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Stefano Falotico nasce a
Bologna nel 1979, anno dell'uscita di due must assoluti della storia
del cinema: I guerrieri della notte di Walter Hill e
Apocalypse now di Francis Ford Coppola.
Da sempre fautore di un Mondo sganciato da moralismi, sostiene il
libero arbitrio, il progresso metafisico e la ricerca dello
sperimentalismo, la visione “trasversale” delle cose e della realtà,
che ritiene essere frutto della nostra mente e non sempre di ciò che
gli altri vorrebbero farci vedere.
Adora le vite irregolari, “frastagliate”, senza troppi punti fermi.
Fra i suoi interessi il cinema, il “nulla” che riempie, compenetra la
vita, il sogno che è movimento. Il sogno che tiene vive le emozioni,
le alimenta, le altera, le energizza.
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Qual è dunque la cifra di
Una passeggiata perfetta, che pare opera così slegata e priva di
un motivo unificante? La risposta ce la fornisce l’autore stesso nelle
pagine iniziali dell’opera, quando istituisce un paragone tra la sua
narrativa e la tecnica del regista David Lynch, che a proposito di un
suo film caratterizzato da eventi inconsequenziali e paradossali
parlava di trasposizione cinematografica dello psychogenic puke,
il rigurgito psicogeno, una malattia psichica che comporta il rifiuto
della cosiddetta realtà normale e la sua sostituzione con un mondo
parallelo che l’individuo alienato ritiene essere l’unico autentico,
«una realtà alternativa con regole proprie, da lui tollerabili. Non una
semplice rimozione cognitiva, ma un’autarchia soggettiva riflessa», per
riprendere le lucide parole dell’autore.
(Dalla Prefazione
di Gianni Caccia)
* * *
II
Frank era un tipo
alquanto strano. Tutti in quartiere avevano timore di lui per i suoi
modi sfacciatamente antiborghesi e allo stesso tempo gli portavano
grande rispetto e stima per via della sua acutissima intelligenza. Uno
che era meglio non frequentare troppo, ma da cui ci si sentiva
irrimediabilmente attratti. Era un grande amico. Il nostro grande amico
Frank.
Era una sera in cui soffiava un soffice vento caldo. Passeggiavamo
allegri per strada. Ci sentivamo i padroni del mondo.
Invulnerabili, arroccati com’eravamo nelle nostre convinzioni
giovanilistiche. Niente e nessuno avrebbe disturbato la nostra
amicizia.
Frank era lì in mezzo a noi, pareva divertirsi, accondiscendere alle
nostre risate. Replicava in silenzio con la sua faccia eternamente
fissa in posa commiseratrice, come chi è avvezzo ad ascoltare stoltezze
per provocarsi diletto.
Un sorriso triste che languiva sugli zigomi e dormiva sereno nei suoi
profondi occhi neri. Bui, inquieti, permanentemente fissi e mobili.
Per quanto ne so, Frank mi piacque dal primo momento che lo conobbi.
Aveva un modo tutto suo di esprimere le emozioni. Era carismatico e
freddo, coriaceo come un martello e debole come la dura roccia che si
sgretola sotto i suoi colpi. Placido come un lago boschivo increspato
dalla brezza serale. Inafferrabile come le alghe che si agitano sotto
la sua superficie.
Quando uno pensava di aver capito qualcosa su di lui, eccolo
comportarsi in maniera assolutamente imprevedibile, spiazzante,
ironicamente caustica. Poi sfoderava il suo inconfondibile sorriso
disinteressato e girava lo sguardo altrove.
Alle volte avevi paura a fissarlo negli occhi. Pareva impossessarsi dei
tuoi pensieri e non volerli restituire. Frank era una bella persona.
Quella sera il locale era davvero affollato. Eravamo seduti attorno al
tavolo con in mano le nostre birre. Frank continuava a ripulirsi la
schiuma dalle labbra. Josh, imperterrito, importunava le ragazze dietro
di noi con battutine di dubbio gusto. Daniel era zitto e pensieroso e
faceva finta di ascoltare quanto Michael aveva da dirgli.
Provai ad attirare l’attenzione iniziando a parlare di politica. La mia
iniziativa fu stroncata sul nascere da un’occhiataccia severa di Josh.
Deglutii piano ed imbarazzato tornai a meditare in silenzio.
Frank alzò la testa ed incrociò il suo sguardo al mio e mi strizzò
l’occhio affettuosamente. Si passò la mano fra i capelli e schioccò le
dita, canticchiando sottovoce un ritornello musicale.
Abbastanza sbronzo, Josh si alzò in piedi e barcollante, ballò al ritmo
della musica. Poco dopo anche Michael, finito di dar sfogo alla sua
loquacità logorroica, fece lo stesso. E a ruota, fu seguito da Daniel,
sempre più catatonico.
Rimanemmo io e Frank. Provai ad imbastire un discorso, con esiti vani.
Frank era irremovibile. Da quando eravamo usciti, non aveva aperto
bocca.
Pareva esser schiavo di uno stupore tranquillo, come se non gli
importasse di niente e di nessuno. O per ragion contraria, talmente
assorto a riflettere da apparir distratto.
In certi momenti era davvero difficile solo provare ad immaginare cosa
gli passasse per la testa. Stava lì ad osservare le macchine sfilare
dalla finestra, col suo strano sorrisetto stampato in faccia. Non aveva
bisogno di dirti che non desiderava parlare. Lo si capiva benissimo.
Lo fissavo, ticchettando con le dita sull’orlo del bicchiere, forse per
richiamare la sua attenzione. Per un attimo volli fortemente che si
voltasse verso di me e con irruenza mi bloccasse la mano, urlandomi:
«Basta, mi dà fastidio». Frank non l’avrebbe mai fatto, men che meno in
quell’occasione. Con lui potevi startene zitto senza provocarti
imbarazzo.
Quel picchiettare ripetuto doveva martellargli le cervella, ne sono
convinto, ma non era il tipo che t’avrebbe violentemente intimato di
smettere. Soprattutto se eri l’unico possibile interlocutore seduto al
suo fianco. Sarebbe stato come dirti: «Non sopporto la tua compagnia.
Se proprio hai da dire qualcosa, dilla».
Frank era forse un fine provocatore. Aveva rifiutato cortesemente di
parlare, e nonostante i miei timidi, persuasivi sforzi, continuava a
rifugiarsi nel suo obbligato mutismo.
Pareva sussurrarti: «Sono qui, forza, se decidi che ti rivolga la
parola, riprendi nuovamente a parlare. Stasera non ho voglia di essere
contento a tutti i costi, però non è detto che non lo sia. Non sono in
vena di parlare, ma non è detto che tu non possa farmi cambiare idea.
Far rumore, sbattendo forsennatamente le dita non serve a niente. È per
questo motivo che tu acuisci in me la convinzione di starmene zitto.
Sbagli atteggiamento».
Un’altra persona credo sarebbe rimasta oltremodo spazientita dai suoi
modi. Io invece con Frank stavo bene. Non chiedetemi perché.
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