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Marco è un professore che,
trovandosi in un momento difficile, cerca rimedio e
consolazione concedendosi una vacanza presso un monastero di
montagna nel quale conoscerà tanto la bontà e la semplicità
quanto la loro insipienza, tanto la tranquillità quanto la
difficoltà di essere in pace. Il romanzo ci propone le
lunghe passeggiate e discussioni (le due cose paiono
inscindibili) tra il professore, ateo e razionalista, e
frate Agostino, simpatico religioso partenopeo evidentemente
disposto ad accogliere con estrema serenità, senza critica e
autocritica, le contraddizioni del proprio credo.
La lingua è semplice ma la
narrazione è stringente e senza concessioni, le
ambientazioni vivide, e soprattutto il panorama mentale è
ricco e avvincente, specialmente quando si intersecano
riflessioni sulla storia d'amore del protagonista che fa da
sottofondo, o quando la discussione viene retta da un
monsignore astronomo, incarnazione autentica della
necessità, e soprattutto della difficoltà, di scegliere.
Mirella Floris ci racconta questa storia privilegiando il
suo essere una bildung, o meglio un cammino interrotto dagli
eventi conclusivi, verso la pace interiore che può nascere
solo dalle risposte ai propri grandi interrogativi,
obiettivo tanto fondante quanto irraggiungibile.
Sandro Montalto
* * *
[...]
Non si
rivedono che il giorno dopo, nel tardo pomeriggio sulla
strada del Borgo.
Marco ha
deciso di comprare delle scarpe più adatte alla montagna:
vuole raggiungere a piedi l’eremo che s’intravede lassù,
dietro alla Chiesa, a mezza costa sul fianco del monte. Ce
la può fare, ma prima deve riprendersi, allenarsi con
qualche passeggiata più facile. L’Eremo lo attira, si
distingue bene ai bagliori del tramonto: macchia chiara su
roccia scura e il tetto, pennellata di rosso sotto il cielo
aranciato.
Frate Agostino
lo raggiunge, questa volta cammina nella stessa direzione di
Marco, va al Borgo per dire la Messa delle sei.
C’è tempo,
annuncia, possono chiacchierare un poco.
– Così,
professo’, siete in balia delle onde, dint ‘o mare
tempestoso della depressione?
“È un poeta!”
pensa Marco.
– Sì,
purtroppo! Così mi sento – sospira tristemente lui.
– Bisogna
pregare molto, sapete.
– Non sono
credente, frate Agostino – dichiara con tono risoluto.
E lo guarda
negli occhi.
– Ne siete
sicuro? – dubita il frate. – Guardate che alle volte Dio è
qui e noi non lo riconosciamo.
– Sarà, ma io
non lo vedo. La vostra religione mi sembra una favola e,
perdonatemi se vi parlo con franchezza, un poco anche un
imbroglio.
– Non
preoccupatevi per la franchezza – replica tranquillo il
frate. – Piuttosto, perché una favola?
– Oggi la
scienza ... – comincia lui.
– Eh la
scienza! – lo interrompe frate Agostino. – Mica penserete
che la scienza dà le risposte vere?!
– Frate
Agostino.... – inizia Marco a spiegare con tono paziente –
le risposte non sono definitive: non esiste una verità
assoluta. Su questo poggia la scienza; avanza solo ipotesi,
poi le verifica e solo dopo le usa, fino alla prossima
scoperta. Non afferma niente di definitivo, la scienza.
– Bravo,
questo è il punto: la fede, invece, dà la sicurezza, perché
tutto viene da Dio – obietta frate Agostino.
– È qui che
comincia la vostra favola: vi basate sulla visione del mondo
di alcuni millenni fa, affermate come vera e conclusiva
l’esistenza del bene e del male, del premio dopo la morte...
il paradiso, l’inferno.
– E allora,
come vi spiegate i tanti miracoli?
– I miracoli,
poi! Suvvia, frate Agostino, un uomo maturo e minimamente
dotato non può credere a certe cose – afferma Marco deciso.
Il frate lo
ascolta paziente:
– Eh,
Professo’, non fu un filosofo quello che disse: “Ci sono più
cose tra terra e cielo che nella tua filosofia”?
– Non era un
filosofo, era Shakespeare – Marco corregge.
– Che ne
sappiamo noi? – continua l’altro senza badargli – Pensate
che una mente umana possa capire? Se capisse, sarebbe uguale
a Dio! Vedete pure voi che è impossibile, dobbiamo accettare
il mistero.
Guarda in alto
ora, alle montagne maestose, come se vi leggesse la sua
verità.
– E poi i
miracoli! – continua infervorato – Uno guarisce da una
malattia mortale, la preghiera lo ha salvato, i medici non
sanno spiegarlo... come lo chiamate se non miracolo? È un
miracolo! E ne capitano più di quanti voi potete immaginare.
Guarda fisso
Marco per verificare l’effetto delle proprie parole:
– Perché Dio è
grande, professore. Ed è buono con gli uomini, sapete! –
conclude sicuro.
Sono giunti
alla piazza ormai.
– Ne parleremo
ancora, Professo’, arrivederci – chiude il frate. Si avvia
alla Chiesa, poi si ferma, torna indietro:
– E poi dovete
spiegarmi la questione dell’imbroglio. È un’accusa grave,
quella, Professo’. Ne parleremo, ne parleremo...
Marco gli
stringe la mano:
– D’accordo,
frate Agostino, ne parleremo. Ditemi voi quando siete
libero; io, come sapete, sono qui senza far niente.
Il frate
ricambia la stretta:
– Ci vediamo a
cena, intanto. Poi decideremo.
– Grazie di
cuore – risponde Marco in tono mite.
Il frate
sorride, gli tocca una spalla con fare cordiale.
Si forma negli
occhi il sorriso di frate Agostino: luce interna che
improvvisa s’accende, invade il volto, irradia intorno.
Marco lo nota ancora una volta e ricambia il saluto col
proprio, più avaro, sorriso.
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