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Un asfittico condominio sul quale incombe
un’autostrada e forse un inesplicabile delitto,
un’adolescenza inquieta ben lontana dall’immagine
patinata di una famiglia perbene di cui però si rivela pian
piano degno prodotto, un rabbioso rapporto familiare che ha come centro
un innocente bambino, un’oscura catena di rapporti familiari,
due nane legate da una sorta di ostile complicità nella loro
condizione di diverse: queste le situazioni paradossali, surreali dei
cinque racconti compresi in questa raccolta, espressione di una
realtà indecifrabile, dove l’assurdo si fa norma e
tutto si presenta nodoso, avviluppato in groviglio inestricabile che
è infine il groviglio stesso dell’esistenza, dove
nulla è certo e nulla ha un centro, ma tutto è
disorientante e disorientato.
(dalla Prefazione di Gianni
Caccia)
* * *
L’autostrada
Si chiama Olinda Cavallari, affittò l’appartamento
dopo un anno.
Prima c’era la sorella minore, ha fatto carriera è
al nord. Dopo un anno non mi ero abituata ai rumori della camera da
letto, noi, per noi sono monolocali, che devono fare casa, per chi, per
chi neanche il letto vogliono, senza spazio la diviene, no non per il
prezzo, chi l’affitta ogni tre mesi o poche settimane non ci
pensa, lo scambio, la moneta che c’entra, a quei livelli, con
quelle manie, forse la prostituzione è più
solenne, sì coppie assortite, l’ultima
sfasciò il letto in pieno pomeriggio, nell’ala
effe, questa è la di, stavo per chiamare la polizia e
chiamai il padrone, cambiarono l’intera mobilia, trovai la
sera il furgone dei traslochi e tutto impacchettato, i facchini attenti
a chiudere la porta a ogni carico, chissà perché,
potevano mandarci prima una donna delle pulizie, ci sarà
stata mentre noi si dorme.
Era molto simpatica. Ironica, allegra no, difficile in un monolocale di
venti metri quadri su uno svincolo di autostrada, fossimo in
prossimità, c’è questa pezza di
campagna pure scema, pensi solo a chi si nasconde o che ci portano, no
il posto è tranquillo, per questo dubiti. Bisogna fare
rumore? Questa è bella, sì potresti, è
bella sì, potresti sempre confidare in qualcuno, il silenzio
dello sfrecciare delle auto, la grande e unica vetrata del balcone,
puoi stare in un emporio, in molestia con chi non
c’è ma c’è, non li vedi, non
li senti e supponi nel vedere e sentirli che come te
nell’autostrada mimino quel che vorresti in essa non vi
fosse. Ti fanno compagnia, può darsi, sì ogni
appartamento è occupato, gente per bene. Come puoi vederli?
No non li ho mai visti.
La Cavallari sì, molti avevano i suoi orari. Non ci siamo
mai dette cosa facevamo, lavoro, amici, parenti. Sì mi disse
di essere la sorella e dell’avanzamento di carriera,
sì del motivo del cambio, no mai conosciuta la sorella
minore, qua ognuno viene dall’autostrada, di quella non si
vuole sapere appunto.
Invece sia io che lei avevamo. Ho casa qua. Sì, la turbavano
i rumori.
Se una viene a bussarmi alla porta, se vedo ragazzine, fanciulle, non
le vedrai, non le riconoscerai, vivo qua da cinque anni, cambiare e
perché, qua so di evenienze, eventualità, si
allagò affianco e chiamai il padrone, sempre lo stesso al
primo e secondo piano, ci voleva che venisse, un mese prima un lezzo,
sì anche lì cambiarono i mobili, scusi no, solo
la moquette.
Qua e su dalla Cavallari è rimasto il parquet. Noi non
potendo scegliere si è dubbiose. Quel che trovi, accetti.
Si è preso il tè insieme. Raramente.
Sì, lavorava a casa e poi lunghe trasferte. Sì,
ho visto il tavolo da lavoro, i disegni, scenografa, costumista
può essere. Ho supposto. La valigia sempre aperta sotto il
letto, con le targhette dei voli di linea, mi sembra. Prendemmo il
tè. Fu lei una sera a deciderlo, non aveva il telefono, poi
lo fece allacciare.
Non so avrà sentito il trillo del mio. Qui si suppone, si
intuisce. Con quella autostrada niente bizze, non ti rimane. Pulisci e
spazzi che già ti ritrovi di fronte alla vetrata. Cucini
certo, mangi dandole le spalle. Appunto sai di darle le spalle.
Telefonò, qualcuno la cercò e andai su ad
avvisarla. Sì, diceva ho bisogno di due giorni e vi
raggiungo, prese appunti. Io le portai la posta, dovetti firmare una
raccomandata. No vi giuro che non so il mittente. Intuii per lavoro. Il
giorno dopo avergliela data era in terra. Ah ma vi dico che non mi
importa.
Se mi importasse andrei in quei condomini, zuppi di famiglie,
lì ti deve importare, lì vi sono associazioni,
qua non è un bordello, troppo comodo, comoda
l’esistenza, no, qua non c’è
scomodità, io vivo bene, sono evenienze,
eventualità, ho chiamato la polizia, no supponevo di farlo,
chiamai e prima del suo arrivo un cenno al padrone, quando vai in
metropolitana stai sempre attenta alle guardiole, alle divise, ai
gruppetti, a chi passeggia, io sono sempre osservata e penso sempre di
avere a portata di occhio una bomboletta, quelle che stupidiscono o
immobilizzano, ho con me sempre un insetticida, inizio a palparlo nella
tasca della giacca appena sono fuori, non dalla porta, fuori in strada,
qua nessuno nuoce all’altro, che si sappia, qua si sa
perché si viene, di nuovo bordello, lì per
andarci non si sa un accidente, qua tutti sanno più del
dovuto, è quell’eccedenza che li porta, non
è mattana, non è cambio di rotta. Come, con un
insetticida a spasso? Perché mi consiglia forse di portare
una iguana, un orso forse? Troppo comodo.
Veniva qualcuno a prenderla, portarla. Può darsi. Avrei
dovuto dallo spioncino della porta, ma c’è il
ballatoio, noi si vede solo sul retro. L’autostrada. Con
quale frequenza sbatteva la porta. Sì, in effetti le porte
sono come l’autostrada. C’è, non
c’è, accompagnano. No da lei, vi erano gli stessi
rumori. Il water, le ciabatte, la radio. Si ruppero tanti piatti. Tutti
in una volta. Mah! In un monolocale, finché non calibri le
abitudini delle cose. Gli oggetti ti zombano addosso. Prese le tazze da
sotto il letto da dentro una scatola.
Anch’io sotto il letto ho l’aspirapolvere e
quant’altro. Non quella appena acquistata, però,
altrimenti perché acquistarla.
Lei era più previdente. A me si rompono le tazze subito. E
nuove le ripongo sul porta piatti. Sì lei aveva la
lavastoviglie. Come, aveva l’auto. Può darsi. Sa
quante macchine parcheggiano. Dovevo averla notata, sempre la stessa. E
perché. Fossero le stesse. Anche l’autostrada
è la stessa. Eppure.
Benestante? Beh allora lo sono anch’io. Non ho la
lavastoviglie e l’auto e allora? Comodo, troppo comodo. Le
prestai l’apriscatole e l’apribottiglia. Ma appena
trasferita. Una volta la vidi accanto al cassonetto, ho detto che aveva
gli orari degli altri, quindi dei miei, deve aver avuto fretta.
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