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Prefazione
Ostentatamente e fieramente contemporanei, ben focalizzati sul
quotidiano, gli aforismi di Cammarata registrano soprattutto una
profonda insofferenza che si fa beffe del bon ton e
dei canoni castranti della comunicazione per invadere il campo e
spargere il proprio fiele. Anzi, per innaffiare col fiele il terreno
secco dal quale potranno nascere miracolose zagare
dall’inebriante profumo le quali più da vicino,
però, si impongono con i loro proiettili-stelo e i loro
petali-scudo, e non perdonano.
In questa raccolta di aforismi usi e costumi, trucchi e
nobiltà del mondo contemporaneo vengono esposti ad un
ludibrio al quale spesso non servono molte parole per esibire la nuda
realtà delle cose.
Un libro violento, senza fronzoli, a volte persino crudele. Non fa
difetto, però, all’autore, una vena di ironia
mascherata da distacco deciso, una sorta di noli me tangere
caratteristico di certa ironia italica da noi quasi perduta (pensiamo a
Marcello Marchesi) mescolata ad una forte tendenza definitoria,
tassonomica, che fa subito pensare a Bierce e al suo Dizionario
del Diavolo. Un’ironia a raggio il più
possibile ampio, allora, e implacabile, e sempre tesa a smascherare i
soprusi, le disonestà, se è vero che
«un refuso, con un po’ di fortuna, può
incoronare un poeta».
Distruttore di sollievi e ipocrisie, Cammarata ci presenta qui alcune
pagine di un taccuino personale più ampio, colmo di
espressioni assertive, sentenziose, icastiche: rarissime le domande,
quasi nulle le perplessità. Un taccuino fatalmente
incompleto, suscettibile di continue aggiunte e di alcune modifiche,
pagine che si muovono secondo il polso della situazione, come si usa
dire.
Il tutto organizzato su un terreno instabile, franoso, tellurico, da
cui in ogni istante possono emergere squarci lirici (necessari, ossia
sinceri, e tuttavia più lontani dal nucleo
dell’autore ma registrati nel generale intento di monitorare
le manifestazioni dell’umano esistere con le sue
molteplicità e contraddizioni) o guizzi di senso umanitario
ed indignazione civile.
Fino alla fine nulla è sicuro. Boutades
e calembours (lo diciamo per compiacere un poco gli
esterofili…) si mescolano a definizioni più
caustiche intervallandosi con altri aforismi certo più
cortigiani, salvo però subito contraddirli:
l’autore scrive, certo, «Mai dire la
verità. Si rischia che qualche sprovveduto ci
creda», ma poi sembra pensare: e chi se ne frega?
Sandro Montalto
* * *
Siamo così amanti della
giustizia che preferiamo tenercela tutta per noi.
Le lacrime scorrono quando il sentimento non ha un idraulico a portata
di cuore.
Una superstizione è una
fede non griffata.
Niente come la
puntualità riesce a svalutare la preziosità del
tempo.
La satira è quella
buccia di banana su cui ogni politico vorrebbe scivolare, ma senza
farsi troppo male.
Quando due furbi
s’incontrano, uno dei due è costretto a cambiare
categoria.
Innamorarsi contemporaneamente di
due donne è possibile se si è sicuri che entrambe
hanno uno spiccato senso dell’umorismo.
Il cimitero è un posto
così fastidiosamente affollato che mi rifiuto di metterci
piede.
Il sesso sta alla
pubblicità come la cozza sta all’insalata di mare.
Gli italiani sperano sempre che
qualcuno li salvi da se stessi.
Nascere denota coraggio. Farlo in
una famiglia povera rasenta l’eroismo.
La fortuna, quando premia gli
altri, ci fa sospettare che la dea bendata abbia barato.
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