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Mettendo in
discussione di volta in volta ciò che si considera o si dà per certo, credo che
si possa provare a rigenerare le parole e a tenere almeno momentaneamente a
distanza l’alternativa - sempre presente e sempre valida - del silenzio.
Marco Sonzogni
Un canzoniere lucido e intenso
Questa raccolta di Sonzogni unisce due diversi lavori
rappresentativi di altrettante fasi della sua biografia: una
sequenza di testi editi (2000-2005) e inediti (2005-2010).
Nella premessa l’autore ci dice che i trentasei testi
(diciotto in ciascuna delle due parti, intitolate
rispettivamente Assenze e Falli di mano) “sono
legate da una continuità d’ispirazione fondata sui concetti
di assenza e di altrove che trovano nella
parola latina alibi, scelta come titolo, un’ideale
coesistenza”. A cui va senz’altro aggiunto anche il filo
rosso che traspare dal significato dei titoli delle due
parti: l’aperta e sommessa confessione di non essere
all’altezza; di avere dovuto e dovere continuamente fare un
passo indietro rispetto a situazioni, occasioni, sentimenti
che la vita regala, impone, offre, sottrae: spesso
ingannando, di frequente illudendo.
In questo si coglie il riverbero della grande lezione di
Leopardi, poeta particolarmente amato da Sonzogni. Dalla
zona paratestuale iniziale emerge inoltre – già dall’esergo,
che non a caso riporta la definizione etimologica del
termine alibi – la cifra della scrittura di Sonzogni,
giocata per intero su un complesso tessuto fatto di
intrecci, di echi e di voci poetiche italiane e straniere.
Giochi linguistici che rendono omaggio e rimandano a metri e
ritmi d’altrui: costante andare e venire, per via di poesia,
tra mondi e culture e lingue diverse – quelle in cui si
svolgono la vita e l’opera dell’autore.
Questo canzoniere non è relativo, come da tradizione,
ad un’intera e lunga parabola ormai conclusa; rimanda
piuttosto ad un più breve periodo, ben definito,
dell’esperienza biografico-emotivo-sentimentale e dei non
facili movimenti geografico-esistenziali dell’autore tra
Italia, Irlanda, Stati Uniti, Nuova Zelanda e India.
Da una materia complessa, stratificata e difficile Sonzogni
arriva a una scrittura poetica essenziale, densa eppure
agile, spesso rastremata, lungi da retorica e sovra-eloquio.
La sua lingua d’espressione si dipana concentrata, quando
non (a tratti) trattenuta, attraverso componimenti
mediamente di breve e a volte di brevissima lunghezza, tra
cui spicca Novena, una sequenza di mottetti (omaggio
a Montale, molto presente in questa raccolta: sia perché
citato esplicitamente più volte; sia perché diffusamente
evocato; sia per il frequente ricorso alla dedica).
Tra le parole scelte con doloroso “levare” – in una evidente
lotta contro l’inadeguatezza del sé, attraverso il
linguaggio, a testimoniare la verità poetica – in assenza
come (più raramente) in presenza di rima, echeggiano dal
profondo i poeti a cui l’autore deve tanto e di cui si è
variamente occupato: Petrarca, Michelangelo, Leopardi,
Gozzano, Montale, Pavese (ma anche Yeats, Heaney, Muldoon,
O’Sullivan, Manhire, Schmidt).
Questo concerto di voci e mormorii dei grandi della poesia
universale si reifica accompagnando la voce dell’autore che
attraverso alcune parole chiave – quali “silenzio”,
“sottovoce”, “cieco”, “dubbio”, “partenze”, “arrivi”,
“lontani” – segue ed esprime i vari movimenti dello spartito
della sua vita. Persone, amicizie, affetti, vicende, morti
con tutto il bagaglio di sensazioni che ne segue, sono
fermati, nudamente, nelle poesie, in uno spazio liminale che
oscilla tra assenza e presenza.
La prima parte della raccolta, Assenze, racchiude
poesie quasi di una vita (e l’autore ha faticato non poco
per trovare una mano omogenea che le potesse esprimere). La
seconda parte, Falli di mano, ha un movente
autoironico, ma sempre serio e sincero: senza cadere nel
mero gioco o nello scherzo, tutte le poesie contengono
infatti la parola “mano”.
Per le brevi prose-poetiche riprendo le parole dell’autore,
che mi ha così confidato: “mi stanno a cuore perché so che
in quel tipo di testo sono a mio agio e ho meno complessi di
non bravura – Punti di vista è un esempio: da versi
sciolti a sonetto a prosa quasi diaristica”.
Come già segnalato, leggendo le poesie di Sonzogni colpisce
la forte presenza di dediche: nomi dietro i quali si celano
persone reali, conosciute o sconosciute; personaggi di
fantasia e proiezioni del sé; misture mascherate di entrambe
le cose. Quel che è innegabile è che esse dichiarano la
necessità autoriale – a volte più accorata, a volte più
disperata, ma sempre sofferta – di un interlocutore,
seppure silenzioso: di qualcuno a cui destinare pensieri
e parole; di qualcuno che non li lasci cadere nell’oblio.
Invito allora i lettori a sfogliare questo canzoniere
lucido e intenso, a viaggiare con un autore che ha deciso di
fermarsi soltanto dove “ci sarai tu ad aspettarmi”.
Giuliana Adamo (Trinity College Dublin)
* * *
Gambe nell’orto
in memoriam Primina Segù (1904-1988)
Quando la vidi abbassarsi a cogliere l’insalata
senza piegare le gambe, la pensai un’atleta;
era stata, mi disse un giorno, ed era ancora
una mondariso.
Quando una sciocca caduta le ha poi reciso
la mia Dora Markus.
* * *
Domenica
mattina
a Rosangela
È inverno a Dublino e da dietro il porto
scorbutico il mare rinsacca e rigurgita
la sua ondosa ansia sul quartiere di
Clontarf ancora assopito.
È domenica mattina e per questo soltanto
pur parca di iodio l’aria non odora d’olio
di raffineria e di fish-and-chips.
La prima messa è as gaeilge: la
sbornia feriale
mi spinge verso la chiesa dove un cane
smerda il suo istinto sui gradini
del sagrato: vorrei punirlo,
ma capisco che mi sta facendo il verso.
È inverno fuori ma dentro è canicola:
è l’inferno, più vicino.
* * *
Previsioni
a Julia
A volte credo di comprendere la corsa
dell’onda allo scoglio (sussurro, schianto, spuma,
silenzio), altre volte no; allora voglio
interferire con quella finalità, mettere mano a
calmarla, deviarla altrove dove non ci sia trauma ma tregua
(al largo, però, altri epicentri di volontà già complottano
nuovi tragitti maledetti).
A volte vanno stretti anche i pensieri più
grandi, altre volte no; allora se mi guardi mi ricordo le
proporzioni della nostra eternità.
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