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L’intreccio di
vite che mi sono provata a raccontare è un bene che ho
voluto lasciare a chi viene dopo di me: mi è sembrato
straordinario, da Giorno della Memoria.
Ma forse, col tempo, è solo cambiato il modo di soffrire, di
gioire: oggi come ieri ce la fa e lascia il segno soltanto
chi accetta la propria sorte, fa tesoro delle proprie
esperienze e regala di sé senza risparmiarsi.
* * *
La prima volta che a guerra
finita Emma torna a casa, questa volta nella casa paterna, è
per la ricorrenza di San Rocco, 16 agosto.
L’Italia è uscita vittoriosa dal conflitto ormai da dieci
mesi e a Bandita tutti approfittano della festa del Santo
patrono per mettere una pietra sopra alla paura e al dolore.
Mentre gioisce insieme con le amiche e sorride forse a se
stessa, Emma è osservata da un giovane che viene da fuori,
da Molare: è il primogenito di un’altrettanto grande
famiglia originaria di Bandita. Si chiama Sebastiano (Bastian)
e rimane incantato dalla dolcezza di quella piccola ragazza
dai capelli chiari raccolti sulla nuca: coglie in lei una
consapevolezza arrendevole e da quel momento, sfruttando le
numerose occasioni, la corteggia ostinatamente ma in modo
indiretto; non le chiede mai un ballo, ma la pressa con
sguardi che sono di passione ma anche di controllo.
Alla processione dell’anno successivo Bastian porta il
Cristo. Portare il Cristo non solo è un onore, ma è anche un
modo per farsi notare da uomini e donne. Bastian vuole che
sia Emma a notarlo; ci riesce.
D’altra parte anche la ragazza, che ha messo a buon frutto
ciò che ha imparato a Genova in quella casa di buone maniere
oltre che di patimenti, si fa notare, ma lei proprio perché
non vuole sedurre.
Dal giorno in cui in processione Bastian ha portato il
Cristo, Emma non può più ignorare quel giovanottone biondo,
scarmigliato e pieno di vita fino all’irrequietezza; scopre
in lui una generosità che fino ad allora pochi le avevano
offerto, viene a sapere che non disdegna altre gonne. Non si
innamora, ma lo sposa.
«L’ho sposato per togliermelo di torno» ripeterà spesso a
noi figli, sorridendo di quel matrimonio forzato ma non
sbagliato.
Emma ha ventitré anni quando cambia ancora casa.
È un casale grande a due chilometri da Molare, affiancato
dai fienili, dalle stalle e dal pollaio; ha l’ingresso al
primo piano ingentilito dal pergolato di uva luglienga,
sotto il quale sta una piccola conigliera dalla volta a
botte; sul retro una porcilaia ospita un solo maiale che
aspetta l’autunno per essere immolato.
La costruzione ornata da una fascia arancione, che corre
parallela al perimetro e la divide idealmente in due, è al
centro di una bella tenuta: i campi, le vigne, gli orti, il
giardino che fornisce i fiori sempre freschi per il tavolo
della sala da pranzo e per i morti della famiglia, il bosco
e persino il ruscello che attraversa il pioppeto.
È anche pieno di gente: i suoceri, i due cognati, le
numerose cognate, la più giovane delle quali, Tina, è una
piccina di quattro anni. Tina in realtà è Assunta, proprio
come Emma.
La famiglia della quale ora la giovane sposa fa parte è
fiera, orgogliosa, pronta a punire con sguardi e silenzi chi
sbaglia nel non rispettare le regole e le gerarchie.
Emma non sbaglierà. Non ha bisogno di temere: è così
laboriosa, attenta, pronta a capire le esigenze di tutti,
che addirittura fa da collante in un piccolo mondo in cui i
sentimenti positivi sono spesso lasciati da parte. Racconta
le fiabe alla piccola di casa ma anche i grandi l’ascoltano.
A Emma, dato che è giovane e sana, si affidano lavori
pesanti: mungere la mattina presto e la sera prima di cena,
curare l’orto, andare al pozzo... Mentre dimagrisce a vista
d’occhio, presto il suo grembo nasconde il segreto.
Quando è tempo di legare le viti Emma si accompagna con
Nini, la cognata più grande; sono quasi coetanee e possono
chiacchierare e capirsi.
Nini è innamorata e racconta il suo sentimento: Luigi, il
suo uomo, è bello, alto come alta è lei, generoso, ma
qualche volta alza il gomito e soprattutto non ha terreni né
casa; fa il manovale.
I genitori della ragazza sono contrari al matrimonio e,
convinti di fare il bene della figlia, dicono no.
Nini è mite e si adegua, nutrendo la speranza che un giorno,
per incanto madre e padre diranno un sì.
Emma l’ascolta e la sostiene, prova a farsi tramite; ma
senza successo. Arriva per lei il momento del parto, arriva
quando non è ancora tempo. Forse si è stancata nel
rispettare più le regole della nuova famiglia che quelle del
suo corpo sacro di madre; la piccola Rosa, bella, delicata,
vive solo pochi giorni. Nascerà in seguito un’ altra Rosa
(il nome della nonna paterna deve essere tramandato), come
la prima bella e delicata: sarà il giocattolo di tutti e in
particolare di Tina.
Di lì a poco l’innamorato di Nini si sposa, si sposa
lontano; abbandonata, la ragazza non vive più, attraversa
una sorta di limbo doloroso e quando lavora con Emma non
chiacchiera, alterna a pianti silenziosi la recita del
Miserere. Un bel giorno smetterà di piangere, come
asciugata.
Tuttavia il rapporto affettuoso e sincero tra le due donne
non finisce ed Emma non lascerà al suo destino la cognata;
anche lontana da quella casa, la frequenterà con l’impegno
tacito di venirle in aiuto, sempre.
[...]
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