i libri

 

Matteo Cannonero

 

Un'idea senza fine

 

Così nacque la Croce Rossa:

il Risorgimento italiano e oggi

 

Presentazione di

Cornelio Sommaruga

Intervista a Massimo Barra

 

2014

ISBN-13: 978-88-7536-352-9

pp. 274

cm 15x21

€ 16,50

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Matteo Cannonero, Volontario della Croce Rossa fin dall’età di 8 anni, attualmente ricopre gli incarichi di Delegato Regionale (CRI) alla Storia e agli Archivi e di Commissario del Comitato Locale CRI di Cassìne (AL).
In precedenza, è stato Commissario Prov.le Donatori Sangue di Alessandria, Commissario vicario del Comitato Locale di Acqui Terme, Responsabile dell’Ufficio Affari Internazionali, RLF - Restoring Family Links e attività sociali per il Comitato Prov.le di Alessandria.
Ufficiale del Corpo Militare CRI, è anche Istruttore di Diritto Internazionale Umanitario e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate.
Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attualmente frequenta il Dottorato di Ricerca in Autonomie Locali, Servizi Pubblici e Diritti di Cittadinanza presso l’Università del Piemonte Orientale di Alessandria.
All’attivo, vanta altre due pubblicazioni: Gli italiani nella Guerra di Corea. La storia sconosciuta della partecipazione italiana al conflitto coreano, Fuoco Edizioni, Roma 2012 e Neutralità e Croce Rossa. Alle origini del soccorso umanitario in tempo di guerra (Messina 1848, Solferino 1859, Ginevra 1864), Booksprint Ed., Salerno 2013.

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I testi

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Dalle sue idee ispiratorie ai giorni nostri, la Croce Rossa viene qui celebrata, avendo raggiunto nel 2014 l’importante traguardo dei suoi primi 150 anni di attività.
È un risultato di cui l’Italia dovrebbe andare fiera, poiché il suo primo enunciatore fu Ferdinando Palasciano, medico di Capua che prestò servizio nell’esercito borbonico. Fu proprio grazie ad una sua intuizione e al suo coraggio, se oggi possiamo godere del principio della Neutralità applicato agli individui, primo passo per lo sviluppo del Diritto Internazionale Umanitario, ossia quella specifica branca del diritto internazionale pubblico basata sui diritti e doveri dei belligeranti e sul rispetto dei soggetti della guerra: combattenti, civili, prigionieri, feriti.
Poi venne l’opera del ginevrino Jean Henry Dunant, che da civile si adoperò nella sanguinosa battaglia di Solferino nella seconda guerra d’Indipendenza italiana e che da quella esperienza trasse lo spunto per far nascere l’istituzione, la cui genesi è raccontata anche attraverso documenti inediti mai tradotti finora in Italia.
Quale sia stato il cammino della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa fino ad oggi, lo sottolinea l’intervista a Massimo Barra, italiano da tempo ai vertici internazionali dell’organizzazione.

 

* * *

 

L'uomo dei due giuramenti: Ferdinando Palasciano

Napoli, 28 aprile 1861. Dalla proclamazione dell’Unità d’Italia era trascorso un mese, poco più. Nei locali dell’Accademia Pontaniana – quattro secoli di cultura e di scienza alle spalle – la voce di un medico declamava con vigore, libera ormai da qualsiasi forma di condizionamento. Parlava di feriti di guerra, di fratture, della necessità di favorire le moderne metodiche di trattamento, che miravano alla conservazione dell’arto, rifiutando la sbrigativa pratica dell’amputazione. E tornava a sostenere – per questo fu addirittura perseguitato nel Regno delle Due Sicilie – quel principio di neutralità secondo il quale, durante i combattimenti, anche i nemici avevano diritto a essere curati. Il suo nome, Ferdinando Palasciano, sfruttò subito i nuovi orizzonti politici; le sue idee, pure. Avrebbero guadagnato maggior gloria se solo ci fosse stata fin da allora una vera identità nazionale. L’ortopedia come specialità autonoma doveva ancora nascere, ma i chirurghi che si occupavano dell’apparato scheletrico c’erano già e si davano da fare. Palasciano tra questi. La sua formazione si era evoluta sul campo, nel senso puro del termine, visto che per lui si era trattato di un vero campo di battaglia. Con la divisa di tenente medico dell’esercito borbonico ne aveva raccolti tanti di feriti, e per ognuno di loro – amico o nemico che fosse – si era prodigato per salvare tutto quel che si poteva: la vita innanzitutto, poi anche una parte del corpo, magari un arto. Su questi solidi principi di etica (indiscutibili al giorno d’oggi, rivoluzionari a quei tempi) aveva impostato le sue conoscenze e le sue intuizioni, che lo avevano reso un esperto in materia. Parlava dunque con cognizione di causa e in maniera convincente dal pulpito dell’accademia napoletana.
L’eco di quel discorso non si perse nel vuoto; restò traccia soprattutto nelle stampe, trovando anche all’estero lettori molto interessati (qualcuno anche troppo, come si vedrà). Se nel campo scientifico e sociale il pensiero e l’opera del Palasciano rifulgono di una luce vivissima, luce di carità, di antiveggenza, di giustizia e di pietà; se la storia riconosce a lui il primato di vero anticipatore ed iniziatore di quella grande istituzione che è la Croce Rossa Internazionale, è altrettanto vero che i tratti somatici della persona e le note caratteriologiche di questa figura complessa di scienziato, di soldato, di patriota, acquistano un sapore e un colore vivacissimo nelle pagine di quella storia che spesso non viene neppure divulgata.
Fedinando Antonio Palasciano nacque il 13 giugno 1815 a Capua, città in cui compì i primi studi nel seminario. A 22 anni era già laureato in belle lettere e filosofia e in veterinaria. Il suo primo lavoro riguardò le distorsioni nei grandi animali domestici. Ma quasi subito dopo egli si sentì predisposto verso gli studi di medicina e chirurgia umana, e si iscrisse all’Ateneo di Messina perché in quella città lo avevano portato ragioni di lavoro professionale. Si laureò in Medicina e Chirurgia il 27 giugno 1840.
[...]
Da sette anni Palasciano svolgeva le mansioni di primario chirurgo all’Ospedale degli Incurabili di Napoli. Una posizione di prestigio in un’istituzione altrettanto prestigiosa. L’ospedale fu fondato nel lontano 1522 per volere di Maria Longo, una nobildonna spagnola che, guarita miracolosamente da una grave malattia, decise di dedicare tutta la sua vita in opere di carità. Sorto come semplice luogo di ricovero per coloro che erano affetti da malattie considerate incurabili (tra le tante c’erano anche le «spezzature delle ossa») divenne, col tempo, un centro di assistenza di alto livello, sia per la qualità delle strutture che per la fama dei professionisti chiamati a prestarvi la loro opera. Le molteplici opportunità di cura offerte – a dispetto dell’intestazione – avevano finito col richiamare sul colle di Caponapoli pazienti da ogni parte d’Europa.
Se aveva raggiunto e mantenuto un incarico così importante, Palasciano lo doveva solo alle proprie capacità e alla stima che fu capace a guadagnarsi. Piuttosto, ebbe la fortuna di trovare in quel nosocomio una scuola sempre attiva per la base di partenza dei suoi lunghi studi. In questo caso poté verificare come nell’anchilosi angolare del ginocchio (caratterizzata per lo più da una deformità inflessione, rotazione esterna, sublussazione posteriore e abduzione della gamba) un ruolo patogenetico fondamentale era svolto dal muscolo tensore della fascia lata. Pertanto, la sezione sottocutanea del suo tendine (oltre a quelli del bicipite e del vasto esterno) doveva costituire il primo tempo di un intervento che prevedeva poi la rottura dell’anchilosi (esagerando la flessione) e la posizione definitiva dell’arto in estensione.
I principi ispiratori, non un semplice accorgimento di tecnica, avevano rappresentato la vera novità. E questo rese più razionale il metodo chirurgico. La sua diffusione – portandosi dietro il nome stesso dell’autore – toccò città importanti come Torino (che faceva ancora parte di un altro stato), Lione, Londra. Il culmine della popolarità fu raggiunto quando Palasciano fu invitato a Parigi per dare dimostrazione in sala operatoria davanti a un gran numero di chirurghi europei, riuniti in congresso. Il francese Bonnet, uno dei più autorevoli del tempo, restò talmente ammirato da esclamare: «Soltanto la mano di Ferdinando Palasciano poteva compiere un tale miracolo chirurgico!».
Meno nota fino allora, ma sicuramente più consistente e degna di maggior credito, fu la sua competenza raggiunta sul versante della traumatologia. Aveva potuto far tesoro della lunga attività svolta nell’Ospedale Militare della Santissima Trinità, a Montecalvario, quartiere del centro antico chirurgico già affermata, nel quale furono succeduti grandi maestri, da Domenico Cotugno (agli inizi dell’Ottocento) in poi. Fu, per così dire, un altro campo da prima linea sul quale maturare la propria esperienza; entrato con la qualifica di “chirurgo di giornata”, si guadagnò dopo quattro anni la nomina di primario e di professore ordinario di chirurgia. Nell’anfiteatro della sala settoria – uno dei locali storici dello stabilimento – toccava a lui adesso insegnare agli allievi l’anatomia descrittiva e dimostrare le operazioni sui cadaveri. Furono proprio i suoi interessi in campo ortopedico a procurargli una certa popolarità. Fra le pubblicazioni d’inizio carriera, larga approvazione ottenne Nuovo metodo di cura dell’anchilosi angolare del ginocchio (1847). Si trattava di una patologia abbastanza frequente all’epoca, come esito sia di lesioni traumatiche sia infiammatorie o degenerative croniche. Qui Palasciano ideò una tecnica chirurgica innovativa, la quale fu scaturita da ricerche anatomo-fisiologiche condotte sui muscoli interessati ai movimenti articolari. Gli esperimenti sugli animali (che lui conosceva bene per aver conseguito anche la laurea in Veterinaria) e quelli sui cadaveri furono proficua fonte d’ispirazione, ed egli pensò di divenire un medico militare. Si arruolò subito dopo la laurea (conseguita nel 1840, a 25 anni), entrando nell’esercito borbonico col grado di alfiere medico. In tale veste partecipò nel 1848 alla missione voluta da Ferdinando di Borbone per reprimere l’insurrezione di Messina. Il generoso e valoroso ufficiale medico Palasciano si prodigò nel portare aiuto ai sofferenti, amici e nemici, borbonici o liberali, napoletani o messinesi. La cosa fu estremamente scandalosa e grave per quei tempi: prestare aiuto e soccorso ai feriti nemici!
Il generale Filangieri in pubblica adunanza minacciò Palasciano di deferimento al Tribunale Militare di guerra «perché si è fatto spontaneo custode della vita dei feriti nemici».
Palasciano rispose con parole assai dure ma veritiere, le quali furono la base di tutta la sua futura opera umanitaria, innovatrice: «La vita dei feriti di guerra è sacra, essi debbono essere considerati neutrali e come tali aventi diritto all’aiuto e alla protezione dell’una e dell’altra parte degli eserciti belligeranti».
Palasciano allora aveva 33 anni. Il generale Filangieri lo deferì al Tribunale di guerra e ne chiese la fucilazione immediata. A sua difesa Palasciano dichiarò: «La mia missione di medico è più sacra del mio dovere di soldato». Per questo ragionamento, Palasciano è altresì conosciuto come l’uomo dei due giuramenti: il primo, sancito rivolto a Ippocrate e, il secondo, al Re borbonico.
Per intervento di Re Ferdinando la pena capitale fu commutata in un anno di carcere, da scontare in una fortezza militare a Reggio Calabria, prima di essere confinato presso la fortezza di Capua, sua città natia.

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