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Silvia Bastianelli nasce nel
settembre del 1969 a Perugia. Si sposta a Roma dove si
diploma alla Scuola Magistrale. Entra nel mondo del lavoro
facendo la comparsa in varie trasmissioni e film. Lascia
Roma a 24 anni per trasferirsi negli Stati Uniti, a Los
Angeles, dove vive per altri otto anni occupando il suo
tempo in vari campi e collezionando esperienze tra le più
singolari, conoscendo personaggi come Mickey Rourke, Arnold
Schwarzenneger e altri.
Tornata in Italia partecipa a vari concorsi letterari
ricevendo buone critiche. Appassionata di letteratura per
ragazzi, scrive il fantasy Magicland. Il libro dei libri,
il suo romanzo di esordio.
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Steve ha sedici anni e vive
con gli zii in Canada. Lui non sa, uscendo di casa quel
fatidico giorno, di non dover appoggiare la sua bicicletta
su quel masso all’entrata del bosco, non sa che il cuore del
mondo è nelle sue mani, né che solo lui e tu, proprio tu che
stai leggendo, dovrete inseguire orizzonti irraggiungibili.
Steve non sa che Magicland lo vuole ad ogni costo e che solo
sfogliando le sue pagine troverà la forza di vivere la sua
strepitosa avventura.
* * *
[...]
Stavo sistemando il quarto scaffale in
magazzino quando mi ricordai che nella serata di quel
martedì 13 Marzo, avevo un appuntamento con Jenny; una
ragazza mai vista prima, che decisi di portare fuori sotto
le continue insistenze di zia Emily che volendomi vedere
sistemato, ogni tanto organizzava incontri con figlie e
nipoti del vicinato. Non ebbi mai il coraggio di rifiutare
questi suoi gentili pensieri, e non riuscii mai a spiegarle
che avrei benissimo potuto gestirmi da solo certe uscite.
Era la volta della figlia del fioraio che, forse, mi avrebbe
regalato ore liete e, sicuramente, i più vasti pettegolezzi.
Presi la bicicletta e cominciai a pedalare verso il centro;
passeggiando all’ora del crepuscolo mi ritrovai, come spesso
accadeva, a vaneggiare ad occhi aperti. Le giornate si erano
ormai allungate ed il sole era abbastanza caldo, almeno
durante il giorno, per fondere la neve sui versanti
meridionali dei monti e lo spettacolo che presenta la
primavera avanzando irresistibilmente tra i boschi è, a
quell’ora, pressoché sbalorditivo.
I campi sono invasi da fiori e da migliaia di insetti; per
non parlare di quelle tavole imbandite di farfalle, attirate
da ogni parte da tutti quei diversi profumi e quegli aromi
segreti. Un osservatore paziente come me è ricompensato
dalla bellezza dei colori e dalla moltitudine infinita delle
forme, che sfuggono invece alla maggior parte delle persone
che si trovano per pura coincidenza a passare vicino. Ma non
era il mio caso visto che anche quella volta lasciai
riposare la bicicletta appoggiata al suo cavalletto, sul
ciglio della strada, e mi gettai su quel prato infestato di
tanta natura.
Quando ero bambino, all’orfanatrofio, lessi su qualche libro
che le farfalle esistono per rallegrare l’uomo con la loro
bellezza. Anche se questa spiegazione non era a quei tempi
soddisfacente fui invece in quell’occasione pienamente
d’accordo.
Contemplavo quel prato rigoglioso e mi dirigevo verso quella
boscaglia bruna, più in là, nel mezzo della vallata,
soffermandomi a pensare quanto dall’alto quella macchia più
scura potesse essere interessante e bella.
Ma furono le farfalle a colpirmi: quel loro volare rapido a
zig-zag mi coinvolse più del dovuto e cominciai a seguirne
una.
Era un vero gioiello! Le ali erano di un nero vellutato,
ravvivato da macchie viola con il bordo continuo giallo; il
fascino maggiore veniva da una striscia rossa che si
staccava sul fondo nero nelle ali superiori, mentre nella
parte sottostante, giochi di colore finivano sfumando verso
l’interno. Ero come estasiato da tanta bellezza che sembrava
attirarmi nel suo elegante volo; solo vedendo che
svolazzando, a volte rallentava la sua velocità poggiandosi
qua e là sulle rocce, capii che quella farfalla voleva
portarmi con sé. E allora iniziai a correre per quel campo e
le farfalle aumentavano sempre più. Non si potevano più
contare.
Fino a quando non mi ritrovai immerso solo dal fruscio di
quelle mille ali che sbattevano, e mi resi conto che in
tutto quel movimento c’era qualcosa che la ragione non
poteva spiegare: nuovamente mi stava capitando un’avventura
incredibile, ma a differenza delle altre volte, ero
cosciente, almeno fino a quel momento, e volevo rimanerci ad
ogni costo, per vivere quella storia. Quei mille e mille
insetti mi giravano intorno vorticosamente ed io affascinato
e sconvolto li osservavo in tutto il loro splendore: non
vidi mai più tanti colori tutti insieme come quel giorno.
Erano chiare con macchie scure o viceversa e in alcune le
tinte formavano stranissimi disegni.
Non sapevo più dove guardare.
Poi tutto d’un tratto si inserirono una dietro l’altra
formando una lunga e vibrante fila variopinta; volarono a
zig-zag, aspettando a volte tentennanti il mio sguardo, e
agevolmente si diressero verso il bosco. Ed io dietro a
loro, dimenticai il mio appuntamento, la mia bicicletta, e
il resto del mondo.
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