i libri

Cinzia Luigia Cavallaro

 

Sogno amaranto

2010

ISBN-13: 978-88-7536-257-7

pp. 118

cm 15x21

€ 11,50

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Cinzia Luigia Cavallaro è nata a Milano nel 1961. Ha vissuto cinque anni a Londra e, una volta in Italia, ha lavorato principalmente come traduttrice-interprete. Nel 1983 è stata presidente della Biblioteca Civica di Bernareggio.
Nel 1994 è stata premiata a La Spezia per il suo racconto Gita al porto. Ha pubblicato due raccolte poetiche: nel 2008 Kairos con Giraldi Editore e nel marzo 2010 Dies Natalis nella collana Plaquette delle Edizioni Il Foglio.
Sogno amaranto è il suo esordio narrativo.
Il suo blog è www.wordsinprogress.it

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I testi

 

Una storia d’amore può essere un labirinto di specchi nel quale osservare l’agitazione del proprio animo come fosse un volto altrui, salvo poi capire che nel nostro modo di amare esprimiamo noi stessi senza più censure. In questo romanzo intenso e vitalissimo la protagonista dialoga con la persona amata, assente anche nei pochi attimi in cui c’è, e racconta la storia di questo rapporto rinunciando ad ogni falso pudore, restituendo al lettore l’amore per quel che è: slanci, delusioni, passione, lacrime, sudori. La persona amata viene osservata con attenzione, viene fatta propria dalla donna innanzitutto con la vista, il tatto, tentando quasi di arrivare al suo animo passando attraverso la sua pelle. Questo libro, costruendo un edificio di storie che si intersecano, riflessioni profonde ed una scrittura efficacemente espressiva, racconta l’illusione di un amore che significhi davvero vicinanza.

 

* * *

 

Grazie d’avermi condotto mentre mi sentivo nella notte, come Ecate mi hai preso dolcemente per mano e pian piano mi hai fatto scendere le scale fino al fondo dell’oscurità, fino al buio che alberga in me, giù nella profondità dove deboli e spaventati ci perdiamo. Lì ho toccato l’incompiutezza del mio essere, e ho sentito fino in fondo la mia debolezza. Là era il mio corpo che parlava e gridava e solo a tratti cantava una canzone di libertà. Voleva essere libero di esprimersi. Voleva fiorire come una magnolia a primavera. Tutte le mie membra respiravano e cercavano la melodia giusta per poter cantare con il tuo. E così anche tutti gli altri sensi bussavano alla porta dell’anima. Riconoscere il profumo della tua anima e in punta di dita sfiorare i tuoi pensieri. Con gli occhi spalancati riconoscere la tua luce e il suo colore e, muovendo appena il capo, percepire distintamente la tua ombra. Sempre di corsa era difficile scorgere il tuo vero sguardo, tenebroso e luminoso al contempo. Ti guardavo distrattamente da lontano e non ti sopportavo. Non mi piaceva apparentemente nulla di te. Solo il tuo nome mi era noto e non m’interessava granché di conoscere altro. Volevo chiudere la porta, non sentire la tua voce, non ascoltare i rumori di scena. Ti respingevo anche se tu non camminavi verso di me, non conoscevi ancora la mia anima. Solo immerso nel tuo mondo e nel tuo lavoro. Era la mia mente e il mio cuore che cacciavano via il pericolo che tu rappresentavi per la mia vita. Come l’orlo di un precipizio. Terreno pericoloso e avventuroso che l’istinto indicava come un tabù. E il mio corpo come calamita si sentiva attrarre dalla tua apparente libertà di essere e dalla conseguente spontaneità. Dopo, solo un po’ dopo, un pomeriggio di maggio avvenne il miracolo. In piedi davanti a me, con la faccia stanca cercavi al bar un po’ di riposo dalla tua giornata di prove così intense ed usuranti. Tra una scena e l’altra qualche sorso d’acqua fresca e un po’ di respiro. Mi sono alzata di scatto, non sapendo che eri così vicino a me. E ci siamo ritrovati lì, l’uno di fronte all’altra.
E finalmente ci siamo guardati negli occhi. Il tuo sguardo, altalenante, a volte fuggiva via dal mio. Ho imparato a conoscere il colore delle tue pupille, una tonalità autunnale come la stagione in cui sei nato. Fissandoti, ho letto la pena nei tuoi occhi e ricordo di essermi chiesta: da dove proviene questo dolore? Poi, per ingannare il tempo e l’imbarazzo ho parlato:
«Stanco, Mr. Buck? Giornata pesante?»
«Sì, come al solito» mi dicesti con sguardo stupito.
Era normale minimizzare. Avrei imparato dopo che la tua vita, apparentemente pazza e intensa, è stata tutta un gioco al ribasso.

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