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Federico Salimbene ha
trentasei anni, un romanzo da scrivere, una donna che non
vuole amare, un datore di lavoro che detesta. Costretto in
un presente che non può liberarsi del passato, si mette alla
ricerca di sé attraverso la scrittura, che è sì espressione
letteraria, ma che sembra, anche, l’unica possibile via di
riscatto. Alla labilità dell’ispirazione, alla propria
incapacità di trovare in sé i motivi e i temi dello
scrivere, e quindi del vivere, il protagonista reagisce,
fino ad una conclusione sorprendente e originale, facendo
ritorno alla fonte prima della propria spinta artistica ed
esistenziale: la vita realmente vissuta.
* * *
La camera sonnecchiava in un buio silenzioso
custodito da tapparelle diligenti. I vicini ancora non si
sentivano, nemmeno Lo Giudice, che a quell’ora solitamente
già ciabattava frenetico. Federico si svegliò in un sorriso
compiaciuto dell’impresa della sera prima, il suo romanzo.
Accese la luce sul comodino e rimase disteso a grattarsi la
testa, aveva bisogno di lavarsi. Da quando viveva solo la
doccia era diventata la sua personale saracinesca
sull’universo, da tirar giù sempre una volta a casa. Doveva
dividere, separare, la doccia come zona di decompressione
tra il dovere di adeguarsi al lavoro, alle esigenze del
pubblico mondo, e il piacere di liberarsi nel privato.
Lavare via i fastidi, le frustrazioni, il sudore nervoso, e
ritrovarsi purificato a soppesare dalla propria
tana-santuario le vere questioni della sua vita. La divisa
domestica era poi il lucchetto da far scattare, felpa,
pantaloni della tuta e ciabatte. Che il Nanni annotasse pure
quello che gli pareva sul suo diario tanto caro.
Certo la sera prima era stata speciale, assolutamente fuori
dall’ordinario, e Federico era uno che le eccezioni aveva
imparato a gestirle bene, purché tali si accontentassero di
rimanere. Guardò difronte e mandò un buongiorno al suo nume
tutelare, gran protettore e faro lucente, immacolato
specchio dei più puri tra i volenterosi, San Luciano da
Correggio. A metà parete, sulla testiera del letto,
campeggiava invece un quadretto in sandalo che ancora
profumava, e sopra era incisa una sorta di preghiera, un
devoto, laico, atto di fede.
[...] mentre dormo non ho né timore, né speranza, né
fatica, né gloria; e benedetto chi inventò il sonno, cappa
che ricopre tutti gli umani pensieri, cibo che toglie la
fame, acqua che scaccia la sete, fuoco che riscalda il
freddo, freddo che tempera la calura e, finalmente, moneta
universale con cui si compra tutto, bilancia e peso che fa
uguale il pastore al re e lo stolto al saggio [...]
Sancho Panza, già governatore della famosa isola di
Baratteria.
Prima di uscire provò a chiamare Frida, ma dall’altra parte
la risposta non venne.
La camera ristagnava di fumo, tagliato da una luce fioca che
a stento lambiva il divano letto, ora rosso a pois neri per
via delle bruciature di sigaretta. Vasco Rossi, a grandezza
naturale, il giro vita ancora modesto, se ne stava appeso
all’asta del microfono stretto nella mano. L’orologio a
parete segnava le sette ormai da almeno sette mesi,
all’incirca dall’ultima volta che il posacenere, sempre
oberato di lavoro, era stato alleggerito dell’ingombro. La
cassetta degli attrezzi aperta sul pavimento rompeva la
monotonia delle cose ciascuna al proprio posto.
Giovanni armeggiava con la testa infilata tra le casse dello
stereo, inginocchiato a terra tra fili e connettori e
cacciaviti.
Quando Federico suonò alla porta, si presentò esibendo la
sua solita contentezza mattutina, quella dalla cintola in
giù. Per il resto lo guardò torvo, nemmeno lo salutò, e se
ne tornò ansioso alla sua tribolata occupazione ciondolando
la testa grigia e riccioluta.
In camera Federico trattenne il riso interrogandolo serio.
– Giovanni, ancora con lo stereo?
– Non funsiona.
– Come non funziona?
– È rotto. Non funsiona non vedi? – il respiro pesante e
innaturale saettava fuoco dalle narici, come i tori dei
cartoni nell’arena.
– Cosa c’è stavolta?
– Non va il cd, non si sente non funsiona niente. Lo butto
io! Ecco, son stufo, lo butto via. Frega un casso a me,
frega niente! Ecco, telefono a mio padre, me lo compra lui
uno nuovo. Mio padre sì che ce li ha i soldi, giusto?
Giusto? Si che ce l’ha!
Si era tirato su, e adesso indugiava in un sorriso sornione.
Il respiro più lento e naturale.
– Tanto mio padre me li dà i soldi, giusto? Così me lo
compro nuovo e fanculo questo vecchio – con tanto di
ombrello a seguire.
– Ma non ha nemmeno un anno questo stereo, Giovanni.
– E non funsiona più! Lo vedi? Vedi che non si accende? Non
funsiona. Ci credi adesso? Ci credi?
– Sì che ci credo, ma sarà solo un falso contatto. Lo
portiamo a vedere da un tecnico.
– Fanculo il tecnico. Ecco, adesso sono arrabbiato, quale
falso contatto? Adesso sì che è arrabbiato Giovanni, sì.
Il respiro ritornò taurino. Si lasciò cadere sul divano a
braccia conserte, col faccione corrucciato.
Aveva quasi cinquant’anni quel faccione, ma le espressioni,
tra una ruga e l’altra, si erano conservate quelle di un
ragazzino di dieci. Solo più ossute e spigolose sotto i peli
di una barba lanuginosa, ancora incipiente dall’adolescenza.
Si accese una sigaretta e si allungò ad afferrare il
posacenere dal tavolino.
Federico spalancò la finestra e attese che il fumo, uscendo,
portasse via anche la rabbia che svaporava lenta insieme
all’euforia del sotto cintola. Guardava Asti intossicata in
una cappa di fumo denso e marroncino.
– Ti ricordi vero, che oggi dobbiamo andare a cambiare la
corda rotta? Anzi, sai che ti dico? Le cambiamo tutte e sei,
le mettiamo tutte nuove di zecca. E magari troviamo anche il
Roxy Bar.
A un tratto Federico non sentì più respirare, ma lo
conosceva bene, e sapeva che voltandosi avrebbe trovato due
occhi di bimbo pienamente consolati, ché il problema stereo
era accantonato. Per ora.
– Mi devo vestire eh! Mi vesto. Lo troviamo? Sì che lo
troviamo oggi, sì! Lo troviamo il Roxy – facendo su e giù
con la testa a chiedere conferma.
– Dài alzati, sbrigati, io vado a fare il caffè intanto.
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