i libri

 

Aldino Leoni

 

Il bambino

della Cittadella

2013

ISBN-13: 978-88-7536-335-2

pp. 64

cm 15x15

€ 10,00

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Julia Maria Seemann (1981) is a graduate of University College Dublin (BA and MLitt in Italian and German) and of Victoria University of Wellington (PhD in Literary Translation Studies). An independent researcher and literary translator, she is also a qualified yoga teacher.

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Il racconto è strutturato come copione per “teatralconcerto” per voce narrante e più voci cantanti (parti in corsivo).
Di contenuto autobiografico, richiama le vicende di un antico borgo ai margini della grande storia: solo apparentemente, però, in quanto le decisioni di un nuovo regno ne avrebbero decretato la totale distruzione per far sorgere, nel suo spazio, la più imponente fortezza europea del 1700, la Cittadella di Alessandria. La denominazione di quel borgo era Bergoglio (ironia della sorte, quella parola cancellata avrebbe fatto, circa trecento anni dopo, il giro del mondo come cognome di un papa la cui famiglia forse proprio là potrebbe avere radici).
La parte autobiografica ricompone la vita attorno alla fortezza nei primi anni Cinquanta, quando ancora si percepivano segni del secondo conflitto mondiale. Già ai primi del Novecento erano sorte nuove case ai bordi della Cittadella lungo il fiume, una ripresa di vita civile su quella militare, la rivincita dell’antico Bergoglio. La gente del rinato borgo tornava nei valli per gli erbaggi destinati all’allevamento degli animali, per lasciar giocare i bambini, anche per incontrare famiglie che, nelle ristrettezze del momento, avevano provvisoriamente posto abitazione proprio negli antri dei bastioni.
Nel racconto si intersecano i ricordi, le voci, anche quelle di grandi della nostra letteratura (l’Alighieri e l’Ariosto) i quali scrissero parole sulle vicende alessandrine; ma si tratta, soprattutto, di un fecondo sincretismo, normale nella mente di un bambino, di persone e personaggi di epoche diverse e lontane che si avvicinano e si rimescolano: è il caso della “confusione” dei due imperatori – il Barbarossa e il Bonaparte – che pure toccarono la storia degli stessi luoghi, ma in tempi e per motivi diversi.
Il racconto si sposta poi in avanti, fino agli anni recenti, quando una disastrosa alluvione fa naufragare definitivamente la Cittadella (la Città-della guerra); questa, del resto, già da tempo aveva perso importanza per le vicende storiche che spostavano i confini e modificavano profondamente le esigenze militari.
La Cittadella dovrà allora divenire altro, ma che cosa? Al di là di episodiche manifestazioni e di alcuni spettacoli estivi, che cosa farne, quale potrà essere una destinazione certa che ne giustifichi salvaguardia e impegnativo recupero?
Fu presidio militare. Offra ora ai cittadini del mondo occasioni di stupore, di bellezza, di creatività, di cultura: presidi di cui vi è estrema necessità.

 

* * *

 

Una fotografia documenta i suoi passi nell’erba dell’altura subito sotto casa, nel vallo della fortezza.
Tre, quattro anni, un gatto fra le braccia: intorno, sui mattoni, le incisioni delle pallottole di una decina di anni prima.
La gente del borgo viveva le ore libere fra quei valli: chi raccoglieva erba da portare ai conigli nelle gabbie, chi sottraeva qualche mattone da portare a casa, per risistemarsela, la casa; le donne si incontravano e scambiavano parole, mentre i bambini si rincorrevano e facevano sempre giochi di guerra.
La fotografia lo fa pensare in un pomeriggio di inoltrata primavera, gli occhi ancora un po’ assonnati da un breve riposo, quel gatto il “suo” primo gatto.

 

* * *

 

Erano spesso giochi di guerra, quelli che faceva con gli altri bambini, alcuni residenti nella fortezza. Figli di sottufficiali e di ufficiali, avevano libertà di entrare e di uscire, il mattino per andare a scuola, il pomeriggio per il gioco.
Erano quasi sempre armati, i bambini del borgo: di spade in legno, per fare una guerra antica; di carabine ad aria compressa e di pistole, per quella moderna.
La fortezza offriva loro grandi spazi da esplorare, da percorrere a piedi o su cavalcature immaginarie.
I racconti dei genitori erano ancora densi di esplosioni, di fame, di voli aerei notturni e di notti oscurate per evitare di subire bombardamenti.
La guerra era ancora ben presente nel dopoguerra.
I giocattoli erano spade e fucili, la storia imparata a scuola era di eserciti, le raccolte di figurine riguardavano, oltre i soliti giocatori di calcio, condottieri ed eroi. Fra i banchi serpeggiavano epiche omeriche e, quando il compimento del secolo lo richiese, commemorazioni per il felice esito del Risorgimento nazionale; i sabati sera e i pomeriggi domenicali, poi, si viveva nell’antica Roma o sotto le mura di Troia, guardando film proiettati nei cinema parrocchiali.
La festa non finiva mai, nei giorni di gioco fra i valli, fra l’erba alta o fra le stoppie a seconda delle stagioni; anche fra le zolle dell’aratura, per raccogliere, dopo gli acquazzoni primaverili e autunnali, palle da fucile di piombo, e di ferro da cannone. Si incontrava a volte qualche anziano che il piombo delle pallottole lo cercava per fonderlo, per farne pesi per la pesca nel fiume.
Prima di Natale, la ricerca dei muschi più belli, sulle pareti esposte a nord, per i presepi.

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