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È difficile ma succede
«È difficile ma succede» è il refrain con cui si apre questo libro, e ne è
anche, a mio parere, il cuore. Che la cosa avvenga è difficile ma, ci dice
Rossella, in effetti può avvenire, anzi «succede», ovvero avviene, in certi casi
si manifesta e si realizza. Già subito capiamo che questo succedere non è niente
di eccezionale, ma è lo scorrere stesso del tempo. Lui, il tempo, «concede poca
tregua / se non ci concediamo noi, / liberamente di esistere / senza indugiare
sul bordo, / ché l’occasione non torna». È il carpe diem di Orazio, sì,
ma anche dicendo questo ci accorgiamo di come il carpe diem sia in sé un
infinito mistero, e una selva di significati, e non ci stupiamo se la poesia
torna continuamente a ripeterlo, se è sempre attuale e nuovo e pieno, dentro di
sé, di origine. «Se non ci concediamo noi / liberamente di esistere», e ci
apriamo dunque all’amore, se non apriamo noi una porta, un passaggio, e lasciamo
scorrere le cose. Le cose infatti sono cose che scorrono, e sono anche, ci dice
Rossella, piccole. Lo scorrere delle cose è un «passaggio» di piccole cose.
Potrebbe sembrare una cosa molto facile aprirsi a questo passaggio, e invece è
difficile. Petrarca chiamava questo, ispirandosi a Orazio, «difficile facilità».
La difficile facilità, per Petrarca, è l’arte. L’arte è difficile, ma succede.
Ma che senso ha aprirsi allo scorrere delle cose, anzi delle piccole cose?
Quello scorrere lì non è qualcosa di soggettivo, una nostra fantasia, o
desiderio, o proiezione o che altro, ma è la realtà stessa, l’avvenire e
l’essere delle cose, il grande fiume in cui noi stessi siamo, e senza il quale
non possiamo esistere, è ciò che ci dà vita e essere, fonte di ogni vero bene. E
l’arte è lì, difficile facilità, ad aprirsi, a concedersi a questo scorrere, a
concederci, mettendo il piede nelle sue stesse orme, «imitando», come dicevano
gli antichi, e raccogliendo oro a piene mani, gioia e sapienza. L’arte è lì in
quel meraviglioso unisono, in quell’andare a tempo che, proprio per questo,
sembra fermare il tempo, come due corpi che procedono paralleli e sembrano fermi
a loro stessi, e ci regala questo incanto: «Il tempo si ferma / nei sorrisi dei
bimbi / tra i cespugli fioriti / e l’aria dolce di festa, / dove anche chi è
solo / assapora i riflessi filati / del vento, il profumo / di terra l’umore di
foglia / e vede la misura della vita / negli occhi del vecchio, / riemersa e
fresca / negli occhi del giovane / tra biciclette che cerchiano / il parco di
voci, a colori».
Claudio Damiani
* * *
Cinquecento
metri
Cinquecento metri
sono lo spazio dell’anima
quando imbrunisce
tra le nuvole pettinate
come il ciuffo di un bambino,
aggrappato alle braccia
di chi lo accoglie e smarrito
in due occhi grandi come
le bocche dei vulcani
che gli tumultano dentro
in un bacio al sapore di cacao.
Cinquecento metri
diventano anche lo spazio
attraverso cui guardare
il mondo, un diverso mondo
di costruzioni colorate
una palla, un album da disegno
e un pugnale di legno
scolpito dall’amore di un padre.
Cinquecento metri
sono il desiderio oltre
un libro, un fiore, un uccello
che sorvola i tetti d’estate
nella campagna assolata,
dove il netturbino si appoggia
al cassonetto dei rifiuti,
l’ambulante smonta il carretto
coi palloncini al vento
sospinti avanti e indietro
unicorno, principessa, drago.
Cinquecento metri
sono l’ampiezza di un attimo
nel sole che scompare
senza dire una sola parola
tra le finestre accese,
dove una panchina vuota
nella piazza di pietra
è ciò che resta di questa sera.
* * *
Nebbie e sassi
Inciderei sui muri
quanto mi appartieni
nelle nebbie sui sassi,
nel senso dei giorni
che vagano indifesi
dal tuo ponte a me,
idee strapiombate
su rocce salmastre
di un mare accigliato.
* * *
Cuore
d’osso
Bocche fresche le fontane in agosto
i fari, i lampioni, la piazza
dall’edera che accarezza la sera
abbarbicata ad uno spicchio di luna.
La sedia, il tavolo, l’annaffiatoio rotto
dalla memoria urlano sangue
nella notte che s’approssima quieta
ad un misero cuore d’osso.
Le vene squarciano lampi di stelle
negli occhi che improvvisi
afferrano il pieno di tutte le cose,
il velo cade dalle statue feroci
il volto sporge dai luoghi del male
la strega urla dal ventre di Ade,
tra l’accaduto e il sognato
favole sporche, spente, amare.
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