille ed una cose in base alle quali secondo il proprio parere non sarebbe stato degno di lei – scelto come compagna e che, a più di sessant’anni come a trenta, non aveva mai smesso di volere per sé l’ultima parola.
«Ti aspetto in salotto per le sette».

[...]

00

Recensioni
Riconoscimenti
Dello stesso autore
0