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Prefazione, ovvero come è nata questa antologia
I ventidue racconti riuniti in questa antologia sono stati
scritti durante i corsi di Scrittura Creativa che svolgo
all’Università popolare di Biella (Upbeduca), che ha
contribuito alla pubblicazione di questo libro: un istituto
di cultura tra i più grandi di questo genere in Italia. Ogni
anno arriva a circa 3000 iscrizioni. I miei studenti sono
alcuni di meno e in tutta onestà se un giorno scoprissi di
avere un’aula con più di venti persone comincerei a
preoccuparmi. Non sono le lezioni affollate che mi
spaventano ma l’idea di seguire passo a passo le varie
redazioni delle prose e dei racconti che alcuni di loro
producono, fortunatamente, in maniera copiosa fin dai primi
mesi.
Gli autori (perché così si possono ormai chiamare, anche se
per la maggior parte di loro questa è la prima
pubblicazione), come gli iscritti, sono in gran parte
autrici: un segno credo non casuale in una società in cui il
romanzo sarebbe un genere derelitto se non ci fossero le
donne a saccheggiare le librerie. Ma questo è un tema
complesso che non riguarda questa prefazione. Dirò allora
che la maggior parte delle narrazioni qui riunite sono nate
nell’ambito dell’anno accademico 2008-2009 quando ho voluto
occuparmi del romanzo soggettivista e di quelle che si
potrebbero chiamare le varie “scritture dell’io”.
L’avvertenza rivolta a tutti era che non si sarebbe fatta
della memorialistica e che avremmo privilegiato
l’autenticità di una narrazione rispetto ad una prosa
semplicemente sincera, adagiata cioè su una tranche de
vie più o meno interessante ma preoccupata di registrare
gli avvenimenti accaduti. La ricombinazione e persino
invenzione del proprio vissuto doveva avere la meglio sulla
scrittura diaristica. Allo stesso modo passato e presente,
vita familiare e storie ascoltate per caso, proiezioni della
propria esperienza in termini distanti da quelli vissuti,
avrebbero portato ognuno a scrivere più liberamente.
A fine anno mi ero reso conto che l’esperienza aveva avuto
successo, che indossando una maschera (spesso la
soggettività di un personaggio), o sollecitando uno
straniamento dell’ambiente narrativo, alcuni scrittori si
liberavano delle preoccupazioni consuete, si avvicinavano
persino a modi e toni mai frequentati. Altri avevano invece
seguito strade diverse ma ugualmente produttive.
Finalmente scoprivo che avevamo a diposizione non più un
quaderno di esercizi ma una narrativa compiuta con temi e
modi che, talvolta, possedeva persino una qualità più
convincente rispetto a ciò che capitava di leggere su
riviste, rivistine e prime edizioni con placche e caratteri
dorati per le vetrine e l’occhio un po’ puerile del
cosiddetto “mercato”.
L’idea di partenza si era franta e moltiplicata in altre
idee, in altre esperienze narrative consentendo a molti di
trovare la propria voce, o perlomeno, la voce di cui avevano
bisogno in quella fase del loro percorso.
Gli autori che riunisco sono otto. In un caso – forse il più
eclatante – si può purtroppo parlare di una scrittura
interrotta. L’antologia si apre con quattro racconti di
Patrizia Marchetti che un attacco cardiaco ha stroncato
mentre scriveva quello che, credo, sia il racconto più bello
che mi sia capitato di leggere durante i miei corsi.
Patrizia aveva imboccato un sentiero in salita: quello del
racconto in prima persona annodato ai ricordi. Mia madre
era figlia unica nasce da una esercitazione in cui avevo
chiesto di rovistare nei propri album fotografici e
prelevare quell’immagine che avrebbe forse fatto scaturire
una storia o almeno un’idea. La qualità dello stile,
semplice e preciso nelle immagini e nelle scelte come in un
racconto del suo amato Carver, mi aveva subito
impressionato. Come lettore avevo voglia di leggere il
seguito. Le chiesi così di continuare e quello che si può
leggere in queste pagine è l’esito e il miglior commento dei
miei auspici. Con Carver, Patrizia chiosava: «Niente trucchi
da quattro soldi». E qui di trucchi, di espedienti
narrativi, non ce ne sono. Come non ci sono seduzioni
calligrafiche, arabeschi e furbizie. C’è la solidità di una
scrittura così decantata e conficcata nell’esperienza che,
personalmente, ad ogni rilettura torno ad avvertire
l’eccezionalità di un caso, di una parabola incompiuta. Non
tanto per quello che si profilava essere almeno un racconto
lungo (altri suoi racconti qui presenti sono notevoli sotto
ogni punto di vista) ma perché Patrizia Marchetti avrebbe
dovuto continuare a scrivere.
Nel suo complesso l’antologia rispecchia l’eterogeneità
della narrativa italiana contemporanea: con itinerari
divergenti, con occasionali contaminazioni di generi. Nel
caso di Donatella Lanza la scrittura ha registri che
trascolorano dalla pochade grottesca di Tango moldavo
a racconti in cui i tratti, a volte caricaturali,
dissimulano il tema della polverizzazione dell’identità
sociale (la follia, l’abbandono) e della frammentazione di
quella individuale; soggetto che Donatella Lanza coglie
attraverso personaggi estremi, con una “voce” che narra,
impassibile, quasi estranea, il timbro emotivo della scena.
Intorno ad un solo movimento narrativo, come un’immagine
perlustrata in tutti i suoi contorni, si svolge il racconto
di Paola Degiorgi. La misura e la grazia breve della sua
pagina nascono dalla tensione altissima di una prosa a cui
non sono estranei lo slancio e la densità della poesia o –
se si preferisce – l’assunzione della parola (La
settimana enigmistica) come motivo conduttore intorno al
quale si dispone lo spartito del racconto.
Renato D’Urtica (il solo autore tra quelli presenti in
questo libro che abbia già variamente pubblicato con questo
pseudonimo) rappresenta nell’antologia un altro “caso”. La
sua versatilità porge al lettore sia una misura intimista,
breve e intensa come avviene nei racconti Il motorino
e Strada vuota, sia una narrazione che al contrario
si coniuga con i generi (un noir fortemente radicato
nelle patrie lettere, non privo di spunti umoristici) e
tende al romanzo per quanto, in questi racconti (faccia fede
Porte scorrevoli) la dimensione prescelta sia quella
di una sola maschera narrativa che tutto traguarda e
definisce nella propria sensibilità.
Maura Rastellino scrive con i toni leggeri e disincantati
della commedia che cerca le seduzioni del gioco narrativo,
l’intarsio dell’equivoco, il ritmo di un dialogo
scoppiettante e piacevole come in Qui pro quo.
Qualcosa di simile accade anche nelle vite raccontate da
Ivana Nerva e Mario Nardi. Nelle pagine della prima, sono i
“caratteri” che scrivono il percorso narrativo su un
palcoscenico di figure svelte, di profili intinti nell’estro
dell’aneddoto, come nel breve Jogging; la prova
successiva, L’erba del vicino, si avvale ugualmente
di un simile registro lasciando però alla terza persona il
compito di inventare un microcosmo ripiegato su se stesso,
lieve e buffo. Tratti leggeri e caricaturali si evidenziano
anche nella vicenda ironica e falsamente sentimentale di
Numeri dispari di Mario Nardi, mentre nel suo successivo
omaggio a Queneau (Eli nel metrò. Omaggio a Q.) il
divertimento della parola, tra dialetto e invenzione, tra
gergo generazionale e atto gratuito, ha la meglio su ogni
altra nozione.
Chiudono l’antologia due racconti di Silvia Arrivabene la
cui immediatezza di stile è un controcanto originale e vivo
al tema della follia e dell’emarginazione. La narratrice non
chiosa e non giudica: lo sguardo della protagonista
recensisce con grazia, schizza con un solo tratto veloce le
voci e le ombre che trascorrono sulla pagina. L’ultimo
titolo, La malattia della leggerezza, dice
positivamente qualcosa anche di questa tersa, piacevole
miniatura.
m.c.
* * *
Patrizia Marchetti
Mia madre era figlia unica
Wolfgang
La panchina
Feng Shui
Donatella Lanza
Tango moldavo
Selezione naturale
L’amore barbaro
Il volo
Paola Degiorgi
La settimana enigmistica
La cercatrice di parole
Ipotenuse
Renato D’Urtica
Il motorino
Strada vuota
Metodo e precisione
Porte scorrevoli
Maura Rastellino
Il viaggio segreto del dottor Ginotti
Qui pro quo
Ivana Nerva
Jogging 163
L’erba del vicino
Mario Nardi
Numeri dispari
Eli nel metrò. Omaggio a Q.
Silvia Arrivabene
Al di là del muro
La malattia della leggerezza
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