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Gibran Khalil Gibran

 

Il Profeta

 

Traduzione di Pier Luigi Amietta

Illustrazioni di Adamo Calabrese

2010

ISBN-13: 978-88-7536-237-9

pp. 200

cm 15x21

€ 12,00

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Gibran Khalil Gibran, poeta, pittore e filosofo, nacque a Bsharri (Libano), il 6 gennaio 1883 e morì a New York il 10 aprile 1931.
Di religione cristiano-maronita emigrò nel 1918 negli Stati Uniti, dove operò fino alla morte e scrisse le sue opere, che si diffusero ben oltre il suo paese d’origine, anche per il fatto di essere scritte quasi tutte in inglese. Gibran fu tra i fondatori, insieme a Mikha’il Nu’ayma, dell’Associazione degli scrittori, punto d’incontro dei letterati arabi emigrati in America. La sua poesia venne tradotta in oltre 20 lingue, e divenne un mito per i giovani che considerarono le sue opere come breviari mistici. Gibran ha cercato di unire nelle sue opere la civiltà occidentale e quella orientale. Fra le opere più note: Il Profeta e Massime spirituali.

 

Pier Luigi Amietta

Adamo Calabrese

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I testi

 

Di solito, quando si tratta di classici - come è ormai pacifico considerare anche quest’opera singolare di Gibran - le traduzioni sono numerose e Il Profeta non fa eccezione.
Vorrei dare perciò una mia risposta non rituale alla rituale, anche se legittima domanda: “C’era bisogno di una nuova traduzione?”
La mia risposta è: sì. E aggiungo, paradossalmente: quando si parla di classici, c’è sempre bisogno di una nuova traduzione. Anzi, più traduzioni ci sono, meglio è.
Infatti, tradurre non significa mettere una parola al posto di un’altra. Tradurre vuol dire capire. E capire, anche etimologicamente vuol dire “prendere in sé”. E allora ciò che si prende in sé non si può più restituire uguale: perché esso, per definizione, è passato attraverso tutta la storia della nostra vita, attraverso la nostra educazione, la nostra sensibilità, la nostra emozione. Quando si tratta di poesia, poi, si tratta di un fenomeno di “comunicazione” tra l’autore e il traduttore, che va ben oltre la parola (la parola muore, non appena detta, ricordava Emily Dickinson, poeta grande) e che si restituisce, ogni volta, carica di nuove linfe, ad una nuova generazione di lettori.

[...]

                                                                                     Pier Luigi Amietta

 

* * *

 

La Gioia e il Dolore

Allora una donna domandò: parlaci della Gioia e del Dolore.
Ed egli rispose:
La vostra gioia e il vostro dolore non dissimulatelo.
E il pozzo dal quale il vostro riso sgorga molte volte fu riempito dalle vostre lacrime.
Come potrebbe essere altrimenti?
Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete accogliere.
La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa che fu cotta nel forno del vasaio?
E non è forse il liuto che accarezza il vostro animo, il legno stesso svuotato dal coltello?
Quando siete lieti, scrutate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è ciò che ieri vi rattristava a rendervi oggi felici.
E quando siete tristi, guardatevi in cuore e vi accorgerete che state piangendo per quel che fu la vostra gioia.
Tra voi alcuni dicono: La gioia prevale sul dolore; altri dicono; No, è il dolore che prevale.
Ma io vi dico che essi non sono separabili.
Insieme essi giungono, e se l’uno siede alla vostra mensa, l’altro, ricordatelo, dorme nel vostro letto.
In verità siete bilance, oscillanti tra la gioia e il dolore.
Solo se foste vuoti sareste in equilibrio e immobili.
Quando il gioielliere vi solleva per pesare l’oro o l’argento, in voi a vicenda gioia e dolore dovranno alzarsi o ricadere.

 


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