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Rinaldo Caddeo

Etimologie del caos

n. 1

ISBN 88-7536-012-X

2003

pp. 52

cm 15x21

€ 8,00

 

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L'autore

Rinaldo Caddeo è nato il 7 ottobre 1952 a Milano, dove fa l’insegnante in un istituto tecnico.

Ha pubblicato tre raccolte di poesie (Le fionde del gioco e del vuoto, Narciso, Calendario di sabbia) e una raccolta di racconti (La lingua del camaleonte).

Ha pubblicato saggi critici, recensioni, racconti, aforismi, traduzioni e poesie su diverse riviste (Arenaria, Atelier, Concertino, Hebenon, kamen', La clessidra, La Corte, il rosso e il nero, Il segnale, Poesia, Testo a fronte, Testuale, il verri).

Ha collaborato a Le regioni della poesia (Marcos y Marcos), occupandosi delle pubblicazioni di poesia in Lombardia e all'Annuario di Poesia 1997 di Crocetti con un saggio sulle riviste di poesia.

Ha scritto un saggio sulla poesia di Giampiero Neri nel volume Memoria e mimetismo nel teatro naturale di Giampiero Neri (ed. La vita felice).

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I testi

PREFAZIONE

Titolo quanto mai appropriato, Etimologie del caos suggerisce la disperata corsa della ragione dietro alla coda di cane di una follia che ha contagiato gli schemi di causa ed effetto, i canoni, le classificazioni, gli inventari, i ruoli, e anche i lacerti di memoria, le certezze topografiche e cronologiche, nonché l’etimo, nel quale stanno racchiuse non poche delle frustrate componenti appena ricordate. Attraverso la paretimologia, a tratti spinta fino al nonsense (ma anche al panico), Caddeo suggerisce una nuova visione delle cose indicando con dito virilmente deciso, ma bocca un poco sogghignante, lo specchio deformante, e dice «guarda, mia amata-mondo, guarda come sei bella»; e ride delle storture. Un riso che, come diceva Baudelaire, in quanto demoniaco è profondamente umano, un riso generato da un mondo forse creato, come suggerisce un aforisma che ricalca Basilide, da un dio impazzito.
Con gli aforismi (ma non si intenda questo termine come il suggerimento di una precisa catalogazione scolastica) Caddeo tenta, mentre apparentemente gioca e acconsente, di limitare i danni e delimitare i confini della follia intesa come pestilenza (il che è fisiologico, se «aforisma» e «orizzonte» hanno la stessa radice); allo stesso modo però, egli contagia già le prime propaggini con un’acre pessimismo, e la caduta di una lettera può suggerire la più inquietante delle rivelazioni per bocca di una rediviva Eco, già protagonista di passate poesie di Caddeo: «Odio, dio, io». Lo stesso valga per osservazioni solo apparentemente facete come «La croce è il fallimento di due parallele», quadro della tragedia in filigrana che ricorda una nota osservazione di Pavese: «Chiodo scaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce» (Il mestiere di vivere, 16 agosto 1950).
L’uomo stesso «è un sistema caotico», e allora ecco il trionfo della paretimologia, del sillogismo, del rovesciamento, dell’anagramma malizioso. I ruoli sono confusi (gli orologi «aspettano che gli diciamo l’ora»; altrove un orologio fermo segna l’ora esatta dell’angoscia, negando il tempo e l’esistenza di grandezze misurabili), le citazioni sono interrotte e violentate dal brusco arrestarsi di un vagheggiare ormai impossibile («Finora, appena sto per morire… mi sveglio», che decapita una nota riflessione leopardiana) e talvolta parodiato nella sua nudità, non senza nostalgia, tramite una sorta di affettuosa gogna («Magari avessi una torre d’avorio in cui rinchiudermi»).
La violenza, in questo mondo scarnificato che sembrerebbe a prima vista non offrire agli assassini angoli per nascondersi (ma un simile inganno è latente nell’ultima fase della poesia dell’autore, anch’essa apparentemente scheletrica e nuda ma in realtà violentissima), è sempre presente: basti notare la frequenza con cui appaiono il sangue e le ossa che biancheggiano al ludibrio. I concetti si materializzano ma si fanno subito facile preda («Al lupo piace azzannare i belati»). E a volte è la realtà a violentare la mente concedendole solo riflessioni che si definirebbero “basse”: «In tram ricordo di avere un corpo».
La coerenza non è più data da un comportamento o una mente pensante, ma da una possibilità palindromica (vedi l’«osso»).
La letteratura come palinsesto ha sia una conferma che un’ironica inflessione: «Tutto è vano, soprattutto ripetere: tutto è vano», affascinante proclama che non solo sussurra i luoghi più noti dell’Ecclesiaste, ma anche rievoca leggende paganiniane coinvolte nell’autofaga trappola di un racconto di Campanile.
Per fortuna alcune certezze rimangono: «Il sughero sta su» e i giornali, se sono ormai del tutto inaffidabili, ancora «proteggono dal freddo»; per fortuna un relativismo spicciolo ma importante resiste: «Per le farfalle notturne la luce è la perdizione»; per fortuna ci sarà sempre, o almeno così sembra, una frase che allontana la distrazione degli sciocchi e affascina chi crede nel potere della logica anche quando essa gioca, e ne ha tutto il diritto, con se stessa: «Una tautologia è una tautologia».

 

Sandro Montalto

 

* * *

 

Se conosci te stesso conosci un altro.

La vita, da primo atto, è diventata un intervallo.
 

Dovunque vada c’è qualcosa che non va: io.

Il più difficile da dimenticare: il futuro.

 

La vita è una vita che mi chiedo se ne vale la pena.
 

Scrivere aforismi: cavarsi una parola di bocca.

L’uomo è l’unico animale che si mette e si toglie la maschera.

 

Hanno preso la tangente, senza conoscere Euclide.

Il male è altruista.

La violenza è tautologica. Anche l’Amore.

Ancora vivi, strano no?
 

Prima di morire vado in bagno e mi lavo i denti.

L’inconscio costa. Il conscio è gratis.

La ragione è insopportabile perché vuole avere ragione.

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