i libri

Piero Zino

Note a margine

n. 8

ISBN 88-7536-114-2

2007

pp. 56

cm 15x21

€ 10,00

 

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L'autore

Piero Zino è nato a Novi Ligure nel 1960. Laureatosi in Lettere all’Università di Genova, nel 1989 si trasferisce in provincia di Cuneo per motivi di lavoro. Attualmente vive e insegna a Barge.

Collabora con l’Associazione Culturale Le Arie del Tempo al progetto “I taccuini”.

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I testi

 

Esercizi di letteratura pensosa

Se la letteratura è, come era la storia secondo Queneau, la cronaca dell’infelicità degli uomini, e se nel calderone della letteratura possiamo a buona ragione inserire prose e poesie, diari e aforismi, critiche d’arte e letterarie e molto altro, leggere significa osservare brandelli dell’umano esistere. Diciamo una banalità, certo, eppure molto spesso leggendo qualcosa non ci rendiamo conto che la sua sincerità o la sua menzogna, la sua leggerezza o il suo dolore, portano in sé la storia di quanto è stato precedentemente scritto, nel bene esattamente come nel male.
Ne deriva che scrivere significa forse entrare in un gioco, ora serissimo ora faceto, ma certamente contribuire alla storia dell’umanità. Se è vero che qualunque scrittura è politica, lo voglia o no, e che «la scrittura è la continuazione della politica con altri mezzi» (Philippe Sollers), scrivere non è un atto ininfluente e leggere è strettissimamente connesso allo scrivere dal punto di vista sia creativo sia critico. Come sintetizza bene lo stesso Zino, infatti, «Chi scrive frammenti tende, in ultima istanza, a riabilitare se stesso come lettore».
Zino sponsorizza una nozione di lettura che, come diceva Alfieri in Del principe e delle lettere, significa prima di tutto pensare; la lettura che, secondo Francis Bacon, rende l’uomo completo, mentre parlare lo rende pronto e scrivere lo rende preciso (Essays, 50). L’autore si esercita all’acume e all’empatia leggendo, poi scrive filtrando, ben sapendo che altri hanno filtrato e altri ancora filtreranno lui stesso. Il fine ultimo rimane l’uomo. L’uomo che è «il principio delle azioni» (Aristotele, Etica Nicomachea, III, 3, 15) e come diceva Michelet deve essere «Prometeo di se stesso». Ma l’uomo è anche in lotta con se stesso: è un «animale accomodativo» e «non c’è turpitudine o dolore a cui non s’adatti» (D’Annun-zio, L’innocente) tradendo in ambedue i casi la propria dignità: amare e difendere la dignità dell’uomo significa infatti andare incontro alle sue pulsioni al suicidio intellettuale e civile. L’autore sa dunque di dover giocare molte e diverse carte se vuole aprire un varco nella diffidenza che l’uomo ha verso chi lo legge, essendo esso principalmente dedito a subirsi e ingannarsi.
Alcune riflessioni valgono infatti come note di lettura, utili in quanto focalizzano una sensazione e non un dato, e sono quindi capaci di osservare caratteri importanti posti fuori dalle mappe confezionate dai critici. Dunque quando Zino dice che «L’essenza della scrittura è data dalla sua inutilità rispetto alle cose del mondo comune» non fa uno sciocco pensiero elitario, ma si ribella a ciò che popola la vita comune degli uomini comuni: la mediocrità, la vigliaccheria, l’oblio del sé.
Due sono i metodi che qui Zino ci presenta, selezionando un materiale vasto: l’aforisma che volentieri si espande in riflessione e microsaggio, e il veloce e penetrante commento alle parole altrui, dalla citazione (la quale secondo Benjamin è «il brigante che balza armato dai bordi della strada strappando l’assenso all’ozioso viandante») a una vitale ed efficace commistione di decifrazione, critica, trasposizione. Uno dei meriti principali della citazione, specialmente se estrapolata con efficacia, è l’illuminazione: quella da cui nasce e di cui porta con sé sempre una traccia, e quella che fa nascere in chi è aperto alle sollecitazioni. Ecco allora che ad esempio lo studioso di mistica ebraica Scholem dà un’immagine folgorante di Kafka più efficace di quelle di molti esegeti, e se di lui ci si dovesse ricordare solo questa citazione pazienza, fa parte dell’entropia, del rischio, dell’azzardo che ogni letteratura degna di questo nome deve accettare. Abbiamo esemplificato da questo libro teoria e pratica importanti, e siamo solo ai primi due frammenti. Qui ci fermiamo, dunque, per dire come a loro volta, le riflessioni e i microsaggi del nostro autore conservino una buona freschezza, anche quando appaiono più tetragoni hanno in sé qualcosa del sandalo alato proprio del frammento e dell’aforisma (conservando, come dice proprio Benjamin in una nota dei suoi Passages parigini, «la tipica irresolutezza del flâneur»), e dunque è per noi un piacere accogliere questo libro nella nostra collana.
Con malcelata autoironia l’autore apre questo libro che prende vita da citazioni di varia natura con una citazione che travolge il tema portante stesso: «“La tecnica più folle che si possa concepire” (Benjamin) è quella della costruzione di un libro fatto di sole citazioni, le quali stiano una accanto all’altra in un equilibrio perfetto e immutabile come quei massi che, da millenni, formano i luoghi rocciosi». Zino presta insomma provocatoriamente il fianco ai detrattori della citazione i quali la credono un orpello o un peso insostenibile (si ricordi l’angoscia dell’influenza così ben raccontata da Harold Bloom) senza comprendere come essa possa essere (e di fatto sia, da sempre) la molla che trasforma un pensatore in uno scrittore, e come essa sia allo stesso tempo l’inizio e la fine di una catena di pensieri. E a tale scopo abbiamo anche noi giocato un poco all’inizio di questo intervento.
Ma Zino è serissimo, lo spettro amplissimo della letteratura dalla quale muove rispecchia la sua convinzione, certo condivisibile, che nulla di vitale, necessario, urgente possa essere rinchiuso in polverosi generi letterari o in non meno faziose e presuntuose scelte di campo. Va da sé che ogni nostro tentativo di dare conto dei felicemente labili confini di questa operazione, e soprattutto dei percorsi mentali che sovrintendono al testo complessivo, sarebbe superfluo e noioso, e d’altra parte la coerenza del pensiero di Zino è davvero evidente.

 

Sandro Montalto

 

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Subito dopo aver letto il precetto di Benjamin «Occupa una stasi dell’ispirazione con l’ordinata ricopiatura del già scritto. L’intuizione ne verrà risvegliata», si fa strada il timore di vedersi condannati a ricopiare all’infinito.

 

«In materia d’arte non ci sono minuzie» afferma Baudelaire, e nulla, nemmeno la correzione delle bozze, dovrebbe sfuggire a questa regola.

 

Leggendo i Diari di Kafka si ha l’impressione di aggirarsi tra cumuli di macerie ma, al tempo stesso, non si avverte l’urgenza di uscire da quei luoghi per trovarsi di fronte a edifici terminati o addirittura abbelliti dai vasi sui balconi.

 

Cosa vi è di più umano del corpo di Odradek, un rocchetto rivestito «soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi»?

 

Nel saggio di Alberto Savinio Maupassant e l’"Altro” l’autore di Bel-Ami emerge dai fondali marini come una statua rivestita da una spessa patina di incrostazioni, la quale nasconde le linee e le forme superficiali della figura, ma la rende al tempo stesso più preziosa.

 

Scheerbart sostiene che «L’“architettura di vetro” avrà bisogno di un’enorme quantità di coloranti», ma l’industria chimica che doveva fabbricarli era, in quel momento, orientata verso un altro tipo di produzione: quella dei gas asfissianti.

 

Novalis sembra profetizzare se stesso quando dice: «L’eccelso porta avanti il mondo, ma deve anche andarsene al più presto».

 

La poesia di Leopardi si può definire realmente romantica, in quanto «il senso» che essa esprime è quello che Novalis attribuisce «per il particolare, il personale, lo sconosciuto, il misterioso». Romanticamente, perciò, la sua poesia «rappresenta l’irrappresentabile. Vede l’invisibile, sente l’insensibile ecc.».

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