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Gibran Khalil
Gibran, poeta,
pittore e filosofo, nacque a Bsharri (Libano), il 6 gennaio
1883 e morì a New York il 10 aprile 1931.
Di religione cristiano-maronita emigrò nel 1918 negli Stati
Uniti, dove operò fino alla morte e scrisse le sue opere,
che si diffusero ben oltre il suo paese d’origine, anche per
il fatto di essere scritte quasi tutte in inglese. Gibran fu
tra i fondatori, insieme a Mikha’il Nu’ayma,
dell’Associazione degli scrittori, punto d’incontro dei
letterati arabi emigrati in America. La sua poesia venne
tradotta in oltre 20 lingue, e divenne un mito per i giovani
che considerarono le sue opere come breviari mistici. Gibran
ha cercato di unire nelle sue opere la civiltà occidentale e
quella orientale. Fra le opere più note: Il Profeta e
Massime spirituali.
Pier Luigi
Amietta
Adamo
Calabrese
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Di solito, quando si tratta
di classici - come è ormai pacifico considerare anche
quest’opera singolare di Gibran - le traduzioni sono
numerose e Il Profeta non fa eccezione.
Vorrei dare perciò una mia risposta non rituale alla
rituale, anche se legittima domanda: “C’era bisogno di una
nuova traduzione?”
La mia risposta è: sì. E aggiungo, paradossalmente: quando
si parla di classici, c’è sempre bisogno di una nuova
traduzione. Anzi, più traduzioni ci sono, meglio è.
Infatti, tradurre non significa mettere una parola al posto
di un’altra. Tradurre vuol dire capire. E capire, anche
etimologicamente vuol dire “prendere in sé”. E allora ciò
che si prende in sé non si può più restituire uguale: perché
esso, per definizione, è passato attraverso tutta la storia
della nostra vita, attraverso la nostra educazione, la
nostra sensibilità, la nostra emozione. Quando si tratta di
poesia, poi, si tratta di un fenomeno di “comunicazione” tra
l’autore e il traduttore, che va ben oltre la parola (la
parola muore, non appena detta, ricordava Emily Dickinson,
poeta grande) e che si restituisce, ogni volta, carica di
nuove linfe, ad una nuova generazione di lettori.
[...]
Pier Luigi Amietta
* * *
La Gioia e il Dolore
Allora una donna domandò: parlaci della Gioia e del Dolore.
Ed egli rispose:
La vostra gioia e il vostro dolore non dissimulatelo.
E il pozzo dal quale il vostro riso sgorga molte volte fu
riempito dalle vostre lacrime.
Come potrebbe essere altrimenti?
Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia
potrete accogliere.
La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa
che fu cotta nel forno del vasaio?
E non è forse il liuto che accarezza il vostro animo, il
legno stesso svuotato dal coltello?
Quando siete lieti, scrutate nel fondo del vostro cuore e
scoprirete che è ciò che ieri vi rattristava a rendervi oggi
felici.
E quando siete tristi, guardatevi in cuore e vi accorgerete
che state piangendo per quel che fu la vostra gioia.
Tra voi alcuni dicono: La gioia prevale sul dolore; altri
dicono; No, è il dolore che prevale.
Ma io vi dico che essi non sono separabili.
Insieme essi giungono, e se l’uno siede alla vostra mensa,
l’altro, ricordatelo, dorme nel vostro letto.
In verità siete bilance, oscillanti tra la gioia e il
dolore.
Solo se foste vuoti sareste in equilibrio e immobili.
Quando il gioielliere vi solleva per pesare l’oro o
l’argento, in voi a vicenda gioia e dolore dovranno alzarsi
o ricadere.

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