i libri

Roberto Morpurgo

Pregiudizi della libertà

Libro di sarcasmi e

di malinconiche superstizioni

I

n. 7

ISBN 88-7536-110-X

2006

pp. 128

cm 15x21

€ 13,00

 

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L'autore

Roberto Morpurgo (Milano, 1959) è laureato in filosofia e scrive poesie, aforismi, racconti, saggi, oltre a coltivare interessi per la psicologia psicoanalitica, il cinema, il teatro.
In campo cinematografico ha collaborato fra gli altri con la Provincia di Milano, l’Arci Cinema e l’Obraz Cinestudio. In campo teatrale ha lavorato fra gli altri con il Teatro Universitario di Richard Gordon e collabora come autore drammatico con la RSI (Radio Svizzera Italiana). In campo musicale ha scritto canzoni (musiche e testi) e lavorato per la Ricordi. In campo editoriale ha collaborato fra l’altro con editori ed enciclopedie.
Svolge la professione di consulente aziendale.

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I testi

 

Prefazione

L’immenso quaderno di appunti, idee, ire, scatti, circonlocuzioni, arabeschi, squarci, baratri, denunce, laconismi e molto altro che Roberto Morpurgo sta compilando da anni (e del quale qui si dà un primo assaggio) si configura come un calderone ribollente sempre pronto ad accogliere ogni sollecitazione del presente per bollirla, disinfettarla o ribollirla, per digerirla o rigettarla.
Come è indispensabile per ogni buon autore di aforismi e riflessioni, non c’è limitazione di argomento, preconfezione di toni o buona creanza che tenga: Morpurgo omaggia il mondo intero masticandolo, concepisce la realtà come necessariamente commestibile. Ed accoglie gli irrobustimenti e i memorabili mal di pancia conseguenti sapendo che ambedue sono la traccia durevole di un’esperienza e di una conoscenza, binomio sotteso a qualsiasi prova letteraria degna di nota.
Non a caso egli dissemina le sue pagine (contagiate persino tipograficamente dalla multidirezionalità obbligata e da una certa compulsione) dei mattoni con cui costruiamo la realtà (le parole, da logomaniaco forse anche sornione logoteta, innamorato più del lemma che del logos) e delle molte forme con cui la elaboriamo, ad esempio i sogni (il più antico genere letterario, secondo Borges). Procede per illuminazioni nel bel mezzo di un lavorìo meticoloso e furioso a un tempo, e le une e l’altro appaiono indipendenti nei loro scopi, lontani nei loro natali, salvo – come deve essere – dimostrarsi intimamente sodali nell’opera compiuta, o comunque nella corposa tranche. Capita sovente che mentre ci viene illustrato un pensiero sia una parola en passant a conquistare la nostra attenzione con la sua bellezza magari anche sonora; oppure che dopo aver letto un pensiero elaborato la fame sia aumentata invece di venire soddisfatta (e questo non è necessariamente un male, anzi) e che poche righe dopo una inattesa epifania ci fornisca la chiave per quella riflessione, proprio mentre un altro lavorìo sta tentando di scardinare un altro argomento. Ciò accade perché ogni pagina degna di essere letta, ogni libro figlio del pensiero prima che della vanità, è reticolare talvolta nella forma, sempre nell’ambiente psichico da cui germina, che ci vuol far attraversare e che (perché no?) mira a creare.
Ora sentenzioso ora incerto e disposto a imparare, ora raffinato ora volutamente triviale, ora lirico ora freddamente oggettivo, Morpurgo non dismette mai la spessa divisa da lavoratore per esibire il fragile vestito della festa, ben sapendo che il turno di lavoro di chi legge il mondo non finisce mai. E sapendo che non basta atteggiarsi a pensatore per esserlo: come scrisse Elias Canetti: «L’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido».

 

Sandro Montalto

 

* * *

 

Se c’è un esibizionista involontario, è lui il genio.

 

Immanuel Kant pensava che il Giudizio fosse il regno della libertà umana, e forse non aveva torto – benché solo nel Pregiudizio si consumi senza mai estinguersi la fiamma del Fuoco, la libertà della Libertà: l’esistenza prima dell’Esistenza.

 

Cosa aspetti? “L’ispirazione”. E se non viene? “E se invece fossi io, in anticipo sull’appuntamento?”.

 

Ben ardua cosa è fondere la voce al fuoco del sentimento, per doverla subito dopo solidificare al gelo del giudizio.

 

Il paradosso del dolore è che pur non esistendo che in noi, in lui abbiamo l’unico indizio probabile che qualcosa esista fuori di noi.

 

L’Arte sceglie i suoi mezzi, fra i quali solo raramente figura l’artista.

 

Il sarcasmo di cui siamo capaci è lo stesso di cui fummo vittime quando ancora non sapevamo di potergli dare accoglienza.

 

La fede è un muscolo involontario: né la sua attività né le sue pause rivelano alcunché del nostro stato di salute.

 

Un fatto è sempre paradossale, e lo è quasi altrettanto che pochissimi si diano la pena di riconoscerlo.

 

Chi dice di aver sognato testimonia o ritratta?

 

Una citazione è sufficiente a farci sapere che ogni discorso appartiene a un altro.

 

È naturale che un pover’uomo cerchi di sapere cosa sia la morte, ma in un filosofo sa tanto di imparaticcio.

 

Figli di un solo Dio, ma orfani di mille Diavoli.

 

Anche uno sciocco può discorrere su un argomento come ‘La Morte e l’Esistenza’, e pochissimi sarebbero tentati di rinunciarvi in favore del ben più immodesto ‘La piuma e l’arcobaleno’.

 

Una osservazione è tanto più incisiva quanto più contenuta è la sua necessità di diffondersi sul proprio soggetto: proprio perciò il suo ideale terreno di coltura è l’ovvietà concimata dall’arguzia.

 

Il tempo stringe la corda intorno al collo dell’impiccato. Gli fa – per così dire – il nodo alla cravatta.

 

Un destino è un debito che non fummo noi a contrarre e che la morte scioccamente si affanna a saldare in nostra vece.

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Recensioni

  17 febbraio 2007 [Virginia Perini]  leggi

  25 febbraio 2007  leggi

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 1 aprile 2007 [Raffaele Piazza]  leggi

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