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Malelingue e malpensanti
Le riflessioni di
Giovanni Soriano nascono non dalla sedimentazione di impressioni e
sollecitazioni, non dal precisarsi di punti di vista e scorci
concettuali, non dall’argomentazione di confutazioni. Nascono
invece da violenti rigurgiti, dal rigetto di emozioni preconfezionate e
preconcetti chirurgicamente e violentemente immessi nel microcosmo
della persona, dalla reazione allergica a idee subliminali, crimini
invisibili, inoculazioni ideologiche.
Soriano ama pungere (pizzicare, accoltellare,
mordere) e poi fuggire verso nuove vittime (altrui) da salvare
stimolandone il senso critico. Si presenta qui con queste annotazioni
esibendo un felice ruolo di malalingua, di persona che dice
ciò che gli altri pensano, o meglio ancora svela come gli
altri pensano, per argomentazione o per assurdo. Affronta il mondo e lo
restituisce masticato restando fedele alle istanze di una lingua
prosastica che sa farsi prosaica se il palato spesso delle menti (da
espugnare e non da considerare con snobismo intellettuale) lo richiede.
Ciò che conta è la scossa, l’importante
è che chi lo ascolta riceva uno stimolo, ribadiamo, e poi
abbia pure in odio l’autore e l’acidità
dei suoi pensieri, purché abbia avuto anche solo per un
momento l’impulso di chiedere a se stesso, e di qualsiasi
cosa si stia in quel momento occupando: “e se non fosse
davvero così?”.
Tra i temi
principali di questa raccolta troviamo la denuncia
dell’autoinganno. Sono opportunamente messi alla berlina il
sentirsi felici (quanto diverso e più impotente rispetto
all’essere felici!), l’oblio di sé
ottenuto tramite la soppressione della curiosità come della
dignità, e tutto lo spettro di ciò che
l’uomo fa per apparire stupido sfruttando la propria
intelligenza.
Non a caso una
delle sezioni probabilmente migliori, tematicamente e scritturalmente,
è Ultime ombre, che affronta i
resistenti inganni della religione e della fede (due fenomeni che vanno
comunque distinti: «A quanto pare, un paio di millenni fa dio
decise di convertirsi al cristianesimo»). Posto e
riconosciuto che «Il timore e l’ignoranza hanno
generato la religione, il bisogno e la sofferenza la tengono in
vita», con tutto l’apparato retorico che
necessariamente la sostiene («Le religioni hanno sempre una
domanda alle loro risposte»), Soriano si lancia in strali
anche violenti ma mai gratuiti o vacuamente offensivi: ogni anatema
è vicino a una precisa riflessione che lo giustifica.
L’arma è il buon senso, che curiosamente
è ritenuto inefficace da chi basa la sua fede sui concetti
quali il “mistero insondabile”: «Ci vuole
davvero una gran fede per nascondersi grossi dubbi». La degna
condanna per la religione, secondo Soriano, fatta salva si badi bene
una certa consustaziale pulsione verso l’assoluto che
l’uomo non potrà mai estinguere del tutto ma che
dovrà imparare a incanalare meglio, la «pura e
semplice indifferenza».
In discussione, e
ci tengo siccome il sottoscritto è anch’egli
autore di diverse riflessioni su questo argomento, non è la
pulsione all’assoluto di cui parlavamo prima,
bensì la componente di abbandono insita nella fede e
soprattutto il concetto stesso di religione. A tale proposito, ci
permettiamo addirittura di obiettare a quanto dice l’autore
quando scrive «Ancora qualche millennio soltanto, e le
religioni di oggi saranno le superstizioni di domani»: in
realtà della religione è rimasta già
oggi quasi solo la componente superstiziosa, ovviamente offensiva nei
riguardi della divinità stessa. Non vogliamo ora aprire
grandi questioni o fare i saccenti, ma guardiamo sempre con diffidenza
coloro i quali badano ad avere un ramoscello di ulivo benedetto in ogni
stanza della casa (altrimenti dio non trova
ricezione??) ma se la domenica piove fanno tranquillamente a meno di
andare a messa, oppure quelli che fanno piamente la comunione ma
considerano la transustanziazione una storiella ormai fuori moda,
oppure ancora quelli che pregano i santi (ognuno ha il santo di
fiducia) ignorando il concetto di intercessione e cadendo in un
politeismo di fatto. Ma passiamo oltre.
Soriano
è a volte sapido a volte sentenzioso, in certi tratti sfiora
il cattedratico, e ciò accade perché ha
chiaramente l’aria di chi dice cose che scandalizzano i
cretini ma appaiono direi ovvie alle persone di buon senso. A questo
modo di pensare nemico delle convenzioni passivamente accettate si
avvicinano tutte le sezioni del libro, qualunque sia
l’argomento. L’autore non vuole fare proseliti ma
invita tutti a riflettere un poco di più, quali che siano le
personali posizioni.
Questi pensieri
maledetti, tali quanto si può esserlo ora che il nemico
(cioè il male vestito da bene) si è fatto
indistinto e mimetico, hanno una virtù che continua a
parerci preziosa: l’immediatezza. Una virtù che
non significa necessariamente trascuratezza della forma
bensì palpabile fedeltà ai moti interiori: vi
sono scrittori che devono esprimersi caoticamente
e magari secondo i moduli del parlato, e altri la cui furia si deve
manifestare attraverso affilate
architetture oppure tramite un ginepraio barocco di preziosismi. Vi
è pur sempre un tono, però, che testimonia circa
l’autenticità. Detto questo, ognuno di questi
autori potrà poi essere amato oppure odiato, senza mezzi
termini così come senza mezzi termini e quindi senza
opportunismi questi autori, giustamente, avranno osservato il mondo.
Sandro Montalto
* * *
Un limite invalicabile alla conoscenza di
sé è quello di non potersi mai vedere con altri
occhi che non siano i propri, il non poter mai essere, cioè,
altri da sé stessi.
In nessuna cosa siamo così tolleranti come in ciò
verso cui siamo indifferenti.
È da vigliacchi sfogare la propria insoddisfazione sugli
altri facendo loro del bene.
Ognuno ha delle convinzioni cui affibbiare, nel caso, delle ragioni.
Senza amore si è profondamente soli, e quando si
è così soli non si può apprezzare la
solitudine.
Il sesso non è poi così importante, quando lo si
è appena fatto.
Per ovviare al fatto di non saper badare neppure a sé
stessi, è facile ci si risolva con il voler badare a un
figlio.
Se le belle donne sono spesso considerate senz’anima,
probabilmente è perché in quelle brutte nessuno
si affanna così tanto a cercarla.
Ciò che rende alcuni uomini così fedeli alla
propria donna è un’assoluta incapacità
di trovarne un’altra.
Non c’è nulla per cui valga la pena vivere,
tutt'al più qualcosa che, ormai nati, vale la pena vivere.
La vita se ne fotte dei giudizi degli umani!
Affermano alcuni che la vita è breve. Evidentemente non
hanno mai fatto la fila allo sportello di un ufficio pubblico.
La vanità è come l’idiozia: non ha
limiti.
La storia della filosofia è piena di soluzioni brillanti a
problemi inesistenti.
L’ignoranza che si tramanda di generazione in generazione fa
parte della cultura di un popolo.
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