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Una storia
d’amore può essere un labirinto di specchi nel quale
osservare l’agitazione del proprio animo come fosse un volto
altrui, salvo poi capire che nel nostro modo di amare
esprimiamo noi stessi senza più censure. In questo romanzo
intenso e vitalissimo la protagonista dialoga con la persona
amata, assente anche nei pochi attimi in cui c’è, e racconta
la storia di questo rapporto rinunciando ad ogni falso
pudore, restituendo al lettore l’amore per quel che è:
slanci, delusioni, passione, lacrime, sudori. La persona
amata viene osservata con attenzione, viene fatta propria
dalla donna innanzitutto con la vista, il tatto, tentando
quasi di arrivare al suo animo passando attraverso la sua
pelle. Questo libro, costruendo un edificio di storie che si
intersecano, riflessioni profonde ed una scrittura
efficacemente espressiva, racconta l’illusione di un amore
che significhi davvero vicinanza.
* * *
Grazie d’avermi condotto
mentre mi sentivo nella notte, come Ecate mi hai preso
dolcemente per mano e pian piano mi hai fatto scendere le
scale fino al fondo dell’oscurità, fino al buio che alberga
in me, giù nella profondità dove deboli e spaventati ci
perdiamo. Lì ho toccato l’incompiutezza del mio essere, e ho
sentito fino in fondo la mia debolezza. Là era il mio corpo
che parlava e gridava e solo a tratti cantava una canzone di
libertà. Voleva essere libero di esprimersi. Voleva fiorire
come una magnolia a primavera. Tutte le mie membra
respiravano e cercavano la melodia giusta per poter cantare
con il tuo. E così anche tutti gli altri sensi bussavano
alla porta dell’anima. Riconoscere il profumo della tua
anima e in punta di dita sfiorare i tuoi pensieri. Con gli
occhi spalancati riconoscere la tua luce e il suo colore e,
muovendo appena il capo, percepire distintamente la tua
ombra. Sempre di corsa era difficile scorgere il tuo vero
sguardo, tenebroso e luminoso al contempo. Ti guardavo
distrattamente da lontano e non ti sopportavo. Non mi
piaceva apparentemente nulla di te. Solo il tuo nome mi era
noto e non m’interessava granché di conoscere altro. Volevo
chiudere la porta, non sentire la tua voce, non ascoltare i
rumori di scena. Ti respingevo anche se tu non camminavi
verso di me, non conoscevi ancora la mia anima. Solo immerso
nel tuo mondo e nel tuo lavoro. Era la mia mente e il mio
cuore che cacciavano via il pericolo che tu rappresentavi
per la mia vita. Come l’orlo di un precipizio. Terreno
pericoloso e avventuroso che l’istinto indicava come un
tabù. E il mio corpo come calamita si sentiva attrarre dalla
tua apparente libertà di essere e dalla conseguente
spontaneità. Dopo, solo un po’ dopo, un pomeriggio di maggio
avvenne il miracolo. In piedi davanti a me, con la faccia
stanca cercavi al bar un po’ di riposo dalla tua giornata di
prove così intense ed usuranti. Tra una scena e l’altra
qualche sorso d’acqua fresca e un po’ di respiro. Mi sono
alzata di scatto, non sapendo che eri così vicino a me. E ci
siamo ritrovati lì, l’uno di fronte all’altra.
E finalmente ci siamo guardati negli occhi. Il tuo sguardo,
altalenante, a volte fuggiva via dal mio. Ho imparato a
conoscere il colore delle tue pupille, una tonalità
autunnale come la stagione in cui sei nato. Fissandoti, ho
letto la pena nei tuoi occhi e ricordo di essermi chiesta:
da dove proviene questo dolore? Poi, per ingannare il tempo
e l’imbarazzo ho parlato:
«Stanco, Mr. Buck? Giornata pesante?»
«Sì, come al solito» mi dicesti con sguardo stupito.
Era normale minimizzare. Avrei imparato dopo che la tua
vita, apparentemente pazza e intensa, è stata tutta un gioco
al ribasso.
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