i libri

Luciana Barisone

 

I passi di mia madre

2009

ISBN-13: 978-88-7536-239-3

pp. 48

cm 13x18

€ 9,00

 

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L'autore

Luciana Barisone è nata ad Ovada (Alessandria) nel 1945; è vissuta a lungo a Genova, dove ha compiuto gli studi laureandosi in Lettere. Dal 1973 abita a Saluzzo (Cuneo), città nella quale si è trasferita per motivi di famiglia e di lavoro. È stata insegnante di scuola media.
Ha pubblicato i racconti Le mutande (Joker, 2005) e I passi di mia madre (ivi, 2009).

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I testi

 

L’intreccio di vite che mi sono provata a raccontare è un bene che ho voluto lasciare a chi viene dopo di me: mi è sembrato straordinario, da Giorno della Memoria.
Ma forse, col tempo, è solo cambiato il modo di soffrire, di gioire: oggi come ieri ce la fa e lascia il segno soltanto chi accetta la propria sorte, fa tesoro delle proprie esperienze e regala di sé senza risparmiarsi.

 

* * *

 

La prima volta che a guerra finita Emma torna a casa, questa volta nella casa paterna, è per la ricorrenza di San Rocco, 16 agosto.
L’Italia è uscita vittoriosa dal conflitto ormai da dieci mesi e a Bandita tutti approfittano della festa del Santo patrono per mettere una pietra sopra alla paura e al dolore.
Mentre gioisce insieme con le amiche e sorride forse a se stessa, Emma è osservata da un giovane che viene da fuori, da Molare: è il primogenito di un’altrettanto grande famiglia originaria di Bandita. Si chiama Sebastiano (Bastian) e rimane incantato dalla dolcezza di quella piccola ragazza dai capelli chiari raccolti sulla nuca: coglie in lei una consapevolezza arrendevole e da quel momento, sfruttando le numerose occasioni, la corteggia ostinatamente ma in modo indiretto; non le chiede mai un ballo, ma la pressa con sguardi che sono di passione ma anche di controllo.
Alla processione dell’anno successivo Bastian porta il Cristo. Portare il Cristo non solo è un onore, ma è anche un modo per farsi notare da uomini e donne. Bastian vuole che sia Emma a notarlo; ci riesce.
D’altra parte anche la ragazza, che ha messo a buon frutto ciò che ha imparato a Genova in quella casa di buone maniere oltre che di patimenti, si fa notare, ma lei proprio perché non vuole sedurre.
Dal giorno in cui in processione Bastian ha portato il Cristo, Emma non può più ignorare quel giovanottone biondo, scarmigliato e pieno di vita fino all’irrequietezza; scopre in lui una generosità che fino ad allora pochi le avevano offerto, viene a sapere che non disdegna altre gonne. Non si innamora, ma lo sposa.
«L’ho sposato per togliermelo di torno» ripeterà spesso a noi figli, sorridendo di quel matrimonio forzato ma non sbagliato.
Emma ha ventitré anni quando cambia ancora casa.
È un casale grande a due chilometri da Molare, affiancato dai fienili, dalle stalle e dal pollaio; ha l’ingresso al primo piano ingentilito dal pergolato di uva luglienga, sotto il quale sta una piccola conigliera dalla volta a botte; sul retro una porcilaia ospita un solo maiale che aspetta l’autunno per essere immolato.
La costruzione ornata da una fascia arancione, che corre parallela al perimetro e la divide idealmente in due, è al centro di una bella tenuta: i campi, le vigne, gli orti, il giardino che fornisce i fiori sempre freschi per il tavolo della sala da pranzo e per i morti della famiglia, il bosco e persino il ruscello che attraversa il pioppeto.
È anche pieno di gente: i suoceri, i due cognati, le numerose cognate, la più giovane delle quali, Tina, è una piccina di quattro anni. Tina in realtà è Assunta, proprio come Emma.
La famiglia della quale ora la giovane sposa fa parte è fiera, orgogliosa, pronta a punire con sguardi e silenzi chi sbaglia nel non rispettare le regole e le gerarchie.
Emma non sbaglierà. Non ha bisogno di temere: è così laboriosa, attenta, pronta a capire le esigenze di tutti, che addirittura fa da collante in un piccolo mondo in cui i sentimenti positivi sono spesso lasciati da parte. Racconta le fiabe alla piccola di casa ma anche i grandi l’ascoltano.
A Emma, dato che è giovane e sana, si affidano lavori pesanti: mungere la mattina presto e la sera prima di cena, curare l’orto, andare al pozzo... Mentre dimagrisce a vista d’occhio, presto il suo grembo nasconde il segreto.
Quando è tempo di legare le viti Emma si accompagna con Nini, la cognata più grande; sono quasi coetanee e possono chiacchierare e capirsi.
Nini è innamorata e racconta il suo sentimento: Luigi, il suo uomo, è bello, alto come alta è lei, generoso, ma qualche volta alza il gomito e soprattutto non ha terreni né casa; fa il manovale.
I genitori della ragazza sono contrari al matrimonio e, convinti di fare il bene della figlia, dicono no.
Nini è mite e si adegua, nutrendo la speranza che un giorno, per incanto madre e padre diranno un sì.
Emma l’ascolta e la sostiene, prova a farsi tramite; ma senza successo. Arriva per lei il momento del parto, arriva quando non è ancora tempo. Forse si è stancata nel rispettare più le regole della nuova famiglia che quelle del suo corpo sacro di madre; la piccola Rosa, bella, delicata, vive solo pochi giorni. Nascerà in seguito un’ altra Rosa (il nome della nonna paterna deve essere tramandato), come la prima bella e delicata: sarà il giocattolo di tutti e in particolare di Tina.
Di lì a poco l’innamorato di Nini si sposa, si sposa lontano; abbandonata, la ragazza non vive più, attraversa una sorta di limbo doloroso e quando lavora con Emma non chiacchiera, alterna a pianti silenziosi la recita del Miserere. Un bel giorno smetterà di piangere, come asciugata.
Tuttavia il rapporto affettuoso e sincero tra le due donne non finisce ed Emma non lascerà al suo destino la cognata; anche lontana da quella casa, la frequenterà con l’impegno tacito di venirle in aiuto, sempre.
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