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Prefazione
Le mutande, il racconto con cui
Luciana Barisone esordisce nel campo della narrativa breve, presenta
come carattere peculiare una forte tensione fra ricchezza di fabula e
linearità d’intreccio. Se la prima rimanda ai
molteplici, ancorché universali e persino banali,
avvenimenti che conducono una bambina, Carlotta, a varcare la soglia
dell’adolescenza, la seconda procede per semplice
giustapposizione di fatti, secondo la sequenza temporale.
Tale semplicità di avvenimenti - le prime esperienze
conoscitive, il rapporto con genitori e nonni, i luoghi, la scuola, i
primi interessi - stride però in modo evidente con la loro
centralità del definire le tappe della maturazione della
giovane Carlotta, per raggiungere quella che Wordsworth aveva definito
con un certo misticismo “la nascita di una mente
individuale”.
È un cuore semplice”, la giovane Carlotta, che
dapprima segue con naturalezza le indicazioni dei genitori che in lei
vedono un naturale completamento di sé, una evidente
compensazione per ciò che avrebbero voluto essere e,
insomma, la concreta proiezione di sé e delle proprie
aspirazioni; come buona parte dei genitori, sono quindi preoccupati a
«indicare ostinatamente la strada» (p. 45)
più che a educare alla responsabilità
individuale, per poi mostrare gradualmente segni di insofferenza non
appena le esigenze, le aspirazioni e le inclinazioni più
intime della ragazza prendono a cozzare con le imposizioni
dall’esterno.
C’è però sempre, in questo bel
personaggio tratteggiato sempre in modo lieve e persino obliquo, una
luminosa mitezza che non le fa mai affermare la propria
personalità (giacché questa è la
parola centrale) attraverso quel “No” che
è l’altra faccia del personalissimo
“Sì” alla vita che tutti dobbiamo
acquisire e padroneggiare: Carlotta preferisce il silenzio, il
ripiegamento su di sé, la fuga per vie oblique che ha il
massimo rappresentante nell’oscuro e profondissimo
“preferirei di no” del Bartleby melvilliano.
Facendo questo, ella non tanto rifiuta la responsabilità
verso il mondo che la circonda (secondo quanto pensano i genitori),
bensì afferma l’esistenza di un proprio modo per
accettarla: un modo che la vita pian piano insegnerà per via
naturale, al di là delle imposizioni e delle indebite
pressioni sulla sua vita. Così, Carlotta si allontana dai
genitori chiudendosi in sé, come tanti adolescenti di ogni
tempo, e scopre una sorta di resistenza passiva ad esempio ostinandosi
a non lavare ogni mattina le mutande: «Non si
adeguò: le mutande, quando decideva di lavarle a mano,
rimanevano ancora mozzarelle nell’acqua biancastra, come se
questa dovesse assicurare la perfetta conservazione» (p. 43).
Carlotta, sotterraneamente, costruisce se stessa quasi
all’insaputa degli altri, ed emergerà
nell’ultima pagina, all’improvviso e come dopo una
metaforfosi, ormai persona consapevole e donna, in modo tanto palese
che persino la mamma non poté che prenderne atto, osservando
il portamento fiero con cui sua figlia si avviava ad affrontare il
mondo finalmente consapevole di sé.
Mauro Ferrari
* * *
Un giorno alla mamma venne in
mente che non aveva preparato quella signorina ad essere donna, nel
senso di donna di casa, e credette che si potesse rimediare in un
minuto.
«Carlotta, vieni; ti insegno a pelare le patate».
Solerte Carlotta arrivò, prese coltello e patata che la mano
conosciuta le porgeva e fece un bel taglio profondo. Altro che:
«La buccia deve venir via tutta intera, come un nastro
sottile sottile, solo così una donna può
pretendere di farsi un fidanzato».
La ragazza armeggiava, con gli occhi preoccupati, in un lavoro
più grande di lei, mentre la mamma sudava nella vana ricerca
della calma perduta.
Il giorno dopo la mamma si limitò all’antica
richiesta di mettere tavola; nel prendere tempo, sperava di trovare una
strada che la ragazzina potesse accettare.
Nei giorni e nei mesi seguenti, nei brevi intervalli che greco, latino,
storia concedevano alla testolina fruttuosa, furono tentati, ma mai
dopo le sette di sera, insegnamenti per Carlotta più ostici
che matematica e chimica: grattugiare il formaggio senza sbucciarsi le
dita, stirare un fazzoletto senza bruciarne l’orlo, rifare il
letto senza lasciare collinette sotto la coperta, chiudere la
caffettiera e servire il caffè abbinando alle tazzine i
cucchiaini adatti, stendere il bucato con le pinze sicure, non molli
come tante piccole creste di pollastra.
«Stendere significa tendere bene, in modo che si possano
ritirare le cose quasi stirate. Vuoi rifletterci un
po’?»
Non se ne cavò un ragno dal buco e in più, quando
Carlotta veniva chiamata, soffiava, sbuffava, si rivoltava:
«Io faccio come la nonna Adelina, che ha imparato tutto in
una volta sola, quando ha preso marito» e, pressata,
invocata, sgridata, «Io lo so fare, ma non lo voglio
fare».
La mamma, dopo essersi confidata con le amiche, a cui telefonava
nell’esasperazione più nera anche in momenti assai
inopportuni come quelli del pranzo, della cena, del sonno, ne parlava
con le conoscenti, ma di più con le colleghe
nell’automobile che la riconduceva a casa dalla
“sua bambina”.
Amaramente e inutilmente si sfogava; le altre mamme, doveva ammetterlo,
non vedevano così nero: la loro figlia sapeva almeno fare il
letto, o almeno servire il caffè, o almeno dare un colpetto
di ferro alla camicetta da indossare al momento.
Comunque, avvertiva che la questione doveva sbrigarsela da
sé, che nessuno, proprio nessuno, le avrebbe tolto, come si
dice, le castagne dal fuoco.
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