i libri

 

Mario Garlando

 

Casorzo Monferrato

 

Storia e Racconto

2013

ISBN-13: 978-88-7536-332-1

pp. 248

cm 15x21

€ 19,00

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Mario Garlando, nato a Casorzo l’8 aprile 1928.
Maestro elementare per 37 anni, è stato Sindaco di Casorzo per 25 anni.

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Immaginando la vita un grande fiume nel cui alveo s’invorticano persone, eventi e cose, con questo libro mi propongo di cercare nel fluttuante turbinio dell’incessante andare qualche traccia del mio paese e della sua gente.
Ai giovani miei concittadini, di qualsiasi religione, razza e nazionalità, vorrei rivolgere, con grande rispetto, questa esortazione: ritenetevi fortunati di essere cittadini di Casorzo, paese di antiche tradizioni, ricco di terre fertili e bello; fatelo progredire con la vostra fresca intelligenza e con la vostra forte voglia di vivere
.

 

* * *

 

La “Tara ’d Casours”.
Non pensate al peso netto, al peso lordo e alla loro differenza, ossia alla tara. Nel parlare casorzese tara vuole dire terra, così come marda significa merda.
Tara par Tara, nèn passa la tara d’an Salara, da parsi e da cigiarsi...” era un vecchio modo di dire.
Salara è una porzione del territorio che in origine penso si chiamasse Solara, nome derivato dalla sua magnifica esposizione al sole. È una collinetta importante dove le vigne danno uve per vini generosi. Un tempo, la terra di Salara produceva anche pesche eccezionali, profumate e faceva crescere rigogliose produzioni di cicerchie: Parsi e Cigiarsi.
Una “a” sfacciata e plebea, dunque, che caratterizza il dialetto e la parlata dei casorzesi. Nei paesi attorno a noi la terra è la tera; a Casorzo, invece, è la tara. A rifletterci su, la “e” di tera, ingentilisce il dire, ma banalizza. La “a” di tara, invece, accresce, materializza, rende meglio l’idea. La terra è dura da lavorare, è bassa. Sulla tara immagino meglio il sudore che gronda, il piede che si trascina a stento. Ma la “a” larga del casorzese ci spinge anche ad altre considerazioni.
J’ò pistà ’na marda”. Oggi, ormai tutti dicono merda, anche in dialetto. Invece, ho calpestato “’na marda...”: ma vuoi mettere? Bisogna convenire che è tutt’altra cosa. La marda ti pare di sentirla appiccicata alla scarpa, che ti puzza forte al naso. La merda è civile, ti fa venire alla mente chi la fa abitualmente in casa nel bagno; la marda la colleghi subito con chi andava a calar le brache in fondo al cortile, nel cesso di canne.
Ora, immaginiamo la mano grossa, callosa, del forte contadino che stacca una pesca dalla pianta e se la morde mentre cammina. Quell’uomo addenta un parsi, non un persi.
Parsi è maschile, persi... non sai.
Un tempo, si diceva che andare a Casorzo d’inverno era come andare all’inferno (“Andà a Casours d’Invar l’è c’me andà a l’infar”). Se chiedevi spiegazione, il casorzese verace ti ri-spondeva: “Parché, a Casours, d’invar ’l smardassa, la tara ’ staca soutta ’l scarpi c’me la marda”. Ossia: “La terra smerdaccia, si attacca alle scarpe come la merda”.
Il terreno di Casorzo è argilloso, fertile. L’argilla, si sa, è formata da un sedimento solido di fanghiglie marine o lacustri, è terra molto plastica. Oggi, comunque, chi va a Casorzo d’inverno non arriva più all’inferno; adesso, gli abitanti di Casorzo, tolti i vecchi, non parlano più in modo grossolano da paesani squattrinati. Oggi il benessere non fa più stringere la cinghia, ma le vocali. La “a” oggi viene usata a dovere. I Casorzesi hanno imparato a parlare fino.

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