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I
(sono nello stomaco del mostro, e so che urlare non mi
servirà a niente. Parte piano con uno sbuffo timido,
s’incurva sbiadito, non si fermerà che quando
avrà visto tutto. E tu ci sei intrappolato dentro, tutto
scorre come per fotogrammi rallentati, proiettati fuori dalla tua
coscienza. Alcuni sono troppo vividi perché gli occhi
possano reggerli, eppure dovrai assaggiarli come tutti gli altri.
Forse posso cercare di fuggire. Devo poter anch’io godere
della mia Arianna che mi guidi fuori dal labirintico incesto, minotauro
carnale mostruoso che ripudia ogni suo consimile. Ma dove andrei una
volta uscito? Troppo lontano finché si perdano le tracce del
passato cui mi sono affezionato, financo nella sua
brutalità, e con esso si dilegui ogni speranza di poter
comprendere le mie radici? O troppo vicino, a scrutare nitido il male
del vivere strappato alla vita, la gogna di ogni mattina per essere
ancora? La domanda è una delle più abusate, non
si aspetterebbe il batter d’un ciglio a definirla patetica,
retorica, già detta – cibo trito che viene
rigurgitato e ringoiato. Ma per me è cosa seria,
necessità stringente. Ci siamo tanto abituati
all’indolenza dei giocattoli giornalmente regalati, che le
cose serie ormai danno noia.
Dove andare allora? Dove? Forse posso chiederlo a te, Anima Passante,
che cerco di indovinare in fattezze angeliche – ma lo
sappiamo entrambi che è il Nefasto, il Catastrofico,
l’Incombente che sogniamo ogni notte. Ebbene sia!
Sceglierò te per queste riflessioni, che nessuno legga come
saggio eudemonico, che nessuno legga come romanzo esistenziale, che
nessuno legga come poesia vaticinante, che nessuno legga come
messinscena di un forsennato orgoglio, che nessuno legga.
Questi fogli bianchi, sporcati dall’inchiostro tecnologico,
non vogliono avere nessuna forma se non quella che ognuna delle Anime
Passanti vorrà loro dare. Se queste pagine denunciano nello
spessore di pochi millimetri, nel freddo del tatto circostanziato della
mano che le accarezza, la loro reale esistenza, per me non sono che
passata perversa utopia.
Il passato: il passato è il tempo di ciò che fu,
il tempo della morte. È così che insigni maestri
lo hanno sempre ritratto, mucchi di rovine con accanto
l’angelo del ricordo, ancella e fragile guscio di ostrica
lapidaria che perpetua la vana speranza. Proprio per questa iconografia
prestampata, Anima Passante, molti ti hanno ammonito a non ricordare
mai, mai vivere nel languore dei sensi che non fa progredire. Io invece
i momenti più belli, che sono inevitabilmente i
più orrendi, li ho salvati dalla cenere dove erano finiti,
convinto contro ogni vulgata, che in questa vita non ti è
permesso dimenticare: se perdi il conto dei tuoi passi nessuno ti
ritroverà mai più.
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