i libri

Maria Zunino

 

Sette fette di polenta

Racconti di Olbicella

 

ISBN-13: 978887536445-8

2019

pp. 152

cm 15x21

€ 15,00

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L'autore

Maria Caterina Zunino, nata a Olbicella, vive da lungo tempo a Genova dove, per quarant’anni, ha insegnato alle scuole elementari, mantenendo comunque un forte legame col luogo d’origine, dove ha ancora una casa di campagna.
Andata in pensione, alla ricerca di una nuova dimensione, ha iniziato a scrivere “racconti della memoria” raccolti nel volumetto autoprodotto Olbicella 2016.

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I testi


Questa raccolta di racconti ruota attorno a un paese senza storia, Olbicella, dove le vicende della vita si sono susseguite nei secoli senza lasciare tracce. Nessun castello, residenza di duchi o marchesi, nessun monastero con resti di comunità religiose, come a Tiglieto, distante solo 4,5 km. A Olbicella si campava coltivando la terra e si spartiva col padrone. Per questo, le bambine andavano a “servizio” nelle case delle persone benestanti o in convento, ma una dura sorte era riservata anche ai ragazzi che prestissimo conoscevano la fatica del lavoro nei campi.
La descrizione di luoghi e genti di quest’area di confine fra Liguria e Piemonte si esprime qui in narrazioni di ampio respiro, nelle quali trame coinvolgenti o originali sono anche lo spunto per un’analisi storico-sociologica del territorio.
Attraverso la lente della distanza temporale, vengono descritti personaggi, sentimenti, abitudini e valori che hanno connotato le vicende interessanti di una piccola comunità fiorente che alla fine dell’Ottocento contava più di 500 abitanti, mentre oggi ha solo 25 residenti.

 

* * *

 

La messa in paese

Erano per lo più donne, quelle che la domenica mattina si affollavano nel piazzale della chiesa, arrivate appositamente in anticipo per scambiarsi saluti, notizie, commenti e pettegolezzi. Nel piccolo paese le novità erano così poche che ogni fatto privato assumeva l’importanza di un evento.
Poi il sagrestano apriva la porta della chiesa e sciamavano dentro ordinatamente, coprendosi il capo con le loro velette, verso i banchi che da sempre erano loro destinati e che recavano la targhetta in metallo col nome di famiglia.
I vecchi del luogo, intanto, prendevano posto dietro all’altare, affacciandosi un poco per dare un’occhiata alle donne.
Suonava una campanella all’interno della piccola chiesa, d’inverno fredda più che fuori e fresca d’estate, dove talvolta si mescolava un odore di polvere, cera, incenso e acqua stagnante nei vasi. Entrava il sacerdote e con voce sicura cominciava a officiare in latino, mentre la folla rispondeva in un linguaggio simile ma mozzo, impreciso, incompreso, anche se salmodiato con un’intonazione sincera.
I chierichetti, scambiandosi occhiate, ridacchiavano, inginocchiati sul freddo marmo e pensavano alla partita a pallone che seguiva la messa. Il divertimento più grande consisteva nello scuotere vigorosamente le campanelle al momento del “Santissimo”.
Quando veniva intonato un canto di supplica o di ringraziamento, c’era sempre la solita voce femminile che voleva sovrastare le altre, mentre da dietro all’altare gli uomini si univano al coro un pochino in ritardo. Ne emergeva una gracchiante, potente, che usciva a tratti, e a tratti taceva e mi faceva sorridere, mentre il resto del coro improvvisato attaccava e riprendeva secondo il ritmo di ciascuno.
Io amavo le belle voci e incapace, per timore, di tirare fuori la mia, restavo affascinata da chi aveva tanto coraggio.
La predica era preceduta da un fruscio di abiti, da uno smuovere di seggiole, da un piccolo tramestìo che ben presto andava calmandosi. Mentre le signore si preparavano all’ascolto attente e compunte, dal luogo degli uomini arrivavano borbottii, commenti, colpi di tosse.
Finalmente la messa era finita: «Ite, missa est» e già dall’interno del tempio, le donne, voltandosi verso l’uscita, cominciavano a sorridersi, a fare cenni col capo, avvicinandosi le une alle altre per dar poi sfogo alla chiacchiera senza freni, appena fuori dal portone.
I vestiti, l’acconciatura, il comportamento di questo o di quello, i fatti accaduti nelle varie famiglie: tutto veniva osservato, vagliato, giudicato. Incuranti delle preghiere appena recitate e del perdono chiesto, si abbandonavano ad occhiate malevoli eloquenti più delle parole o a commenti sussurrati e impietosi; però, soddisfatte e sicure di aver adempiuto al comandamento domenicale, erano certe di meritare il paradiso.
Quand’ero ragazzina andavo a messa perché la mamma mi mandava, spesso con un nuovo vestitino a fiori, ma all’uscita non mi mescolavo alla folla, stavo ad osservare gli abiti a colori sgargianti delle villeggianti con le unghie rosse, i rossetti densi e brillanti che rendevano smaglianti i loro sorrisi, i monili d’oro coi quali si adornavano e ne ammiravo il comportamento disinvolto e la capacità di trovare argomenti di conversazione. Le donne della campagna, invece, avevano un odore di vento, indossavano abiti comodi e scuri sui loro corpi un po’ storti, portavano i capelli grigi raccolti sulla nuca, distinguendosi per quell’aria mesta e dimessa e la frettolosità di tornare a casa alla quale giungevano dopo lungo cammino, mentre le signore avevano l’abitazione in centro.
Finita la messa arrivavano i signori mariti a prenderle per accompagnarle a casa, i notabili del posto: dottori, avvocati, ricchi commercianti che si salutavano con graziosi cenni del capo o vigorose strette di mano.
Quando la cerimonia dei saluti, dei commenti e delle chiacchiere era finita, si incamminavano verso le loro dimore, allora anch’io mi avviavo per tornare, con la testa piena di immagini e pensieri. Sinceramente, dopo quanto avevo osservato o ascoltato, non erano amorevoli verso tutti.

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