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Esercizi di letteratura
pensosa
Se la letteratura è, come era la storia secondo Queneau, la
cronaca dell’infelicità degli uomini, e se nel
calderone della letteratura possiamo a buona ragione inserire prose e
poesie, diari e aforismi, critiche d’arte e letterarie e
molto altro, leggere significa osservare brandelli dell’umano
esistere. Diciamo una banalità, certo, eppure molto spesso
leggendo qualcosa non ci rendiamo conto che la sua sincerità
o la sua menzogna, la sua leggerezza o il suo dolore, portano in
sé la storia di quanto è stato precedentemente
scritto, nel bene esattamente come nel male.
Ne deriva che scrivere significa forse entrare in un gioco, ora
serissimo ora faceto, ma certamente contribuire alla storia
dell’umanità. Se è vero che qualunque
scrittura è politica, lo voglia o no, e che «la
scrittura è la continuazione della politica con altri
mezzi» (Philippe Sollers), scrivere non è un atto
ininfluente e leggere è strettissimamente connesso allo
scrivere dal punto di vista sia creativo sia critico. Come sintetizza
bene lo stesso Zino, infatti, «Chi scrive frammenti tende, in
ultima istanza, a riabilitare se stesso come lettore».
Zino sponsorizza una nozione di lettura che, come diceva Alfieri in
Del principe e delle lettere, significa prima di tutto
pensare; la lettura che, secondo Francis Bacon, rende l’uomo
completo, mentre parlare lo rende pronto e scrivere lo rende preciso (Essays,
50). L’autore si esercita all’acume e
all’empatia leggendo, poi scrive filtrando, ben sapendo che
altri hanno filtrato e altri ancora filtreranno lui stesso. Il fine
ultimo rimane l’uomo. L’uomo che è
«il principio delle azioni» (Aristotele, Etica
Nicomachea, III, 3, 15) e come diceva Michelet deve essere
«Prometeo di se stesso». Ma l’uomo
è anche in lotta con se stesso: è un
«animale accomodativo» e «non
c’è turpitudine o dolore a cui non
s’adatti» (D’Annun-zio,
L’innocente) tradendo in ambedue i casi la propria
dignità: amare e difendere la dignità
dell’uomo significa infatti andare incontro alle sue pulsioni
al suicidio intellettuale e civile. L’autore sa dunque di
dover giocare molte e diverse carte se vuole aprire un varco nella
diffidenza che l’uomo ha verso chi lo legge, essendo esso
principalmente dedito a subirsi e ingannarsi.
Alcune riflessioni valgono infatti come note di lettura, utili in
quanto focalizzano una sensazione e non un dato, e sono quindi capaci
di osservare caratteri importanti posti fuori dalle mappe confezionate
dai critici. Dunque quando Zino dice che «L’essenza
della scrittura è data dalla sua inutilità
rispetto alle cose del mondo comune» non fa uno sciocco
pensiero elitario, ma si ribella a ciò che popola la vita
comune degli uomini comuni: la mediocrità, la vigliaccheria,
l’oblio del sé.
Due sono i metodi che qui Zino ci presenta, selezionando un materiale
vasto: l’aforisma che volentieri si espande in riflessione e
microsaggio, e il veloce e penetrante commento alle parole altrui,
dalla citazione (la quale secondo Benjamin è «il
brigante che balza armato dai bordi della strada strappando
l’assenso all’ozioso viandante») a una
vitale ed efficace commistione di decifrazione, critica, trasposizione.
Uno dei meriti principali della citazione, specialmente se estrapolata
con efficacia, è l’illuminazione: quella da cui
nasce e di cui porta con sé sempre una traccia, e quella che
fa nascere in chi è aperto alle sollecitazioni. Ecco allora
che ad esempio lo studioso di mistica ebraica Scholem dà
un’immagine folgorante di Kafka più efficace di
quelle di molti esegeti, e se di lui ci si dovesse ricordare solo
questa citazione pazienza, fa parte dell’entropia, del
rischio, dell’azzardo che ogni letteratura degna di questo
nome deve accettare. Abbiamo esemplificato da questo libro teoria e
pratica importanti, e siamo solo ai primi due frammenti. Qui ci
fermiamo, dunque, per dire come a loro volta, le riflessioni e i
microsaggi del nostro autore conservino una buona freschezza, anche
quando appaiono più tetragoni hanno in sé
qualcosa del sandalo alato proprio del frammento e
dell’aforisma (conservando, come dice proprio Benjamin in una
nota dei suoi Passages parigini, «la tipica irresolutezza del
flâneur»), e
dunque è per noi un piacere accogliere questo libro nella
nostra collana.
Con malcelata autoironia l’autore apre questo libro che
prende vita da citazioni di varia natura con una citazione che travolge
il tema portante stesso: «“La tecnica
più folle che si possa concepire” (Benjamin)
è quella della costruzione di un libro fatto di sole
citazioni, le quali stiano una accanto all’altra in un
equilibrio perfetto e immutabile come quei massi che, da millenni,
formano i luoghi rocciosi». Zino presta insomma
provocatoriamente il fianco ai detrattori della citazione i quali la
credono un orpello o un peso insostenibile (si ricordi
l’angoscia dell’influenza così ben
raccontata da Harold Bloom) senza comprendere come essa possa essere (e
di fatto sia, da sempre) la molla che trasforma un pensatore in uno
scrittore, e come essa sia allo stesso tempo l’inizio e la
fine di una catena di pensieri. E a tale scopo abbiamo anche noi
giocato un poco all’inizio di questo intervento.
Ma Zino è serissimo, lo spettro amplissimo della letteratura
dalla quale muove rispecchia la sua convinzione, certo condivisibile,
che nulla di vitale, necessario, urgente possa essere rinchiuso in
polverosi generi letterari o in non meno faziose e presuntuose scelte
di campo. Va da sé che ogni nostro tentativo di dare conto
dei felicemente labili confini di questa operazione, e soprattutto dei
percorsi mentali che sovrintendono al testo complessivo, sarebbe
superfluo e noioso, e d’altra parte la coerenza del pensiero
di Zino è davvero evidente.
Sandro Montalto
* * *
Subito dopo aver letto il precetto
di Benjamin «Occupa una stasi dell’ispirazione con
l’ordinata ricopiatura del già scritto.
L’intuizione ne verrà risvegliata», si
fa strada il timore di vedersi condannati a ricopiare
all’infinito.
«In materia
d’arte non ci sono minuzie» afferma Baudelaire, e
nulla, nemmeno la correzione delle bozze, dovrebbe sfuggire a questa
regola.
Leggendo i Diari
di Kafka si ha l’impressione di aggirarsi tra cumuli di
macerie ma, al tempo stesso, non si avverte l’urgenza di
uscire da quei luoghi per trovarsi di fronte a edifici terminati o
addirittura abbelliti dai vasi sui balconi.
Cosa vi è di
più umano del corpo di Odradek, un rocchetto rivestito
«soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma
anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore
più diversi»?
Nel saggio di Alberto Savinio Maupassant
e l’"Altro” l’autore di Bel-Ami
emerge dai fondali marini come una statua rivestita da una spessa
patina di incrostazioni, la quale nasconde le linee e le forme
superficiali della figura, ma la rende al tempo stesso più
preziosa.
Scheerbart sostiene che
«L’“architettura di vetro”
avrà bisogno di un’enorme quantità di
coloranti», ma l’industria chimica che doveva
fabbricarli era, in quel momento, orientata verso un altro tipo di
produzione: quella dei gas asfissianti.
Novalis sembra profetizzare se
stesso quando dice: «L’eccelso porta avanti il
mondo, ma deve anche andarsene al più presto».
La poesia di Leopardi si
può definire realmente romantica, in quanto «il
senso» che essa esprime è quello che Novalis
attribuisce «per il particolare, il personale, lo
sconosciuto, il misterioso». Romanticamente,
perciò, la sua poesia «rappresenta
l’irrappresentabile. Vede l’invisibile, sente
l’insensibile ecc.».
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