i libri

Vanna Loiudice

L'autostrada

2005

ISBN 88-7536-047-2

pp. 128

cm 15x21

€ 13,50

 

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L'autore

Vanna Loiudice è nata a Bari nel 1962. Questa è la sua opera prima.

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I testi

Un asfittico condominio sul quale incombe un’autostrada e forse un inesplicabile delitto, un’adolescenza inquieta ben lontana dall’immagine patinata di una famiglia perbene di cui però si rivela pian piano degno prodotto, un rabbioso rapporto familiare che ha come centro un innocente bambino, un’oscura catena di rapporti familiari, due nane legate da una sorta di ostile complicità nella loro condizione di diverse: queste le situazioni paradossali, surreali dei cinque racconti compresi in questa raccolta, espressione di una realtà indecifrabile, dove l’assurdo si fa norma e tutto si presenta nodoso, avviluppato in groviglio inestricabile che è infine il groviglio stesso dell’esistenza, dove nulla è certo e nulla ha un centro, ma tutto è disorientante e disorientato.

 

(dalla Prefazione di Gianni Caccia)

 

* * *

 

L’autostrada

Si chiama Olinda Cavallari, affittò l’appartamento dopo un anno.
Prima c’era la sorella minore, ha fatto carriera è al nord. Dopo un anno non mi ero abituata ai rumori della camera da letto, noi, per noi sono monolocali, che devono fare casa, per chi, per chi neanche il letto vogliono, senza spazio la diviene, no non per il prezzo, chi l’affitta ogni tre mesi o poche settimane non ci pensa, lo scambio, la moneta che c’entra, a quei livelli, con quelle manie, forse la prostituzione è più solenne, sì coppie assortite, l’ultima sfasciò il letto in pieno pomeriggio, nell’ala effe, questa è la di, stavo per chiamare la polizia e chiamai il padrone, cambiarono l’intera mobilia, trovai la sera il furgone dei traslochi e tutto impacchettato, i facchini attenti a chiudere la porta a ogni carico, chissà perché, potevano mandarci prima una donna delle pulizie, ci sarà stata mentre noi si dorme.
Era molto simpatica. Ironica, allegra no, difficile in un monolocale di venti metri quadri su uno svincolo di autostrada, fossimo in prossimità, c’è questa pezza di campagna pure scema, pensi solo a chi si nasconde o che ci portano, no il posto è tranquillo, per questo dubiti. Bisogna fare rumore? Questa è bella, sì potresti, è bella sì, potresti sempre confidare in qualcuno, il silenzio dello sfrecciare delle auto, la grande e unica vetrata del balcone, puoi stare in un emporio, in molestia con chi non c’è ma c’è, non li vedi, non li senti e supponi nel vedere e sentirli che come te nell’autostrada mimino quel che vorresti in essa non vi fosse. Ti fanno compagnia, può darsi, sì ogni appartamento è occupato, gente per bene. Come puoi vederli? No non li ho mai visti.
La Cavallari sì, molti avevano i suoi orari. Non ci siamo mai dette cosa facevamo, lavoro, amici, parenti. Sì mi disse di essere la sorella e dell’avanzamento di carriera, sì del motivo del cambio, no mai conosciuta la sorella minore, qua ognuno viene dall’autostrada, di quella non si vuole sapere appunto.
Invece sia io che lei avevamo. Ho casa qua. Sì, la turbavano i rumori.
Se una viene a bussarmi alla porta, se vedo ragazzine, fanciulle, non le vedrai, non le riconoscerai, vivo qua da cinque anni, cambiare e perché, qua so di evenienze, eventualità, si allagò affianco e chiamai il padrone, sempre lo stesso al primo e secondo piano, ci voleva che venisse, un mese prima un lezzo, sì anche lì cambiarono i mobili, scusi no, solo la moquette.
Qua e su dalla Cavallari è rimasto il parquet. Noi non potendo scegliere si è dubbiose. Quel che trovi, accetti.
Si è preso il tè insieme. Raramente. Sì, lavorava a casa e poi lunghe trasferte. Sì, ho visto il tavolo da lavoro, i disegni, scenografa, costumista può essere. Ho supposto. La valigia sempre aperta sotto il letto, con le targhette dei voli di linea, mi sembra. Prendemmo il tè. Fu lei una sera a deciderlo, non aveva il telefono, poi lo fece allacciare.
Non so avrà sentito il trillo del mio. Qui si suppone, si intuisce. Con quella autostrada niente bizze, non ti rimane. Pulisci e spazzi che già ti ritrovi di fronte alla vetrata. Cucini certo, mangi dandole le spalle. Appunto sai di darle le spalle. Telefonò, qualcuno la cercò e andai su ad avvisarla. Sì, diceva ho bisogno di due giorni e vi raggiungo, prese appunti. Io le portai la posta, dovetti firmare una raccomandata. No vi giuro che non so il mittente. Intuii per lavoro. Il giorno dopo avergliela data era in terra. Ah ma vi dico che non mi importa.
Se mi importasse andrei in quei condomini, zuppi di famiglie, lì ti deve importare, lì vi sono associazioni, qua non è un bordello, troppo comodo, comoda l’esistenza, no, qua non c’è scomodità, io vivo bene, sono evenienze, eventualità, ho chiamato la polizia, no supponevo di farlo, chiamai e prima del suo arrivo un cenno al padrone, quando vai in metropolitana stai sempre attenta alle guardiole, alle divise, ai gruppetti, a chi passeggia, io sono sempre osservata e penso sempre di avere a portata di occhio una bomboletta, quelle che stupidiscono o immobilizzano, ho con me sempre un insetticida, inizio a palparlo nella tasca della giacca appena sono fuori, non dalla porta, fuori in strada, qua nessuno nuoce all’altro, che si sappia, qua si sa perché si viene, di nuovo bordello, lì per andarci non si sa un accidente, qua tutti sanno più del dovuto, è quell’eccedenza che li porta, non è mattana, non è cambio di rotta. Come, con un insetticida a spasso? Perché mi consiglia forse di portare una iguana, un orso forse? Troppo comodo.
Veniva qualcuno a prenderla, portarla. Può darsi. Avrei dovuto dallo spioncino della porta, ma c’è il ballatoio, noi si vede solo sul retro. L’autostrada. Con quale frequenza sbatteva la porta. Sì, in effetti le porte sono come l’autostrada. C’è, non c’è, accompagnano. No da lei, vi erano gli stessi rumori. Il water, le ciabatte, la radio. Si ruppero tanti piatti. Tutti in una volta. Mah! In un monolocale, finché non calibri le abitudini delle cose. Gli oggetti ti zombano addosso. Prese le tazze da sotto il letto da dentro una scatola.
Anch’io sotto il letto ho l’aspirapolvere e quant’altro. Non quella appena acquistata, però, altrimenti perché acquistarla.
Lei era più previdente. A me si rompono le tazze subito. E nuove le ripongo sul porta piatti. Sì lei aveva la lavastoviglie. Come, aveva l’auto. Può darsi. Sa quante macchine parcheggiano. Dovevo averla notata, sempre la stessa. E perché. Fossero le stesse. Anche l’autostrada è la stessa. Eppure.
Benestante? Beh allora lo sono anch’io. Non ho la lavastoviglie e l’auto e allora? Comodo, troppo comodo. Le prestai l’apriscatole e l’apribottiglia. Ma appena trasferita. Una volta la vidi accanto al cassonetto, ho detto che aveva gli orari degli altri, quindi dei miei, deve aver avuto fretta.

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Edizione di Bari - 15 ottobre 2005   leggi

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