i libri

Gian Luigi Rossetti

 

Hanno impiccato Titti

2009

ISBN-13: 978-88-7536-240-9

pp. 214

cm 15x21

€ 16,00

 

L'autore

I testi

Recensioni

Riconoscimenti

Dello stesso autore

 

Acquista on line su:

9

9

9

L'autore

Gian Luigi Rossetti è nato ad Asti nel gennaio del 1971 e ora vive nella provincia, giusto un po’ più a sud. Questo è il suo primo romanzo.
gian.luigi.rossetti@alice.it

0

I testi

 

Federico Salimbene ha trentasei anni, un romanzo da scrivere, una donna che non vuole amare, un datore di lavoro che detesta. Costretto in un presente che non può liberarsi del passato, si mette alla ricerca di sé attraverso la scrittura, che è sì espressione letteraria, ma che sembra, anche, l’unica possibile via di riscatto. Alla labilità dell’ispirazione, alla propria incapacità di trovare in sé i motivi e i temi dello scrivere, e quindi del vivere, il protagonista reagisce, fino ad una conclusione sorprendente e originale, facendo ritorno alla fonte prima della propria spinta artistica ed esistenziale: la vita realmente vissuta.

 

* * *

 

La camera sonnecchiava in un buio silenzioso custodito da tapparelle diligenti. I vicini ancora non si sentivano, nemmeno Lo Giudice, che a quell’ora solitamente già ciabattava frenetico. Federico si svegliò in un sorriso compiaciuto dell’impresa della sera prima, il suo romanzo. Accese la luce sul comodino e rimase disteso a grattarsi la testa, aveva bisogno di lavarsi. Da quando viveva solo la doccia era diventata la sua personale saracinesca sull’universo, da tirar giù sempre una volta a casa. Doveva dividere, separare, la doccia come zona di decompressione tra il dovere di adeguarsi al lavoro, alle esigenze del pubblico mondo, e il piacere di liberarsi nel privato. Lavare via i fastidi, le frustrazioni, il sudore nervoso, e ritrovarsi purificato a soppesare dalla propria tana-santuario le vere questioni della sua vita. La divisa domestica era poi il lucchetto da far scattare, felpa, pantaloni della tuta e ciabatte. Che il Nanni annotasse pure quello che gli pareva sul suo diario tanto caro.
Certo la sera prima era stata speciale, assolutamente fuori dall’ordinario, e Federico era uno che le eccezioni aveva imparato a gestirle bene, purché tali si accontentassero di rimanere. Guardò difronte e mandò un buongiorno al suo nume tutelare, gran protettore e faro lucente, immacolato specchio dei più puri tra i volenterosi, San Luciano da Correggio. A metà parete, sulla testiera del letto, campeggiava invece un quadretto in sandalo che ancora profumava, e sopra era incisa una sorta di preghiera, un devoto, laico, atto di fede.
[...] mentre dormo non ho né timore, né speranza, né fatica, né gloria; e benedetto chi inventò il sonno, cappa che ricopre tutti gli umani pensieri, cibo che toglie la fame, acqua che scaccia la sete, fuoco che riscalda il freddo, freddo che tempera la calura e, finalmente, moneta universale con cui si compra tutto, bilancia e peso che fa uguale il pastore al re e lo stolto al saggio [...]
Sancho Panza, già governatore della famosa isola di Baratteria.
Prima di uscire provò a chiamare Frida, ma dall’altra parte la risposta non venne.

La camera ristagnava di fumo, tagliato da una luce fioca che a stento lambiva il divano letto, ora rosso a pois neri per via delle bruciature di sigaretta. Vasco Rossi, a grandezza naturale, il giro vita ancora modesto, se ne stava appeso all’asta del microfono stretto nella mano. L’orologio a parete segnava le sette ormai da almeno sette mesi, all’incirca dall’ultima volta che il posacenere, sempre oberato di lavoro, era stato alleggerito dell’ingombro. La cassetta degli attrezzi aperta sul pavimento rompeva la monotonia delle cose ciascuna al proprio posto.
Giovanni armeggiava con la testa infilata tra le casse dello stereo, inginocchiato a terra tra fili e connettori e cacciaviti.
Quando Federico suonò alla porta, si presentò esibendo la sua solita contentezza mattutina, quella dalla cintola in giù. Per il resto lo guardò torvo, nemmeno lo salutò, e se ne tornò ansioso alla sua tribolata occupazione ciondolando la testa grigia e riccioluta.
In camera Federico trattenne il riso interrogandolo serio.
– Giovanni, ancora con lo stereo?
– Non funsiona.
– Come non funziona?
– È rotto. Non funsiona non vedi? – il respiro pesante e innaturale saettava fuoco dalle narici, come i tori dei cartoni nell’arena.
– Cosa c’è stavolta?
– Non va il cd, non si sente non funsiona niente. Lo butto io! Ecco, son stufo, lo butto via. Frega un casso a me, frega niente! Ecco, telefono a mio padre, me lo compra lui uno nuovo. Mio padre sì che ce li ha i soldi, giusto? Giusto? Si che ce l’ha!
Si era tirato su, e adesso indugiava in un sorriso sornione. Il respiro più lento e naturale.
– Tanto mio padre me li dà i soldi, giusto? Così me lo compro nuovo e fanculo questo vecchio – con tanto di ombrello a seguire.
– Ma non ha nemmeno un anno questo stereo, Giovanni.
– E non funsiona più! Lo vedi? Vedi che non si accende? Non funsiona. Ci credi adesso? Ci credi?
– Sì che ci credo, ma sarà solo un falso contatto. Lo portiamo a vedere da un tecnico.
– Fanculo il tecnico. Ecco, adesso sono arrabbiato, quale falso contatto? Adesso sì che è arrabbiato Giovanni, sì.
Il respiro ritornò taurino. Si lasciò cadere sul divano a braccia conserte, col faccione corrucciato.
Aveva quasi cinquant’anni quel faccione, ma le espressioni, tra una ruga e l’altra, si erano conservate quelle di un ragazzino di dieci. Solo più ossute e spigolose sotto i peli di una barba lanuginosa, ancora incipiente dall’adolescenza. Si accese una sigaretta e si allungò ad afferrare il posacenere dal tavolino.
Federico spalancò la finestra e attese che il fumo, uscendo, portasse via anche la rabbia che svaporava lenta insieme all’euforia del sotto cintola. Guardava Asti intossicata in una cappa di fumo denso e marroncino.
– Ti ricordi vero, che oggi dobbiamo andare a cambiare la corda rotta? Anzi, sai che ti dico? Le cambiamo tutte e sei, le mettiamo tutte nuove di zecca. E magari troviamo anche il Roxy Bar.
A un tratto Federico non sentì più respirare, ma lo conosceva bene, e sapeva che voltandosi avrebbe trovato due occhi di bimbo pienamente consolati, ché il problema stereo era accantonato. Per ora.
– Mi devo vestire eh! Mi vesto. Lo troviamo? Sì che lo troviamo oggi, sì! Lo troviamo il Roxy – facendo su e giù con la testa a chiedere conferma.
– Dài alzati, sbrigati, io vado a fare il caffè intanto.
0
0

Recensioni
Riconoscimenti
Dello stesso autore

0

0