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Il rapimento e l’uccisione a sangue
freddo, a scopo di estorsione, di un bambino di poco più di
un anno, configurano un crimine orrendo, di fronte al quale la pubblica
opinione si interroga se sia giusta la pena di morte in presenza di
eventi delittuosi così efferati. Di Tonno, in questo libro,
racconta due storie realmente accadute in maniera precisa e
particolareggiata, con la sua prosa asciutta e circostanziata,
arricchita da numerosissime, rare, foto d’epoca.
Il supporto fotografico aiuta a comprendere meglio gli sviluppi e ad
inquadrare gli avvenimenti nelle circostanze e nel tempo in cui si sono
verificati. Ne scaturisce una lettura avvincente, che fornisce al
lettore ogni elemento, di fatto e di giudizio, atto a porlo in
condizione di dare la propria risposta al quesito nascosto nel titolo
dell’opera: è giusta la pena capitale?
Orazio Simonotto
* * *
I fatti di cronaca nera, accaduti in Italia in
questi ultimi anni, hanno fatto sorgere nei cittadini un desiderio di
vendetta definitiva.
Quando le vittime di terribili crimini sono dei
bambini, il perdono, lo sappiamo, non alberga in nessun cuore.
Il Paese si sente tradito, violentato nei
sentimenti più profondi e la risposta della pubblica
opinione è: “pena di morte”.
Sempre più spesso i funerali delle
giovani vittime si trasformano in referendum popolari, e, dato che il
nostro Codice Penale non prevede tale soluzione, i cittadini
intervistati dai Tg invocano addirittura la giustizia carceraria che,
come si racconta, viene espletata illegalmente nei bui meandri degli
istituti di pena.
Cosa sta succedendo alla nostra società?
Nel 2006 la provincia parmense visse un terribile
episodio: il rapimento e l’uccisione del piccolo Tommy.
Un crimine identico accadde negli Stati Uniti nel
1932, la rabbia della nazione fu tale che le autorità furono
spinte a prevedere, nel caso di “rapimento con violenza
privata” anche se in assenza di omicidio, non solo il carcere
a vita ma anche la pena di morte.
L’imputazione stessa veniva inserita
nella lista dei reati federali e quindi, l’estradizione da
uno Stato all’altro, non più necessaria.
Un bimbo di un anno e otto mesi, rapito, ucciso e
ritrovato nel bosco a soli 8 Km dalla sua casa. Si appurò
che venne ucciso nel corso della prima mezz’ora dal
rapimento.
Il presunto colpevole fu rintracciato e
giustiziato.
Dopo 12 anni, sempre negli Stati Uniti,
con la legge coniata per il “Piccolo Lindbergh”
ancora vigente, fu arrestato un uomo, Caryl Chessman, accusato di
rapimento e violenza carnale.
Fu processato e condannato per “rapimento
e violenza privata” a un ergastolo e due esecuzioni capitali
senza aver commesso omicidio..
Lascio al lettore il profondo esame di coscienza,
ma solo dopo aver letto queste due storie moralmente dilanianti.
La pena di morte, nel mondo, viene ancora
applicata: è la soluzione?
O è solo l’ira, il desiderio
di vendetta o l’impotenza che ce la suggeriscono?
O sarebbe sufficiente una giusta detenzione con
certezza assoluta della sua espiazione e che, anche in caso di grazia,
venisse obbligatoriamente chiesto il nulla osta alle parti offese?
Il
libro che vi apprestate a leggere non è una novella o un
romanzo ma il resoconto storico di due tragedie vissute da esseri umani
con le loro colpe, i loro desideri e le loro paure.
Le
vittime, invece, costrette a fare i conti, ogni giorno della loro vita,
con le terribili e indimenticabili esperienze vissute.
La
Giustizia ha il compito di mediare le esigenze, le ragioni e le
aspettative degli uni e degli altri applicando le leggi vigenti e
infliggendo, senza accanimento, le giuste punizioni.
Questo
lavoro è il frutto di estenuanti e faticose ricerche in
biblioteche, vecchi archivi universitari statunitensi e consultazioni
presso collezionisti di materiale fotografico storico dislocati in
tutto il mondo.
Si
fa altresì presente che la non perfetta qualità
di alcune immagini viene ampiamente ricompensata dalla loro
rarità.
I
documenti fotografici impiegati sono di estremo interesse e presentano
i fatti esposti così come sono accaduti senza lasciare
spazio alla fantasia che sicuramente ne inquinerebbe la
verità, soprattutto quella processuale.
Una
ricostruzione meticolosa e particolareggiata in grado di incunearvi
mentalmente all’interno di due vicende che, comunque la
pensiate, vi obbligheranno a riflettere
sull’utilità di una punizione che storicamente,
soprattutto quando applicata in particolari momenti sociali e politici,
è stata sempre a vantaggio del potere e a restarne offesa
è sempre stata la verità, la giustizia e la
coscienza di ogni essere umano.
Se
si vuole evitare che “quel residuo di barbarie”
(Chessman) che è la pena di morte venga invocata ogni
qualvolta accadono fatti che devastano l’anima e la mente di
tutti noi, la Giustizia deve dare delle risposte adeguate e il sistema
deve fare in modo che esse arrivino.
Anche
se la maggior parte dei Paesi del mondo non applica più la
Pena di Morte così non è nelle menti della gente
che invece la reclama perché sa
che le storture e le
benevolenze dell’apparato giudiziario faranno si che il
giusto prezzo non verrà mai pagato.
Tutto
ciò che leggerete e vedrete è realmente accaduto!
l’Autore
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