i libri

Cinzia Cattarinussi

 

Ripercorrere luoghi

di nome in nome

Riscoprire Pralungo

 

disegni di Claudia Bergo

 

ISBN-13: 978887536445-8

2019

pp. 178

cm 17x24

€ 20,00

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Cinzia Cattarinussi, nata a Vercelli nel 1969, residente nel Biellese. Dopo la maturità in Ragioneria ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere Moderne presso l’Università “Amedeo Avogadro” di Vercelli, sotto la guida del Prof. Giacomo Ferrari.
Suona il sassofono contralto in diverse formazioni bandistiche del Biellese, passione che gli ha trasmesso il papà Celestino.
Impiegata presso Poste Italiane dagli anni ’90 nel ruolo di portalettere, si è appassionata alla storia del territorio in cui operava, interesse che l’ha ispirata alla scelta della tesi di laurea alla base di questo libro.

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I testi


Il quadro onomastico che risulta dalla raccolta di nomi propri e comuni di persona e di luogo, compiuta all’origine di quest’opera, vuole essere una ricostruzione del territorio non solo attraverso le denominazioni delle varie località ma anche degli insediamenti umani minimi. L’indagine è stata infatti condotta a un livello di dettaglio di “grana fine”, dando rilievo anche a nomi di luogo spesso non considerati dalla topografia ordinaria.

 

* * *

INDICE

 

Presentazione del Sindaco Raffaella Molino
Presentazione del Parroco don Ezio Zanotti
Prefazione del Prof. Giacomo Ferrari
La lingua batte dove un luogo c’è della Dott.sa Monica Mosca

Premessa
Introduzione

1. Il comune di Pralungo
1.1 Cenni storici
1.2 Ricerca documentale
1.3 Il territorio
1.4 Attività produttive e manifatturiere
1.5 Religiosità
1.6 Aneddotica

2. Toponomastica
2.1 Quali nomi per quali luoghi
2.2 Il capoluogo e i suoi cantoni
2.3 La frazione Sant’Eurosia
2.4 La frazione Valle

3. Microtoponomastica antica
3.1 Capoluogo
3.2 Frazione Sant’Eurosia
3.3 Frazione Valle
3.4 Alpeggi e casali

4. Idronimia
4.1 Orografia della Valle Oropa
4.2 Torrente Oropa e i suoi affluenti
4.3 Torrente Stono e i suoi affluenti

5. Onomastica
5.1 Definizione dell’antroponimia
5.2 Cognomi
5.3 Soprannomi individuali


Appendice linguistica
Contesto storico-linguistico: lingua, dialetto, koinè
Variabili sociolinguistiche
Bilinguismo e dilalia
L’area gallo romanza
La grammatica piemontese e la varietà biellese
Richiami di grafia e di fonologia piemontese
Piccolo glossario pralunghese

Piccolo glossario pralunghese
Cinque attrezzi
Bibliografia
Indice dei toponimi
Indice degli idronimi
Indice dei nomi
Indice dei soprannomi
Elenco delle illustrazioni
 

* * *

 

2.1 Quali nomi per quali luoghi

La toponomastica si configura come la disciplina che si occupa dei nomi di luogo e per comprenderla occorre, a mio avviso, chiarire il senso moderno del termine “onomastica”, cioè lo studio dei nomi propri nel loro complesso e, a seconda della tipologia di questi ultimi, osservare i diversi settori nei quali risulterebbe articolata questa scienza.
Consultando Marcato (2000), che a sua volta cita un saggio di Giovanni Flechia del 1871, ho riscontrato che il termine compare nelle espressioni “onomastica topografica” e “onomastica geografica” intese come complesso di nomi di luogo. Si consideri inoltre che l’onomastica è comunque costituita da due principali discipline: l’antroponimia, che si occupa dei nomi propri di persona e la toponomastica o toponimia, che contempla i nomi propri di luogo. Quest’ultima disciplina introduce a sua volta a diversi ambiti di ricerca, definiti da toponimi cosiddetti descrittivi, quali ad esempio la fitonimia (Marcato) o fitotoponomastica (nomi di piante), la geotoponomastica (conformazione del terreno), la zootoponomastica o zoonimia (nomi di animali) ed anche la idronimia che, con alcuni cenni all’oronimia della Valle Oropa, sarà uno degli argomenti del mio lavoro.
Raimondi (2003) definisce infatti la toponomastica come un sistema di denominazione dei luoghi all’interno di una comunità. Sistema che, per poter fornire con esattezza le coordinate di un punto del territorio, si basa essenzialmente su un processo linguistico di individualizzazione, assumendo alcuni luoghi come punti di riferimento e denominandoli in modo tale che possano essere intesi in modo univoco e non ambiguo. Per il raggiungimento di questo obbiettivo, la comunità si serve dei meccanismi linguistici propri del lessico comune, utilizzando termini descrittivi del paesaggio circostante, come ad esempio campo, prato, rocca, piano, ponte e li individualizza attraverso l’aggiunta di determinanti di vario tipo.
Gli esempi riportati dall’autore, che fa una lista di aggettivi seguiti o preceduti dal nome e di casi di sintagmi preposizionali, bene si adattano alla toponomastica da me analizzata. Infatti, il nome del paese in cui ho condotto la ricerca (Pralungo) si può definire “trasparente”: esso designa un prato lungo, così come un ponte (Ponte Vecchio) potrebbe essere individualizzato con l’aggettivo vecchio, oppure come la regione Malavecchia potrebbe derivare da mala vecchia in cui l’aggettivo precede il nome. La costruzione sintattica con altri elementi avviene invece attraverso il ricorso a sintagmi preposizionali, che si ricollegano a certe caratteristiche del territorio (canton [del] prato) o alla proprietà (pra dei frati). Raimondi parla inoltre di una individualizzazione che avviene semplicemente con l’attribuzione dell’articolo (i prati), quando l’elemento del paesaggio risulti già di per sé sufficientemente distinto rispetto al contesto e individualizzato. A questo livello, le denominazioni dei luoghi sono ancora a tutti gli effetti situate sul piano dei nomi comuni, e la loro determinatezza, ovvero la capacità di individuare uno ed un solo luogo, si esplica essenzialmente come conseguenza di un uso interno alla comunità che li ha prodotti. È poi nel percorso dall’uso interno ad un uso più largo, di tipo amministrativo e burocratico, che queste denominazioni subiscono il passaggio allo stato di nomi propri, legandosi indissolubilmente all’oggetto individuale che designano.
Giusto a questo punto osservare che nell’epoca contemporanea, indicativamente dalla seconda metà del 1800, la creazione di nuovi toponimi ha seguito percorsi spesso diversi, proprio ad opera degli apparati burocratici che avevano ravvisato l’esigenza di legare in modo inequivocabile, negli atti ufficiali, i nomi dei luoghi ai dati anagrafici dei cittadini, secondo criteri univoci a livello nazionale. Ed ecco quindi comparire, accanto alle classificazioni di Comune, Frazione, Borgata, Via, Viale, Piazza, Salita, Largo ecc. toponimi nuovi la cui motivazione può apparire del tutto estranea al luogo designato e in molti casi storpiature di toponimi che erano maturati in ambito collettivo e spontaneo. Valga per tanti il toponimo Ghiaccio Comune, riportato anche sulle mappe IGM, che vorrebbe essere la traduzione in italiano del termine dialettale Giass Cmun. Peccato che si tratti di un pascolo alle pendici del Monte Tovo, sovrastante il Santuario d’Oropa, dove un tempo si radunavano mandrie anche di proprietari diversi e da qui la denominazione giass, che in dialetto locale significa giaciglio. Quindi, Giaciglio (e non ghiaccio!) Comune.

Nel corso della mia ricerca sono emersi alcuni toponimi il cui etimo corrisponde alle categorie della fitonimia come ad esempio Pian del Quero, della zoonimia come ad esempio Ca ‘d prusc o Ca ‘d picon e denominazioni come Pralungo o Malavecchia, che non descrivono più il luogo ma lo identificano.
Alcuni appellativi di questo tipo sono stati accolti nei documenti ufficiali e pertanto salvati dall’oblio, a volte con modificazioni morfologiche non sempre rispettose della loro valenza originaria, ma altri sono stati inesorabilmente condannati a scomparire.
Raimondi esprime un ulteriore concetto, spesso applicabile ai nomi propri di luogo: quello dell’opacità, “…cioè la mancanza o difetto di un significato immediatamente percepibile, perlomeno da parte del parlante comune. Questa mancanza di trasparenza dei nomi propri, tuttavia, è determinata in larga misura proprio dalla dimensione particolare della loro trafila storica, del modo cioè in cui essi sono giunti fino a noi”. Devo a questo punto osservare che una delle maggiori difficoltà incontrate nel corso della mia ricerca è stata proprio quella del giungere al significato originario di molti toponimi.
Occorre anche dire che l’area dove ho svolto la mia ricerca risulta inserita in un contesto regionale, quello del Piemonte, che Pellegrini (1990: 32) colloca tra le regioni che posseggono un livello di studi sulla toponomastica “sufficiente per un buon orientamento”. Tra i linguisti che hanno avviato questa disciplina ci sono Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907) il quale può considerarsi l’iniziatore di ogni ricerca glottologia, mentre a Pietro Massia è dovuto un gran numero di scritti sul Piemonte, riassunti da Dante Olivieri nella sua opera postuma Dizionario di toponomastica piemontese, del 1965. Vorrei anche ricordare come precursori Flavio Biondo (1392-1463), Scipione Maffei (1675-1755) e Ludovico Muratori (1673-1750) i quali, prima che si delineasse la figura del “toponomasta”, si interessarono alla spiegazione dei nomi di luogo, fornendo contributi spesso basati su di una metodologia non scientifica, ma ancora di una qualche utilità.
Un quadro d’insieme, a livello nazionale, circa la frequenza degli studi toponomastici è riportato nella pagina precedente, tratta dal Pellegrini.

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