|
Medico
psicoanalista, Silvana Baroni vive e lavora a Roma.
Dal ’78 ad oggi ha esposto opere pittoriche, grafica ed
installazioni in Italia e all’estero sia in mostre personali
che collettive.
Oltre a scritti di saggistica, ha pubblicato in poesia
Stagioni (Il Ventaglio, Roma 1994),
Acquerugiola-acquatinta (dell’Oleandro, Roma 1997),
Nodi di rete (Fermenti, Roma 1998), Ultimamente
(Fermenti, Roma 2001), Il tallone d’Achille di una donna
(Fermenti, Roma 2002) Lunario (Ianua, Roma 2003),
Nel circo delle stanze (Fermenti, Roma 2006); i volumi
di aforismi Tra l’Io e il Sé c’è di mezzo il me (Il
Ventaglio, Roma 1991), La Maglifica (Arion, Roma
2003), Neppure i fossili (Quasar, Roma 2007); i libri
di racconti Alambicchi (Manni, Lecce 2000),
Peccati veniali (Coniglio, Roma 2004); Pensieri di
donna (Melagrana, Caserta 2008), La trama strappata
(Fermenti, Roma 2011).
Ha inoltre prodotto testi per il teatro: Le infinite metà
del mondo, rappresentato al Teatro "XX Secolo" di Roma
nel 1998; L’amore è una scatola di biscotti (teatro
"La Catapulta" di Roma nel 2000), Liti d’amore con Neruda
(teatro "Agorà" di Roma nel 2003).
0
|
|
Prefazione
Gli aforismi di Silvana Baroni hanno un che di saltellante e
festoso. Sarà forse anche per la grazia lieve dei disegni
che li accompagnano e conferiscono loro mobilità e varietà.
Sono punte delicate, il che sembra un po’ una
contraddizione, ma in realtà forse no.
Essi hanno probabilmente un intrinseco scopo curativo,
rifacendosi in questo, ma senza pedanteria, alla tradizione
nobile del genere aforistico, da Ippocrate a Santorio a
Umberto Saba fino ai recenti esempi psicoanalitici di Davide
Lopez e di Cesare Viviani. In molti di questi aforismi corre
un invito ad alleggerire la sofferenza e l’inevitabile male
del mondo, sia attraverso un salutare ridimensionamento
delle proporzioni sia grazie al sorriso che scaturisce da
uno sguardo disincantato quanto disponibile al cambiamento.
Silvana Baroni usa con perizia e scioltezza le figure
retoriche che contraddistinguono il genere, ossimori chiasmi
simmetrie antitesi compensazioni paradossi. Chi scrive
aforismi lavora con la massima attenzione sulle possibilità
offerte dalla lingua, perché sa che ogni minimo mutamento di
vocale, di consonante, di punteggiatura, di posizione può
provocare inattese aperture e nuove prospettive di senso.
Gli aforismi di Leo Longanesi e di Ennio Flaiano, Camillo
Sbarbaro, Mino Maccari, Gesualdo Bufalino, Maria Luisa
Spaziani sono esempi fondamentali della nostra tradizione
novecentesca con cui confrontarsi fattivamente per esplorare
temi e toni dell’ampia partitura aforistica contemporanea;
con pròvvide estensioni ai pungenti motti di spirito di
Oscar Wilde, Jules Renard, Karl Kraus.
Tra i modelli formali preferiti da Silvana Baroni spicca
quello del ritratto, di solito introdotto dal pronome «chi».
L’intreccio tra scrittura aforistica e disegno, pittura e
belle arti in generale è evidente e anche in questo caso
richiama esempi illustri quali quelli di Ardengo Soffici,
Ugo Bernasconi, Anselmo Bucci, Marino Mazzacurati, Arturo
Martini (e degli stessi Longanesi, Maccari, Flaiano). Si
tratta di compiere un’opera rigorosa di sintesi espressiva,
attuata tramite le parole o le linee del disegno, entrambi
comunque «linee», come suggerisce l’emblematica
denominazione degli aforismi di Fausto Melotti. Da questi
ritratti e «caratteri» scaturisce un panorama sociale di
inquieta, movimentata e variegata socialità, più comica che
tragica, di cui si vogliono denudare le tante maschere.
Nel libro gli aforismi si succedono l’uno dopo l’altro senza
punti fermi e lettere maiuscole, come se si trattasse di un
discorso continuo solo brevemente sospeso dagli intervalli
degli spazi bianchi. Dispo-sizione che dà l’impressione di
una successione appunto per linee, in cui l’occhio dopo una
breve pausa scende a scoprire il passaggio seguente, il
nuovo tratto della composizione. Il procedimento diminutivo,
minimalistico, delle lettere minuscole e dell’assenza di
punteggiatura forte era già stato in parte sperimentato da
Silvana Baroni nel suo primo libro di aforismi, Tra l’Io
e il Sé c’è di mezzo il me (Il Ventaglio, Roma 1991),
nella cui premessa Vincenzo Mollica parlava propriamente di
«acrobazie delle parole e dei segni». Rispetto a quella
raccolta, in cui l’aforisma era spesso presentato in forma
poetica e ogni pagina conteneva un disegno, la silloge
odierna si caratterizza per una maggiore ed esemplare
concentrazione verbale, di certo frutto anche dell’accurato
lavoro svolto nel precedente volume di aforismi, laccati
di cristallina neppure i fossili sono più quelli di una
volta (Quasar, Roma 2007).
«Scrivere aforismi è un’arte funambolica: è pensare senza
rete di protezione» sostiene Silvana Baroni in un eloquente
aforisma sull’aforisma posto in epigrafe dell’opera. Chi
scrive aforismi deve sbilanciarsi nei giudizi, rompere
l’ovvietà del luogo comune lambendone i confini, esporsi in
una confessione che si manifesta attraverso gli specchi
altrui. L’aforisma parla spesso della vita in modo diretto,
senza mediazioni, il che ne fa un genere ostico, perché di
continuo sottoposto alla sottile oscillazione tra verità e
banalità. La distinzione è a volte minima ma è lì, in quello
spazio del pensiero e della parola talvolta impercettibile
ma sorprendente, che se ne coglie la grandezza, la
perentoria illuminazione, quella conoscenza imprevista che
fa sobbalzare di stupore.
Nel percorso cromatico ed esistenziale del libro indicato
dal titolo tripartito si giunge al «grigio» dopo avere
attraversato, superato e me-scolato «bianco» e «nero». Un
aforisma afferma che «il grigio sta lì a non farti veder
nero» e conviene forse leggerlo in combinazione con questo:
«chi si attarda nel regno delle fate finisce in bocca ai
lupi». L’invito è certamente ad accogliere la vita con
realismo, senza fuorvianti e pericolosi (perfino mortali)
entusiasmi. Il grigio è abbinato in un altro aforisma
all’uomo «scettico». Se il grigio è l’esito finale e
sintetico che esprime una disillusione terapeutica, Silvana
Baroni non sfocia però mai in uno scetticismo arido e
autocontemplativo. Piuttosto mi viene da pensare al coraggio
sorridente di chi non rinuncia a scavare e neppure a
sperare. E il titolo, forse più che una sequenza progressiva
con un unico rigido epilogo, mi sembra suggerire un percorso
in cui bianco nero e grigio sono compresenti e si alternano
e avanzano senza soluzione di continuità, senza barriere e
punti fermi, come del resto nella vita, che questo
libro-indagine per aforismi racconta e riflette.
Gino
Ruozzi
* * *
e se fosse un refuso: non nati
per soffrire, ma per offrire?
l’intenditore spara al
pianista, non al pianoforte
l’intelligenza condanna a
usarla chi ce l’ha
l’aria è la stessa: il poeta
inspira, l’aforista espira
chi è un libro aperto lo è
perché qualcuno ci scriva qualcosa
le anime gemelle faranno di
tutto per ritornare figlie uniche
viene il sospetto che chi
scrive pagine indimenticabili abbia avuto una vita da
dimenticare
si deve aver vissuto la
tragedia di essere donna per concedersi il piacere di essere
femmina
si entra più fiduciosi sapendo
che c’è anche una porta sul retro

se in una
coppia è impossibile invertire l’ordine dei fattori potrebbe
trattarsi di una sottrazione
la critica
tornerebbe nei suoi ranghi se non la praticassero i poeti
le osservazioni più acute nascono dall’osservare le ottusità
0
|