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Che incidenza hanno, nella
formazione di un individuo, gli anni della fanciullezza e
dell’adolescenza? Decisiva, rispondono gli psicologi,
precisando che non occorre neanche arrivare all’adolescenza,
perché già nei primi anni di vita (alcuni tirano
in ballo persino la vita prenatale) si formano i tratti fondamentali
della personalità, il carattere, gli orientamenti culturali.
Decisiva, rispondono anche le persone comuni, se solo hanno la
capacità di cogliere la diversa intensità con cui
si imprimono nella mente gli eventi della prima infanzia rispetto a
quelli delle età successive, di rintracciare le persistenze
all’interno di processi evolutivi che pure comportano
trasformazioni e adattamenti, e di constatare quanto in
profondità determinate opzioni affondino le loro radici,
dentro e fuori di noi.
Questi interrogativi mi ponevo leggendo in dattiloscritto questo
Introibo di Luciano Vullo, venuto
fuori da un contesto sociale costituito dalla Sicilia interna,
contadina e postbellica. E mi chiedevo, in particolare, se le scelte
politiche potessero, in un processo di maturazione, risalire proprio a
quegli anni e a quel contesto (più o meno, come il grande
latinista Concetto Marchesi spiegava la propria adesione al comunismo
in un pamphlet Perché sono comunista,
scritto negli anni Cinquanta); e in generale, se la visione comune,
diffusa, dominante, di una realtà di miseria e di
sfruttamento, di degradazione e di ingiustizia, non costituisse il
presupposto di una scelta politica di sinistra: e dico
“sinistra” attribuendo alla parola tutto il peso e
il significato che essa aveva in quegli anni, ed ha continuato ad avere
ancora per vari decenni.
Una risposta affermativa a quest’ultima domanda, nel senso
cioè di una correlazione stretta e diretta tra esperienza
vissuta e orientamenti politici, suona piuttosto semplicistica. Essa
escluderebbe che si possa essere di sinistra senza appartenere a classi
popolari, e farebbe di questa appartenenza la condicio sine
qua non di determinate opzioni politiche.
L’esperien-za mostra invece che non è
così. Borghesi o aristocratici illuminati hanno dedicato la
loro opera, il loro impegno politico, spesso l’intera
esistenza al riscatto sociale di classi alle quali non appartenevano; e
viceversa, si è dovuto constatare tante volte che alla
minima emancipazione dalla classe sociale popolare è seguita
in molti casi una netta presa di distanza, un rifiuto radicale delle
forme di vita e dei tratti culturali che la caratterizzavano, quando
non un ostentato disprezzo.
[...]
dalla Prefazione di Salvatore Nicosia
* * *
Occorrono oggi tanta
Politica e tanta Pedagogia. Cioè, tanta paideia!
Tre P al posto delle tre I! Forse lo penso perché, nella
nuova condizione di ex, mi mancano. Bisogno di confessione scritta: non
ho idea di come potrei colmare il vuoto che hanno lasciato dentro di
me, considerato che la mia esistenza è stata assorbita quasi
per intero dal pensiero di esse.
Tutto vero, per un uomo alfabetico! Posso continuare leggendo,
tuttavia. Non solo cose del mondo che più non è.
Attualità, cronaca e riflessioni su di essa. Sarebbe
più interessante partecipare agli eventi. Viverli,
osservarli con i propri occhi. Non è possibile. Non
certamente perché il mondo si è dilatato e
complicato. Neanche perché l’età
avanzata non favorisce la presa in diretta. Già nel passato
ho avuto l’impressione che l’osservazione diretta
non sempre agevola la conoscenza. Una volta ebbi a dirlo a
un’insegnante all’inizio della mia carriera di
preside. Stava conducendo i suoi alunni di seconda media alla
“scoperta del territorio”, il quartiere, la
città. Volle essere autorizzata a portare i ragazzi fuori a
fare delle osservazioni in presa diretta. Ovviamente, per
più giorni. Evidentemente l’autorizzai. Poi mi
permisi di farle notare che difficilmente i ragazzi avrebbero imparato.
Non avrebbero avuto il “quadro sinottico”.
Capì e mi chiese un consiglio. Le promisi che le avrei
portato il Piano Regolatore e le relative tavole planimetriche. Tutto
fatto. Alcune settimane dopo mi chiese l’autorizzazione a
condurre i ragazzi al Municipio per intervistare il Capo
dell’Ufficio Tecnico. A conclusione, i ragazzi relazionarono
su quello che avevano compreso. Erano abbastanza spigliati. Avevano
capito il fenomeno dell’abusivismo edilizio!
Le tavole planimetriche naturalmente non sono la realtà.
Protesi, invece, grazie alle quali la realtà può
essere scrutata. Attraverso le letture e il confronto delle opinioni
con gli strumenti di cui ci si può avvalere oggi, anche da
casa propria, pur in assenza dell’esperienza diretta, in
qualche modo è possibile conoscere il mondo.
Posso, pertanto, affermare che oggi siamo a una svolta e che tutti,
piccoli e grandi, dobbiamo affrontare, con diverso grado di
responsabilità, problemi contemporaneamente piccoli e
grandi. Non tutti gli uomini nello stesso tempo. Ma i problemi piccoli
e grandi simultaneamente. Non prima quelli piccoli e poi i grandi. O
viceversa.
Faccio qualche esempio muovendo dalla dimensione locale. Gli anziani
oggi corrono qualche rischio. Domani potrebbe essere anche peggio.
Vivono più a lungo rispetto al passato e non sempre possono
contare sull’aiuto dei parenti. L’Ente locale
– l’Assessorato ai servizi Sociali del Comune
– deve provvedere alla loro assistenza. Che ha costi elevati
in una società moderna perché non si tratta solo
di offrire loro cibo e riposo notturno. Ecco, basta solo questo esempio
per prendere atto che il problema dell’assistenza degli
anziani in una società civile, chiamiamola moderna e
democratica, porta immediatamente al problema delle tasse.
Cioè al reperimento delle risorse da parte dello Stato (o di
altro Ente) per il successivo trasferimento alla spesa assistenziale.
Detto solo tra parentesi, in alcune società gli uomini e le
donne in attività lavorativa provvedono da tempo alla loro
vecchiaia in proprio, ricorrendo ai fondi privati. Però, ora
c’è da prendere atto di una novità.
L’accesso al lavoro viene sempre più rinviato
– e non è un’anomalia! – ad
età avanzata. E che il lavoro sia di tipo interinale, a
tempo determinato o
comunque flessibile o atipico. Per cui il lavoratore in
attività fa difficoltà a detrarre dal compenso la
quota da versare per il fondo pensioni. Sicché corre il
rischio di trovarsi scoperto quando avrà raggiunto
l’età in cui non potrà più
lavorare. Anzi, dovrà rinviare il congedo. Dunque, un nuovo
problema che non è solo suo – il disagio
personale, la povertà individuale – ma anche
sociale in termini di sicurezza della comunità in cui vive.
Cinicamente si può osservare che è pure un
problema economico in quanto quel povero soggetto anziano non alimenta
la dinamica domanda-offerta su cui regge l’economia.
Tutto si intreccia nella società complessa: il locale e il
globale. La mia speranza è di non fare la parte del solito
chiacchierone che muove dai “massimi sistemi”.
Essi, oggi, ci insisto, coincidono con i minimi! Questi, tra
l’altro, solo in apparenza sono fuori dal sistema!
[...]
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