i libri

Piero Buscioni

 

Aforismi per

la fine del mondo

n. 25

ISBN-13: 978887536427-4

2018

pp. 78

cm 15x21

€ 13,00

 

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L'autore

Piero Buscioni è nato a Firenze il 6 dicembre del 1973 a un quarto a mezzanotte, ed abita tra Pistoia e Serravalle. Allievo del Liceo Classico pistoiese «Forteguerri», si laurea con Marino Biondi, il Grande Romagnolo, presso la facoltà fiorentina di Lettere e Filosofia, in “Storia della critica e della storiografia letteraria”. Insegna, senza fissa dimora, da quasi tre lustri; lingua mortal non dice la magia che, fino ad ora, è stata per lui la scuola. Aforista, poeta e autore di saggi, collabora con «il Portolano», e ha collaborato con «Paletot» fin quando la rivista è uscita. Ha anche scritto, tra l’altro, su «Nuova Antologia», «Caffè Michelangiolo», «Hebenon», «La Clessidra». Suoi aforismi sono stati scelti da Guido Ceronetti per il quotidiano «La Stampa», e una sua poesia è stata inclusa da Roberto Mussapi in un florilegio apparso sui «Luoghi dell’infinito» che comprende anche alcuni grandi poeti del nostro novecento. Nel 2000, per Aleph, pubblica Il rabdomante delle acque di Siloe. Saggio su Arrigo Levasti; per Gli Ori escono l’antologia Tributo minimo al novecento italiano in sedici schegge di prosa (2004) e Parole per un altro amore. Scritti sul cinema, con prefazione di Marco Guzzi (2013). Nel 2009 esce il libro di poesie Fa’ luce ti prego fino all’anima (I Quaderni del Battello Ebbro). Nel 2003 ha fondato a Firenze la rivista «il Fuoco» (Polistampa), diretta fino al 2015, anno della sua estinzione. È tra i curatori del volume L’inno che lacera i cortili. Per i sessant’anni di Roberto Carifi. Nel 2012, con la silloge Breviario di scherno e pietà, vince il premio internazionale per l’aforisma “Torino in sintesi” (sezione inediti). Con altre due sillogi figura nell’antologia bilingue The new italian aphorists (Charleston, USA, 2013) e nell’antologia italiana Geografie minime (Joker, 2015). È il massimo ermeneuta al mondo di Maradona. Ha un cane di nome Plotino e un gatto di nome Frodo; Baggins di cognome.

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I testi

 

Negli aforismi di Buscioni si registra spesso un brusco scarto, come se la voglia irrefrenabile di osservare il prisma della vita umana lo portasse a mutare repentinamente toni e ritmi nel tentativo di inseguire una realtà che sfugge, si ramifica, si contraddice. L’autore mette alla berlina i luoghi comuni («L’arte si costruisce sulle macerie della vita. Tuttavia, non è sufficiente macerare la vita per fare dell’arte»; «Forse è vero, una lacrima versata di nascosto vale più di tutta la letteratura. Tuttavia, anche scrivere questo è letteratura»), i modi di dire che senza averne l’aria ci insegnano pian piano ad abbassare l’asticella («Una esortazione esemplarmente cretina è quella che invita a stare al passo con i tempi. Io voglio stare al passo con l’eternità»), l’egocentrismo nell’arte e nella vita («Chi è l’artistoide? Uno che si fa tutta l’arte addosso»). A più riprese, poi, gli aforismi tornano sulla necessità di rifiutare una vita passiva («Il segreto di molti consiste nel passare sotto la vita»), sulle insidie della “noluntas”, sulla frustrazione della volontà di vivere, anche quando agire, riflettere, esserci, possono causare dolore; tuttavia, «il disperato è certamente più prossimo alla gioia dell’ignavo».
Sicuramente si può dire che il mondo aforistico di Buscioni è antropocentrico: a differenza di altri autori, che osservano ad esempio il mondo animale, o vegetale (o ancora esplorano i miti, la storia, i mille rivoli della filosofia…), restituendone l’immagine fedele o magari cercando in essi tracce umane, o ancora cercando lì una bussola per il nostro errare, il nostro autore sostanzialmente non sposta lo sguardo dall’umanità e dalle sue eroiche quanto meschine imprese. Analizza comportamenti che smonta in un giro di frase, esibisce contraddizioni, e non nasconde la sua irritazione che si coagula in aforismi talvolta quasi sprezzanti, eppure sempre venati di entusiasmo. Ma questo, sia chiaro, non impedisce agli aforismi qui raccolti di esplorare un vasto strumentario retorico, né distoglie la riflessione dal restare viva, attenta, curiosa.

                                                                           dalla Prefazione di Sandro Montalto

 

 

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L’Italia è una repubblica fondata sul calcio e sui giochi a premi.
 

L’ottimismo è una cosa straordinaria. Occorre tuttavia stabilire se non sia determinato dall’imbecillità.

 

Più che l’ateismo dell’uomo, a preoccuparmi è il possibile anantropismo di Dio.

 

Io non pongo limiti alla provvidenza. Semmai è la provvidenza che ne pone a me.

 

Una esortazione esemplarmente cretina è quella che invita a stare al passo coi tempi. Io voglio stare al passo con l’eternità.

 

Quasi tutti vivono soltanto per ammazzare il tempo; ma, naturalmente, riescono solo a tramortirlo. E il tempo, non appena si riprende, li ammazza.
 

La maggior parte dei libri che escono in italiano dovrebbero essere tradotti almeno in una lingua: in italiano.
 

Ci sono persone così tragicamente sole che potrebbero essere abbandonate anche dai propri cani.
 

I più vivono di buio riflesso.
 

I bambini di oggi saranno gli uomini di domani. E i cadaveri di domani l’altro.

Sono un mistico con inquietudini laiche.

 

Non dubito del fatto che ci sia un Aldilà. Dubito del fatto che possa costituire una sistemazione definitiva.

 

Se Romeo e Giulietta fossero potuti convolare a nozze, avrebbero certamente finito col divorziare.

 

C’è chi si chiede se i vivi e i morti possano comunicare. Più modestamente, io mi chiedo se i vivi e i vivi possano comunicare.

 

Un buon aforista non apre questioni. Semplicemente le chiude.
 

L’ottimismo è veramente un elisir. Pare, addirittura, che gli ottimisti si decompongano meglio.
 

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