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Luciana Barisone

Le mutande

2005

ISBN 88-7536-043-X

pp. 48

cm 14x14

€ 8,00

 

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L'autore

Luciana Barisone è nata ad Ovada (Alessandria) nel 1945; è vissuta a lungo a Genova, dove ha compiuto gli studi laureandosi in Lettere. Dal 1973 abita a Saluzzo (Cuneo), città nella quale si è trasferita per motivi di famiglia e di lavoro. È stata insegnante di scuola media.
Ha pubblicato i racconti Le mutande (Joker, 2005) e I passi di mia madre (ivi, 2009).

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I testi

 

Prefazione

Le mutande, il racconto con cui Luciana Barisone esordisce nel campo della narrativa breve, presenta come carattere peculiare una forte tensione fra ricchezza di fabula e linearità d’intreccio. Se la prima rimanda ai molteplici, ancorché universali e persino banali, avvenimenti che conducono una bambina, Carlotta, a varcare la soglia dell’adolescenza, la seconda procede per semplice giustapposizione di fatti, secondo la sequenza temporale.
Tale semplicità di avvenimenti - le prime esperienze conoscitive, il rapporto con genitori e nonni, i luoghi, la scuola, i primi interessi - stride però in modo evidente con la loro centralità del definire le tappe della maturazione della giovane Carlotta, per raggiungere quella che Wordsworth aveva definito con un certo misticismo “la nascita di una mente individuale”.

È un cuore semplice”, la giovane Carlotta, che dapprima segue con naturalezza le indicazioni dei genitori che in lei vedono un naturale completamento di sé, una evidente compensazione per ciò che avrebbero voluto essere e, insomma, la concreta proiezione di sé e delle proprie aspirazioni; come buona parte dei genitori, sono quindi preoccupati a «indicare ostinatamente la strada» (p. 45) più che a educare alla responsabilità individuale, per poi mostrare gradualmente segni di insofferenza non appena le esigenze, le aspirazioni e le inclinazioni più intime della ragazza prendono a cozzare con le imposizioni dall’esterno.
C’è però sempre, in questo bel personaggio tratteggiato sempre in modo lieve e persino obliquo, una luminosa mitezza che non le fa mai affermare la propria personalità (giacché questa è la parola centrale) attraverso quel “No” che è l’altra faccia del personalissimo “Sì” alla vita che tutti dobbiamo acquisire e padroneggiare: Carlotta preferisce il silenzio, il ripiegamento su di sé, la fuga per vie oblique che ha il massimo rappresentante nell’oscuro e profondissimo “preferirei di no” del Bartleby melvilliano.
Facendo questo, ella non tanto rifiuta la responsabilità verso il mondo che la circonda (secondo quanto pensano i genitori), bensì afferma l’esistenza di un proprio modo per accettarla: un modo che la vita pian piano insegnerà per via naturale, al di là delle imposizioni e delle indebite pressioni sulla sua vita. Così, Carlotta si allontana dai genitori chiudendosi in sé, come tanti adolescenti di ogni tempo, e scopre una sorta di resistenza passiva ad esempio ostinandosi a non lavare ogni mattina le mutande: «Non si adeguò: le mutande, quando decideva di lavarle a mano, rimanevano ancora mozzarelle nell’acqua biancastra, come se questa dovesse assicurare la perfetta conservazione» (p. 43).

Carlotta, sotterraneamente, costruisce se stessa quasi all’insaputa degli altri, ed emergerà nell’ultima pagina, all’improvviso e come dopo una metaforfosi, ormai persona consapevole e donna, in modo tanto palese che persino la mamma non poté che prenderne atto, osservando il portamento fiero con cui sua figlia si avviava ad affrontare il mondo finalmente consapevole di sé.

                                                                                                        Mauro Ferrari

 

* * *

 

Un giorno alla mamma venne in mente che non aveva preparato quella signorina ad essere donna, nel senso di donna di casa, e credette che si potesse rimediare in un minuto.
«Carlotta, vieni; ti insegno a pelare le patate». Solerte Carlotta arrivò, prese coltello e patata che la mano conosciuta le porgeva e fece un bel taglio profondo. Altro che:
«La buccia deve venir via tutta intera, come un nastro sottile sottile, solo così una donna può pretendere di farsi un fidanzato».
La ragazza armeggiava, con gli occhi preoccupati, in un lavoro più grande di lei, mentre la mamma sudava nella vana ricerca della calma perduta.
Il giorno dopo la mamma si limitò all’antica richiesta di mettere tavola; nel prendere tempo, sperava di trovare una strada che la ragazzina potesse accettare.
Nei giorni e nei mesi seguenti, nei brevi intervalli che greco, latino, storia concedevano alla testolina fruttuosa, furono tentati, ma mai dopo le sette di sera, insegnamenti per Carlotta più ostici che matematica e chimica: grattugiare il formaggio senza sbucciarsi le dita, stirare un fazzoletto senza bruciarne l’orlo, rifare il letto senza lasciare collinette sotto la coperta, chiudere la caffettiera e servire il caffè abbinando alle tazzine i cucchiaini adatti, stendere il bucato con le pinze sicure, non molli come tante piccole creste di pollastra.
«Stendere significa tendere bene, in modo che si possano ritirare le cose quasi stirate. Vuoi rifletterci un po’?»
Non se ne cavò un ragno dal buco e in più, quando Carlotta veniva chiamata, soffiava, sbuffava, si rivoltava: «Io faccio come la nonna Adelina, che ha imparato tutto in una volta sola, quando ha preso marito» e, pressata, invocata, sgridata, «Io lo so fare, ma non lo voglio fare».
La mamma, dopo essersi confidata con le amiche, a cui telefonava nell’esasperazione più nera anche in momenti assai inopportuni come quelli del pranzo, della cena, del sonno, ne parlava con le conoscenti, ma di più con le colleghe nell’automobile che la riconduceva a casa dalla “sua bambina”.
Amaramente e inutilmente si sfogava; le altre mamme, doveva ammetterlo, non vedevano così nero: la loro figlia sapeva almeno fare il letto, o almeno servire il caffè, o almeno dare un colpetto di ferro alla camicetta da indossare al momento.
Comunque, avvertiva che la questione doveva sbrigarsela da sé, che nessuno, proprio nessuno, le avrebbe tolto, come si dice, le castagne dal fuoco.

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