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Era
gente di cascina, niente a che fare con loro del paese, c’era
una bella differenza! I paesani assumevano nei confronti dei cascinai
lo stesso atteggiamento di superiorità che subivano dai
villeggianti che amavano invadere il paese con l’arrivo della
bella stagione.
I
“signori” di Genova avevano fatto di quel paese un
loro feudo e si comportavano da autentici padroni occupandone ogni
angolo con la loro invadente e qualche volta poco gradita presenza.
-
“Signori” si fanno chiamare ma se li rivolti a
testa in giù dalle tasche non esce un centesimo! -
brontolava il popolo una volta tanto unito ma
tant’è, con o senza soldi, i genovesi la facevano
da padrone.
Rosa non
li digeriva proprio ed era sempre in guerra aperta con il consorte con
il quale gestiva un’osteria.
Lui era
una gran testa quadra che nutriva per i cittadini una vera e propria
venerazione o almeno, così lasciava intendere: non era
facile capire cosa pensasse davvero Pinin.
- Son
loro che ci danno da mangiare, ignorante di una ignorante! - sbottava
alle lamentele di Rosa che tanto continuava a lamentarsi anche
perché quando la sera apriva il cassetto del bancone dopo
una giornata di lavoro e trovava solo pochi spiccioli non riusciva a
non andare fuori dalla grazia di Dio!
- Oh
Pinin i tuoi signori hanno ancora i puffi dell’anno scorso
che te li pagano quando nevica rosso! - ribatteva lei che i conti li
sapeva fare bene ed ogni volta aveva un travaso di bile.
-
Ricordati che i foresti fanno bene all’osteria, testona! E
poi non stanno mica lì tutto il giorno a giocare a cirulla e
basta! Bevono, consumano! - ribatteva Pinin.
- Oh
quello è vero, bevono, consumano... ma non pagano, ecco
lì! Va più uno dei nostri che beve due bicchieri
in tutto il giorno e qualche volta paga che dieci di quei
“signori” che son solo buoni a dire
“marchi eh, Rosa, marchi tutto!” ed io marco, marco
ma non smarco mai! - chiudeva lei, furiosa.
Ah se
quel testa di Pinin avesse lasciato fare a lei!
-
Avremmo i soldi da stare bene, tranquilli, ecco! Mica si dice di rubare
alla gente, Dio mi liberi dal pensiero, ma se solo avessimo quello che
ci spetta! Ed invece ce li facciamo mangiare e bere dagli altri. E
Pinin, piuttosto che chiedere un soldo che gli viene sacrosanto,
piuttosto non mangia lui! Oh che cervello! - e Rosa si dannava
l’anima brontolando tra sé, tanto Pinin non
sentiva ragioni.
- Vai a
fare da mangiare te che ai clienti ci penso io che queste cose qui lo
so come si trattano! -, e Rosa, con un’alzata di spalle, si
stringeva nella giacchettina nera e tornava alle sue pentole fumanti di
minestrone.
Oh il
minestrone della Rosa! Era decantato dai fedeli villeggianti
più dell’acqua di zolfo, quella che puzza di uovo
che puzza ma che fa tanto bene ai reni.
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