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Rinaldo Caddeo è nato il 7 ottobre 1952
a Milano, dove fa l’insegnante in un istituto tecnico.
Ha pubblicato tre raccolte di poesie (Le
fionde del gioco e del vuoto, Narciso, Calendario
di sabbia) e una raccolta di racconti (La lingua del
camaleonte).
Ha pubblicato saggi critici, recensioni, racconti,
aforismi, traduzioni e poesie su diverse riviste (Arenaria,
Atelier, Concertino,
Hebenon, kamen',
La clessidra, La Corte,
il rosso e il nero, Il segnale, Poesia,
Testo a fronte, Testuale,
il verri).
Ha collaborato a Le regioni della poesia
(Marcos y Marcos), occupandosi delle pubblicazioni di poesia in
Lombardia e all'Annuario di Poesia 1997 di Crocetti
con un saggio sulle riviste di poesia.
Ha scritto un saggio sulla poesia di Giampiero Neri
nel volume Memoria e mimetismo nel teatro naturale di
Giampiero Neri (ed. La vita felice).
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PREFAZIONE
Titolo quanto mai appropriato, Etimologie del caos
suggerisce la disperata corsa della ragione dietro alla coda di cane di
una follia che ha contagiato gli schemi di causa ed effetto, i canoni,
le classificazioni, gli inventari, i ruoli, e anche i lacerti di
memoria, le certezze topografiche e cronologiche, nonché
l’etimo, nel quale stanno racchiuse non poche delle frustrate
componenti appena ricordate. Attraverso la paretimologia, a tratti
spinta fino al nonsense (ma anche al panico), Caddeo suggerisce una
nuova visione delle cose indicando con dito virilmente deciso, ma bocca
un poco sogghignante, lo specchio deformante, e dice «guarda,
mia amata-mondo, guarda come sei bella»; e ride delle
storture. Un riso che, come diceva Baudelaire, in quanto demoniaco
è profondamente umano, un riso generato da un mondo forse
creato, come suggerisce un aforisma che ricalca Basilide, da un dio
impazzito.
Con gli aforismi (ma non si intenda questo termine come il suggerimento
di una precisa catalogazione scolastica) Caddeo tenta, mentre
apparentemente gioca e acconsente, di limitare i danni e delimitare i
confini della follia intesa come pestilenza (il che è
fisiologico, se «aforisma» e
«orizzonte» hanno la stessa radice); allo stesso
modo però, egli contagia già le prime propaggini
con un’acre pessimismo, e la caduta di una lettera
può suggerire la più inquietante delle
rivelazioni per bocca di una rediviva Eco, già protagonista
di passate poesie di Caddeo: «Odio, dio, io». Lo
stesso valga per osservazioni solo apparentemente facete come
«La croce è il fallimento di due
parallele», quadro della tragedia in filigrana che ricorda
una nota osservazione di Pavese: «Chiodo scaccia chiodo, ma
quattro chiodi fanno una croce» (Il mestiere di
vivere, 16 agosto 1950).
L’uomo stesso «è un sistema
caotico», e allora ecco il trionfo della paretimologia, del
sillogismo, del rovesciamento, dell’anagramma malizioso. I
ruoli sono confusi (gli orologi «aspettano che gli diciamo
l’ora»; altrove un orologio fermo segna
l’ora esatta dell’angoscia, negando il tempo e
l’esistenza di grandezze misurabili), le citazioni sono
interrotte e violentate dal brusco arrestarsi di un vagheggiare ormai
impossibile («Finora, appena sto per morire… mi
sveglio», che decapita una nota riflessione leopardiana) e
talvolta parodiato nella sua nudità, non senza nostalgia,
tramite una sorta di affettuosa gogna («Magari avessi una
torre d’avorio in cui rinchiudermi»).
La violenza, in questo mondo scarnificato che sembrerebbe a prima vista
non offrire agli assassini angoli per nascondersi (ma un simile inganno
è latente nell’ultima fase della poesia
dell’autore, anch’essa apparentemente scheletrica e
nuda ma in realtà violentissima), è sempre
presente: basti notare la frequenza con cui appaiono il sangue e le
ossa che biancheggiano al ludibrio. I concetti si materializzano ma si
fanno subito facile preda («Al lupo piace azzannare i
belati»). E a volte è la realtà a
violentare la mente concedendole solo riflessioni che si definirebbero
“basse”: «In tram ricordo di avere un
corpo».
La coerenza non è più data da un comportamento o
una mente pensante, ma da una possibilità palindromica (vedi
l’«osso»).
La letteratura come palinsesto ha sia una conferma che
un’ironica inflessione: «Tutto è vano,
soprattutto ripetere: tutto è vano», affascinante
proclama che non solo sussurra i luoghi più noti
dell’Ecclesiaste, ma anche rievoca leggende paganiniane
coinvolte nell’autofaga trappola di un racconto di Campanile.
Per fortuna alcune certezze rimangono: «Il sughero sta
su» e i giornali, se sono ormai del tutto inaffidabili,
ancora «proteggono dal freddo»; per fortuna un
relativismo spicciolo ma importante resiste: «Per le farfalle
notturne la luce è la perdizione»; per fortuna ci
sarà sempre, o almeno così sembra, una frase che
allontana la distrazione degli sciocchi e affascina chi crede nel
potere della logica anche quando essa gioca, e ne ha tutto il diritto,
con se stessa: «Una tautologia è una
tautologia».
Sandro Montalto
* * *
Se conosci te stesso conosci un
altro.
La vita, da primo atto, è diventata un intervallo.
Dovunque vada
c’è qualcosa che non va: io.
Il più difficile da dimenticare: il futuro.
La vita è una vita che
mi chiedo se ne vale la pena.
Scrivere aforismi: cavarsi una
parola di bocca.
L’uomo è l’unico animale che si mette e
si toglie la maschera.
Hanno preso la tangente, senza
conoscere Euclide.
Il male è altruista.
La violenza è tautologica. Anche l’Amore.
Ancora vivi, strano no?
Prima di morire vado in bagno e mi
lavo i denti.
L’inconscio costa. Il conscio è gratis.
La ragione è insopportabile perché vuole avere
ragione.
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