i libri

 

Marco Sonzogni

 

Alibi

Poesie e prose poetiche

(2000-2010)

2011

ISBN-13: 978-88-7536-285-0

pp. 60

cm 12x21

€ 9,50

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L'autore

 

Marco Sonzogni (1971), saggista, traduttore e poeta, è docente di lingua e letteratura italiana alla Victoria University of Wellington, in Nuova Zelanda.

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I testi

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Mettendo in discussione di volta in volta ciò che si considera o si dà per certo, credo che si possa provare a rigenerare le parole e a tenere almeno momentaneamente a distanza l’alternativa - sempre presente e sempre valida - del silenzio.

 

                                                                                                     Marco Sonzogni

 

 

Un canzoniere lucido e intenso

 

Questa raccolta di Sonzogni unisce due diversi lavori rappresentativi di altrettante fasi della sua biografia: una sequenza di testi editi (2000-2005) e inediti (2005-2010).

Nella premessa l’autore ci dice che i trentasei testi (diciotto in ciascuna delle due parti, intitolate rispettivamente Assenze e Falli di mano) “sono legate da una continuità d’ispirazione fondata sui concetti di assenza e di altrove che trovano nella parola latina alibi, scelta come titolo, un’ideale coesistenza”. A cui va senz’altro aggiunto anche il filo rosso che traspare dal significato dei titoli delle due parti: l’aperta e sommessa confessione di non essere all’altezza; di avere dovuto e dovere continuamente fare un passo indietro rispetto a situazioni, occasioni, sentimenti che la vita regala, impone, offre, sottrae: spesso ingannando, di frequente illudendo.

In questo si coglie il riverbero della grande lezione di Leopardi, poeta particolarmente amato da Sonzogni. Dalla zona paratestuale iniziale emerge inoltre – già dall’esergo, che non a caso riporta la definizione etimologica del termine alibi – la cifra della scrittura di Sonzogni, giocata per intero su un complesso tessuto fatto di intrecci, di echi e di voci poetiche italiane e straniere. Giochi linguistici che rendono omaggio e rimandano a metri e ritmi d’altrui: costante andare e venire, per via di poesia, tra mondi e culture e lingue diverse – quelle in cui si svolgono la vita e l’opera dell’autore.

Questo canzoniere non è relativo, come da tradizione, ad un’intera e lunga parabola ormai conclusa; rimanda piuttosto ad un più breve periodo, ben definito, dell’esperienza biografico-emotivo-sentimentale e dei non facili movimenti geografico-esistenziali dell’autore tra Italia, Irlanda, Stati Uniti, Nuova Zelanda e India.

Da una materia complessa, stratificata e difficile Sonzogni arriva a una scrittura poetica essenziale, densa eppure agile, spesso rastremata, lungi da retorica e sovra-eloquio. La sua lingua d’espressione si dipana concentrata, quando non (a tratti) trattenuta, attraverso componimenti mediamente di breve e a volte di brevissima lunghezza, tra cui spicca Novena, una sequenza di mottetti (omaggio a Montale, molto presente in questa raccolta: sia perché citato esplicitamente più volte; sia perché diffusamente evocato; sia per il frequente ricorso alla dedica).

Tra le parole scelte con doloroso “levare” – in una evidente lotta contro l’inadeguatezza del sé, attraverso il linguaggio, a testimoniare la verità poetica – in assenza come (più raramente) in presenza di rima, echeggiano dal profondo i poeti a cui l’autore deve tanto e di cui si è variamente occupato: Petrarca, Michelangelo, Leopardi, Gozzano, Montale, Pavese (ma anche Yeats, Heaney, Muldoon, O’Sullivan, Manhire, Schmidt).  

Questo concerto di voci e mormorii dei grandi della poesia universale si reifica accompagnando la voce dell’autore che attraverso alcune parole chiave – quali “silenzio”, “sottovoce”, “cieco”, “dubbio”, “partenze”, “arrivi”, “lontani” – segue ed esprime i vari movimenti dello spartito della sua vita. Persone, amicizie, affetti, vicende, morti con tutto il bagaglio di sensazioni che ne segue, sono fermati, nudamente, nelle poesie, in uno spazio liminale che oscilla tra assenza e presenza.

La prima parte della raccolta, Assenze, racchiude poesie quasi di una vita (e l’autore ha faticato non poco per trovare una mano omogenea che le potesse esprimere). La seconda parte, Falli di mano, ha un movente autoironico, ma sempre serio e sincero: senza cadere nel mero gioco o nello scherzo, tutte le poesie contengono infatti la parola “mano”.

Per le brevi prose-poetiche riprendo le parole dell’autore, che mi ha così confidato: “mi stanno a cuore perché so che in quel tipo di testo sono a mio agio e ho meno complessi di non bravura – Punti di vista è un esempio: da versi sciolti a sonetto a prosa quasi diaristica”.

Come già segnalato, leggendo le poesie di Sonzogni colpisce la forte presenza di dediche: nomi dietro i quali si celano persone reali, conosciute o sconosciute; personaggi di fantasia e proiezioni del sé; misture mascherate di entrambe le cose. Quel che è innegabile è che esse dichiarano la necessità autoriale – a volte più accorata, a volte più disperata, ma sempre sofferta – di un interlocutore, seppure silenzioso: di qualcuno a cui destinare pensieri e parole; di qualcuno che non li lasci cadere nell’oblio. Invito allora i lettori a sfogliare questo canzoniere lucido e intenso, a viaggiare con un autore che ha deciso di fermarsi soltanto dove “ci sarai tu ad aspettarmi”.

 

                                                                       Giuliana Adamo (Trinity College Dublin)

 

* * *

 

Gambe nell’orto

 

                             in memoriam Primina Segù (1904-1988)

 

 

Quando la vidi abbassarsi a cogliere l’insalata

senza piegare le gambe, la pensai un’atleta;

era stata, mi disse un giorno, ed era ancora

una mondariso.

 

Quando una sciocca caduta le ha poi reciso

gambe e sorriso, era già divenuta

la mia Dora Markus.

 

* * *

 

Domenica mattina

 

                             a Rosangela

 

È inverno a Dublino e da dietro il porto

scorbutico il mare rinsacca e rigurgita

la sua ondosa ansia sul quartiere di

Clontarf ancora assopito.

 

È domenica mattina e per questo soltanto

pur parca di iodio l’aria non odora d’olio

di raffineria e di fish-and-chips.

 

La prima messa è as gaeilge: la sbornia feriale

mi spinge verso la chiesa dove un cane

smerda il suo istinto sui gradini

del sagrato: vorrei punirlo,

 

ma capisco che mi sta facendo il verso.

È inverno fuori ma dentro è canicola:

è l’inferno, più vicino.

 

* * *

 

Previsioni

 

                             a Julia

A volte credo di comprendere la corsa dell’onda allo scoglio (sussurro, schianto, spuma, silenzio), altre volte no; allora voglio interferire con quella finalità, mettere mano a calmarla, deviarla altrove dove non ci sia trauma ma tregua (al largo, però, altri epicentri di volontà già complottano nuovi tragitti maledetti).

A volte vanno stretti anche i pensieri più grandi, altre volte no; allora se mi guardi mi ricordo le proporzioni della nostra eternità.
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