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Era una calda giornata genovese
dell’estate duemilaquattro.
Camminavo a passo svelto, con la cartellina dei documenti sotto il
braccio. Ero in ritardo. Stavo attraversando la strada quando mi sento
sfilare la cartellina e contemporaneamente, come se mi girasse la
testa, perdo il contatto con la strada, sono sollevato da terra.
E poi... una gran botta... una sirena... una corsa disperata
dell’ambulanza... la fine.
“Chi siete?”
“Io sono Giulio Varisco, nato a Libarna sotto il consolato di
Claudio imperatore, l’anno settecentonovantanove dalla
fondazione di Roma e lui è Meny di Tebe”.
“Un romano? Un egiziano?”, domandò con
stupore. “Io sono Giuliano Visco, nato a Serravalle Scrivia
nel millenovecentoquarantasei. Non sono importante. Non sono un
soldato. Ma la vita di uno qualunque potrebbe essere meno interessante
di quella di un condottiero?”
“Ognuno di noi”, intervenne Giulio, “ha
combattuto con il proprio destino una guerra senza speranza e senza
gloria, la cui storia è affidata soltanto al labile filo
della memoria. Ho guardato senza desiderio e senza speranza la morte,
questa meta unica a cui convergono le infinite strade degli uomini come
le vie consolari da ogni parte dell’impero convergono a
Roma”.
“Se ricordo bene Roma è stata fondata nel
settecentocinquantatre avanti Cristo, per cui tu, Giulio, saresti nato
quarantasei anni dopo Cristo, vale a dire millenovecento anni esatti
prima di me”.
Per Giuliano lo stupore era enorme, ma per gli altri Giuliano era
l’amico di sempre.
“Caro Giuliano, ne sono passati di anni, di secoli direi, e
la storia si ripete continuamente. Cambiano gli attori, ma le
motivazioni e gli scenari sono sempre gli stessi.
Cominciamo con calma. Tu hai perso la vita per colpa di un motociclista
indisciplinato, si dice, ma la tua cartelletta dei documenti
è sparita.
Io sono stato ucciso mentre, come corriere delle poste imperiali
dell’imperatore Domiziano, recavo un messaggio importante.
Anche la mia pergamena non fu trovata: spionaggio industriale il tuo,
spionaggio commerciale il mio. Che poi sono la stessa cosa”.
“Tra i miei documenti commerciali c’era anche una
relazione top secret riguardante la pietra della
verità”, precisò Giuliano. “E
tu Meny?”, domandò.
“Io sono nato in Egitto nel sedicesimo anno di regno del
Faraone Sesostri Terzo, vale a dire nel 1854 avanti Cristo, esattamente
millenovecento anni prima di Giulio. Sono stato assassinato mentre mi
recavo dal Faraone e le mie pergamene non sono mai arrivate al
destinatario”.
“Ehi ragazzi, ma sono passati quasi quattromila anni,
tremilaottocento per la precisione!”
Tobi arrivò trafelato sulla soglia del Paradiso.
Frenò all’ultimo minuto, come era solito fare al
termine delle sue corse irruente. Perse l’equilibrio e si
accoccolò sulle zampette posteriori.
Mentre si guardava attorno fu pervaso da una intensa sensazione di
benessere.
In uno spazio brevissimo era passato dal dolore, dalla fatica di tirare
anche un breve respiro, dalla paura del vuoto assoluto ad un senso
totale di leggerezza. Tanto che si chiedeva se era diventato una piuma
piuttosto che un vecchio cane da tartufi convertito alla vita di
cortile.
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