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Sorta di contemporaneo Werther, Augusto Orrel
è la figura romanticamente struggente, nondimeno reale e
palpitante, di un giovane uomo del sud, tormentato dal processo di
crescita, il quale, per pudore, onestà e senso
dell’autolimite, accetta di fare raccontare le sue
vicissitudini da un amico, depositario delle sue più intime
confessioni.
Ne seguiamo la storia dall’infanzia
all’età adulta, periodo complesso sotto ogni punto
di vista - familiare ed esistenziale, economico e psicologico,
sentimentale e sessuale - durante il quale, tuttavia, Augusto cerca di
rispondere al proprio impulso creativo e acquisire autonomia da quelle
forze che ne vorrebbero limitare l’espressione. Vive e cresce
fino alla giovinezza in una Paese, l’Italia, che vede
penosamente diviso tra culto opprimente e prescrittivo dei valori
tradizionali e nazionali ed il culto disumanizzato di un tecnologismo
postcapitalistico, svuotato di contenuti e di memoria storica.
La presa di coscienza che Augusto Orrel raggiunge sul piano
psicologico, oltre che politico, culturale ed artistico, ha luogo
all’estero, e si attua grazie alla costante mediazione della
poesia, il genere elettivo, che Augusto condivide con una delle sue
sorelle, a cui è fortemente legato a causa dei gravi traumi
subiti da entrambi nell’infanzia. È il padre, uomo
che nell’apice della sua malattia arriva ad essere anche
violento, afflitto da gravi turbe psichiatriche, la causa prima del
disagio esistenziale dei due giovani, e soprattutto della loro
rispettata, umile madre. Il conflitto edipico salda, ma infine libera
straordinarie energie creative ed introspettive, sia in Augusto, sia in
sua sorella, non senza obbligarli a percorrere i tunnel
dell’angoscia giovanile più radicale.
Nelle fasi cruciali e, dunque conclusive, della storia di
quest’odierno anti-eroe, l’Inghilterra non
è mai presentata come una terra onirica di false speranze e
conquiste, ma la nazione moderna, viva e problematica che, pur dalla
prospettiva febbrile di una necessaria emancipazione, consente ad
Augusto di pervenire all’accettazione di se stesso, delle sue
origini e del suo passato.
Erminia Passannanti
* * *
Quella mattina si erano incontrati
all’università ed entrambi non avevano lezione.
Facendo appello a tutto il suo coraggio, Pietro, con il suo solito
inglese, disse:
– Vuoi venire al centro?
– Sì, perché no! – aveva
risposto lei.
– Mi piacerebbe conoscere un pochino Oxford e girare per le
strade guardando le case e i vecchi palazzi.
– Ok, andiamo.
Sull’autobus che portava al centro, la mano di Catherine
sfiorava quella di Pietro che si sentiva il cuore come quando era
atterrato all’aeroporto ed avrebbe voluto fermare il tempo,
tanta era la pace provata.
– Vieni, andiamo in quella chiesa.
– Che strana, senza le statue dei santi...
– Ma guarda qui, in quest’angolo, si appendono le
preghiere...
– Scriviamo le nostre!
Pietro la sua la pensò a lungo ed infine scrisse che non
avrebbe voluto mai perdere la luce trovata negli occhi di Catherine:
un’intensità mai incontrata prima.
Catherine scrisse le sue preghiere in russo così che,
quantunque Pietro avesse sbirciato il foglietto, non aveva potuto
capirci niente: ma la lunghezza della preghiera era quasi uguale alla
sua e quindi egli immaginò che anche Catherine avesse
espresso il medesimo desiderio e questo lo rese molto felice.
Rincasarono solo a sera, stremati dalle loro corse per le strade mano
nella mano, ma felici di stare così bene l’uno con
l’altra.
Pietro allora passò la notte senza dormire, fissando il
soffitto, pensando che forse un bacino, ormai, avrebbe potuto
darglielo, dato che erano tre settimane che stavano insieme ore ed ore.
Ma come fare? Cosa dirle e come?
Tutto sarebbe stato facile a Piaggine con quelle quattro oche che basta
strapazzarle un po’ e subito ti si buttano al collo, ma
Catherine era come un fiore sbocciato tra la neve e a Pietro le parole
gli tremavano anche quando se le ripeteva nella mente innumerevoli
volte e sempre in modo diverso, non trovando mai quelle giuste.
Una sera stavano vedendo un film e lei si era addormentata sulla sua
spalla. Pietro la guardò a lungo e gli sudavano le mani
pensando che, forse, era quella l’occasione buona per
avvicinarsi, senza nemmeno dover parlare. Si avvicinò
lentamente e persino le labbra cominciarono a tremargli lievemente, ma
proprio quando si trovò sul punto di baciarla
esitò e non ne ebbe la forza.
Catherine allora aprì gli occhi e senza dir nulla lo
baciò come mai Pietro era stato baciato prima e come mai
credette che nessuno avrebbe potuto baciarlo più.
Dopo qualche attimo, si sentirono in imbarazzo e Pietro avrebbe voluto
dire qualcosa di romantico affinché lei non dimenticasse
più quegli attimi. Nella mente però gli
balenavano solo sciocchezze, o meglio, tutto gli sembrava fuori luogo e
inopportuno, ed infine esclamò: – Domani andiamo a
visitare il castello, ok? Ti parlerò della sua storia che
sono certo ti piacerà.
– Non vedo l’ora! – rispose Catherine.
Quella notte dormirono nella stanza di Catherine e fecero
l’amore fino all’alba in un modo incredibilmente
passionale e dolce come solo i romanzi a volte riescono a raccontare.
Poi crollarono sfiniti e dormirono nudi e abbracciati. Si cercavano nel
sonno e si svegliavano in continuazione per baciarsi e farsi carezze.
Si amavano. Era passato un mese da quando lei gli aveva sorriso e loro
erano innamorati come se si conoscessero da una vita. Studiavano
insieme, apprendevano insieme, si disperavano insieme e il vento freddo
di novembre che sollevava foglie morte sembrava nei loro cuori musica
dedicata loro dal tempo. La notte sembrava arrivare in fretta,
affinché potessero abbracciarsi nel letto e il sole arrivare
al mattino per fare loro aprire gli occhi, facendo sì che
potessero specchiarsi di nuovo l’un dentro l’altra.
Un pomeriggio decisero di visitare Londra e in un grande negozio
d’abbigliamento non riuscirono a trattenere la loro passione
e si rinchiusero in un camerino, dove si provano i vestiti, facendo
l’amore con tanto ardore che qualcuno bussò alla
porta. Nel provare a rivestirsi velocemente, Pietro cadde al suolo
sbattendo la testa vicino alla porta e, dopo un secondo di spavento,
Catherine scoppiò in una fragorosa risata, così
coinvolgente che Pietro non poté che restarne coinvolto. Si
abbracciarono e rotolarono al suolo del camerino pensando che il mondo
era solo loro e che niente e nessuno avrebbe potuto impedire loro di
amarsi.
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