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Il giovane Gianluca Olivetto giunge alla sua
seconda opera, a breve distanza dall’ottimo esordio con il
racconto lungo La fabbrica dei dannati. Se il tema
di fondo è simile, centrato sul classico topos gotico del
luogo maledetto, Il rifugio del male colpisce
però il lettore per l’accresciuta
abilità espressiva, la maggiore ampiezza dello sguardo, la
superiore articolazione di scene e la gestione degli spazi narrativi.
Il rifugio del male è
anche, al di là del plot, uno spaccato di vita provinciale
con un occhio di riguardo all’adolescenza. Il gruppo dei
giovanissimi protagonisti è calato in una dimensione adulta,
a fianco di genitori e altri personaggi che rappresentano un lato meno
oscuro ma più quotidiano e concreto del male, quello che in
fondo sperimentiamo ogni giorno, fatto di incomprensione,
incomunicabilità, superficialità e abbruttimento:
quasi un livello zero del male che si confronta, prima per rapidi
squarci e poi nel finale, con una rappresentazione più
metafisica e quintessenziale nella sua gratuita e totale
alterità.
Non vanno trascurati, in appendice, i rapidi ma densi racconti, i quali
racchiudono in nuce temi e spunti d’interesse, con incursioni
nel patologico della follia e persino nel divertissement
ironico di Zio Frank. Altre atmosfere, quindi, che
già mettono le basi per i lavori futuri di Gianluca Olivetto.
M.F.
* * *
Posseduto
Il demonio è dentro di me. Lo sento muovere, agitarsi,
parlarmi di cose oscene.
Ho paura. Ho tanta paura. Come sia potuto succedere non ne ho la
più pallida idea, tuttavia adesso mi ritrovo prigioniero.
All’interno del mio corpo c’è lui,
Satana.
La cosa più sconvolgente è che le parole ed i
gesti che esprimo non sono voluti da me stesso, ma sono dettati da lui.
A volte riesco a piangere: è il massimo che possa fare
autonomamente.
Posso sentire la mia anima mentre chiede pietà, mentre
implora Gesù Cristo di aiutarmi. Ma quello che mi sta
succedendo è troppo anche per Dio.
Senza che io me ne renda conto, prendo il rasoio sul comodino e mi
incido un profondo taglio sull’avambraccio. Io non avrei
voluto farlo, ma colui che mi possiede mi ci ha costretto.
Sto pregando. Dentro la piccola parte che è rimasta di me,
sto ancora pregando il Signore. Purtroppo sembra che non serva a
niente. Satana vuole uccidermi, e non mostra segni di debolezza.
Ecco! Ora sta entrando, nella stanza dove mi trovo, Don Giuseppe
assieme a mio padre e mio fratello Luca. Mia madre è rimasta
fuori, la sento piangere.
Don Giuseppe comincia a pregare, mentre papà e Luca mi
immobilizzano legandomi sul letto. Io non oppongo resistenza. Resto
semplicemente fermo. Improvvisamente la creatura che sta dentro di me
mi obbliga a sputare contro mio padre. Io dentro la mia anima soffro
per tutto quanto.
«Gesù, Nostro Signore, scaccia l’essenza
malvagia da questo tuo figlio! Sconfiggi le forze delle tenebre,
liberalo dal male!» dice il prete a voce alta con un libro di
preghiere davanti. «Proteggici, illuminaci! Padre Nostro, che
sei nei cieli...».
Prima che Don Giuseppe possa terminare il discorso, il demone mi
costringe a bestemmiare e imprecare. Ma il prete si dimostra molto
tenace e ricomincia a pregare. Spero con tutto me stesso che riesca a
scacciare questa presenza maligna dal mio corpo, ma ho paura.
«Vattene da questa creatura di Dio, essere
immondo!» urla quasi Don Giuseppe, poi mi versa addosso degli
schizzi di acqua santa. Al contatto con l’acqua, il mio corpo
si contorce, spasima, piange dal dolore. Il maligno vorrebbe liberarsi
da tutto questo, ma per sua sfortuna io sono legato talmente bene da
non riuscire a liberarmi.
Mi ritrovo del tutto immobilizzato. Questa sensazione mi fa sentire
ancora più male, è come se nessuno possa sapere
che io non voglio subire tali trattamenti, che sto bene e che voglio
essere libero. Ma in realtà il mio corpo è ancora
posseduto dal demonio. Lui mi sta parlando, dicendomi di abbandonare la
fede, di andare con lui nel suo regno, di scappare dalla legge di Dio.
Io rispondo che non voglio, che ho paura e lo prego di lasciarmi stare.
«Signore, scaccia l’angelo delle tenebre da questo
corpo!» dice ancora Don Giuseppe mentre mi getta contro
dell’altra acqua santa.
Sento mio fratello piangere. Mio padre sospirare, ansimante. Ma il mio
corpo non ne può più. Il mio cuore cessa di
battere e mi sento prendere da una forza oscura, che mi trascina
giù giù giù, nel vuoto. O meglio,
nell’inferno.
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