i libri

Marcella Tarozzi

D'un tratto

n. 6

ISBN 88-7536-111-8

2006

pp. 96

cm 15x21

€ 12,00

 

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L'autore

Marcella Tarozzi è nata nel 1943 ed ha vissuto a Bologna per diversi anni dove si è laureata in filosofia. Si è poi trasferita negli Stati Uniti dove ha proseguito gli studi filosofici fino ad ottenere il dottorato di ricerca con uno studio sul comico.
Ha pubblicato tre raccolte di aforismi, tra le quali Il silenzio e la parola (Pendragon, Bologna 2001).
I suoi interessi vanno soprattutto all´estetica, tra le sue pubblicazioni The Future of Art - An Aesthetics of the New and the Sublime (SUNY Press, 1999).
Abita e lavora a New York.

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I testi

 

Prefazione

Muovendosi all’insegna di un certo understatement più formale che sostanziale, con il passo calmo e l’aria (apparentemente sentenziosa, o meglio quel tanto che basta per non confondere la farina buona dell’aforisma con il loglio della semplice constatazione) del moralista settecentesco, l’autrice snocciola uno dietro l’altro la serie dei suoi aforismi. I quali da lontano possono sembrare pretendenti al ruolo di apoftegma (ossia mirare a una classicità formale che li avvicina al motto risaputo, accettato, classico, a tratti quasi sapienziale) mentre ad uno sguardo più attendo (e imprescindibilmente reticolare) si rivelano essere macchine per scardinare, complottarde, sempre pronte a coalizzarsi, radunarsi per forzare serrature benpensanti e pigre consuetudini. Se il singolo aforisma può parere a tratti persino svagato, se non al limite della boutade, poco prima o poco dopo è garantito che leggeremo altri aforismi che ad esso si legheranno non solo quel tanto che basta per stare nello stesso libro, nella stessa penna e testa, ma al punto da far sospettare che siamo davanti a un trattatello moralistico-sociologico atomizzato, o meglio mescolato da un mazziere sapiente seppur onesto. Ed attualizzato nei toni, a tratti quasi mimetizzato nel linguaggio corrente (non per questo comune) per penetrare nelle fessure e far detonare dall’interno la struttura.
Ecco, questa nota sociologica è ciò che libera il libro da un’opprimente eredità settecentesca (La Rochefoucault in testa): da meditazioni sui meccanismi della convivenza sociale a riflessioni e sane invettive circa l’odierna (solo odierna?) tendenza alla confusione opportunistica. L’autrice sembra in più tratti rintracciare nel mondo una sorta di degradato contratto sociale: gli abitanti di questo mondo come scadente spettacolo si ribellano sì ad un pactum subiectionis all’apparente scopo di costituire una società nata dalla comune rinuncia dell’illimitata libertà naturale, ma invece di regalare gli uni agli altri il frutto di questa rinuncia (quasi fosse il prodotto di strati più primitivi e violenti della natura umana stessa) si crea un fitto mercato nero dei privilegi e degli onori, delle sicumere e delle ribalte.
Il tono generale, poi, ovviamente, risente delle più significative esperienze della scrittura frammentaria: Canetti, Kraus, Bierce e Lec che fa piacere sentir qua e là risuonare, oltre a qualcosa degli aforisti italiani… Da sottolineare soprattutto, sotto l’aspetto stilistico, come Tarozzi sappia abilmente (ma per necessità prima che per calcolo, lo dicono chiaramente le folgorazioni quanto le sbeccature) mescolare tono alto e basso, profetico e ironico, siccome è chiaro ormai a chiunque non sia assopito che il tono monodico e mono-orientato non può dirci nulla sul mondo. L’ironia, a tratti addirittura il sarcasmo verso il proprio stesso pensiero, inequivocabilmente non ha uno scopo distruttivo: ancora una volta ogni momento di crisi, fedelmente e onestamente registrato, è attorniato da spie di una caparbia volontà di resistere, di continuare ad osservare, di riassumere e magari catalogare le omeomerie del mondo come primo fondamentale passo verso la comprensione del tutto. O almeno, ed è già molto, di ciò che ci riguarda.

 

Sandro Montalto

 

* * *

 

Perché dovrebbe importarci la semplicità con cui alcuni considerano il mondo? Dopotutto i punti cardinali sono solo quattro.

 

Tra vero e falso gli accordi hanno un che di arbitrario.

 

Confessiamolo: la verità fa di noi dei miscredenti.

 

Soccorrere la verità ci porterebbe troppo lontano.

 

La realtà: messa lì apposta perché ci si inciampi.

 

Grazie ai sentimenti si capisce poco o nulla.

 

Non si fa conoscere il sublime, lo stesso accade con la felicità.

 

Cosa farsene dell’universo? Diamogli almeno un titolo onorifico.

 

Il tempo si intromette dovunque: libero accesso di giorno e di notte.

 

La fortuna non ha pezzi di ricambio.

 

Amoreggiare: dire di no al primo che capita.

 

Ampliando le ricerche sugli ideali in circolazione si scopre la loro impagabile praticità mentale.

 

Si scomoda il futuro e si indossa il presente, gli esiti sono (im)morali per difetto.

 

Rincorriamo sia la felicità che le sue controfigure.

 

Per ragioni umanitarie conviene trascurare ciò che è attendibile.

 

I rapporti tra il dire e il convincere passano attraverso una volontà insondabile.

 

Di dignità in dignità sbuca l’anonimato.

 

I vaneggiamenti a portata d’uomo sanno impensierirci.

 

Scrivere è dichiararsi liberi di soggiacere alla parola, a infrangerla se necessario.
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Recensioni
 
Riconoscimenti
Libro vincitore del Premio Internazionale dell'Aforisma "Torino in Sintesi" 2006
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