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Prefazione
Muovendosi all’insegna
di un certo understatement più formale
che sostanziale, con il passo calmo e l’aria (apparentemente
sentenziosa, o meglio quel tanto che basta per non confondere la farina
buona dell’aforisma con il loglio della semplice
constatazione) del moralista settecentesco, l’autrice
snocciola uno dietro l’altro la serie dei suoi aforismi. I
quali da lontano possono sembrare pretendenti al ruolo di apoftegma
(ossia mirare a una classicità formale che li avvicina al
motto risaputo, accettato, classico, a tratti quasi sapienziale) mentre
ad uno sguardo più attendo (e imprescindibilmente
reticolare) si rivelano essere macchine per scardinare, complottarde,
sempre pronte a coalizzarsi, radunarsi per forzare serrature
benpensanti e pigre consuetudini. Se il singolo aforisma può
parere a tratti persino svagato, se non al limite della boutade,
poco prima o poco dopo è garantito che leggeremo altri
aforismi che ad esso si legheranno non solo quel tanto che basta per
stare nello stesso libro, nella stessa penna e testa, ma al punto da
far sospettare che siamo davanti a un trattatello
moralistico-sociologico atomizzato, o meglio mescolato da un mazziere
sapiente seppur onesto. Ed attualizzato nei toni, a tratti quasi
mimetizzato nel linguaggio corrente (non per questo comune) per
penetrare nelle fessure e far detonare dall’interno la
struttura.
Ecco, questa nota sociologica è ciò che libera il
libro da un’opprimente eredità settecentesca (La
Rochefoucault in testa): da meditazioni sui meccanismi della convivenza
sociale a riflessioni e sane invettive circa l’odierna (solo
odierna?) tendenza alla confusione opportunistica. L’autrice
sembra in più tratti rintracciare nel mondo una sorta di
degradato contratto sociale: gli abitanti di questo mondo come scadente
spettacolo si ribellano sì ad un pactum
subiectionis all’apparente scopo di costituire una
società nata dalla comune rinuncia dell’illimitata
libertà naturale, ma invece di regalare gli uni agli altri
il frutto di questa rinuncia (quasi fosse il prodotto di strati
più primitivi e violenti della natura umana stessa) si crea
un fitto mercato nero dei privilegi e degli onori, delle sicumere e
delle ribalte.
Il tono generale, poi, ovviamente, risente delle più
significative esperienze della scrittura frammentaria: Canetti, Kraus,
Bierce e Lec che fa piacere sentir qua e là risuonare, oltre
a qualcosa degli aforisti italiani… Da sottolineare
soprattutto, sotto l’aspetto stilistico, come Tarozzi sappia
abilmente (ma per necessità prima che per calcolo, lo dicono
chiaramente le folgorazioni quanto le sbeccature) mescolare tono alto e
basso, profetico e ironico, siccome è chiaro ormai a
chiunque non sia assopito che il tono monodico e mono-orientato non
può dirci nulla sul mondo. L’ironia, a tratti
addirittura il sarcasmo verso il proprio stesso pensiero,
inequivocabilmente non ha uno scopo distruttivo: ancora una volta ogni
momento di crisi, fedelmente e onestamente registrato, è
attorniato da spie di una caparbia volontà di resistere, di
continuare ad osservare, di riassumere e magari catalogare le omeomerie
del mondo come primo fondamentale passo verso la comprensione del
tutto. O almeno, ed è già molto, di
ciò che ci riguarda.
Sandro Montalto
* * *
Perché dovrebbe importarci la
semplicità con cui alcuni considerano il mondo? Dopotutto i
punti cardinali sono solo quattro.
Tra vero e falso gli accordi hanno
un che di arbitrario.
Confessiamolo: la
verità fa di noi dei miscredenti.
Soccorrere la verità ci
porterebbe troppo lontano.
La realtà: messa
lì apposta perché ci si inciampi.
Grazie ai sentimenti si capisce
poco o nulla.
Non si fa conoscere il sublime, lo
stesso accade con la felicità.
Cosa farsene
dell’universo? Diamogli almeno un titolo onorifico.
Il tempo si intromette dovunque:
libero accesso di giorno e di notte.
La fortuna non ha pezzi di
ricambio.
Amoreggiare: dire di no al primo
che capita.
Ampliando le ricerche sugli ideali
in circolazione si scopre la loro impagabile praticità
mentale.
Si scomoda il futuro e si indossa
il presente, gli esiti sono (im)morali per difetto.
Rincorriamo sia la
felicità che le sue controfigure.
Per ragioni umanitarie conviene
trascurare ciò che è attendibile.
I rapporti tra il dire e il
convincere passano attraverso una volontà insondabile.
Di dignità in
dignità sbuca l’anonimato.
I vaneggiamenti a portata
d’uomo sanno impensierirci.
Scrivere è dichiararsi
liberi di soggiacere alla parola, a infrangerla se necessario.
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