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Antonio Strinna

Tutto accade

2004

ISBN 88-7536-001-4

pp. 240

cm 15x21

€ 16,00

 

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L'autore

Antonio Strinna, nato a Osilo (SS) e residente a Sassari, è al suo terzo libro di narrativa, dopo Badde lontana (Edizioni Gallizzi, Sassari 1995) e La maschera strappata (Edizioni Castello, Cagliari 1998).
Tutto accade è anche un musical, con testi dello stesso autore.

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I testi

Il romanzo di Antonio Strinna si presenta come un’opera composita, di ampio respiro, costruita con un’abile tecnica a incastro che permette a due storie tra loro strettamente collegate di inserirsi perfettamente l’una dentro l’altra; esse a loro volta come scatole cinesi contengono, costituendone il motore, altre storie minori, che si configurano come continue o talvolta anche solo potenziali diramazioni. Ne risulta un romanzo aperto, al di là dell’apparente conclusione della vicenda principale, che non prospetta una fine ma un continuo accadere nell’eterno divenire delle cose; e il compito del narratore, sembra suggerire Strinna, è quello di cogliere almeno un poco di questo accadere e fissarlo sulla pagina, rendendone partecipe il lettore e lasciando a lui il compito di proseguirlo.
L’articolazione complessa di Tutto accade rende anche difficile una sua classificazione, procedimento d’altronde sempre un po’ arbitrario, proprio perché vi concorrono più elementi. Da una parte abbiamo una fedele ricostruzione della Sardegna, terra natale di Strinna, durante la dominazione spagnola; ma proprio il genuino e viscerale legame dell’autore con la propria isola e la partecipazione sentita alle sue vicende per lo più dolorose fa sentire come riduttiva la definizione di romanzo storico, se non altro per il fatto che la storia ora è meticolosamente ricostruita, ma non per questo poco avvincente, ora invece risulta mescolata di mito e di leggenda e un che di arcano e misterioso, di un mistero che verrebbe da definire nuragico, domina l’intera opera. Un’altra componente fondamentale del libro è l’introspezione psicologica, che si traduce in efficaci meditazioni sui rapporti umani, sull’ipocrisia e la mercificazione che spesso li muove (illuminanti a tal proposito sono le considerazioni sull’amore e sul rapporto di coppia, che costellano un po’ tutto il romanzo); ma anch’essa appare insufficiente di fronte a un tentativo di categorizzazione, così come manca qualsiasi altro elemento che possa essere costitutivo di un genere preciso. Dobbiamo quindi riconoscere che la ricchezza del romanzo sta proprio nella compresenza di più elementi e nella sua non riducibilità a una definizione di genere.

 

(dalla Prefazione di Gianni Caccia)

 

* * *

 

XIII



Arrivai a Longonsardo dopo una breve sosta a Tempio Pausania, dove ero stato arruolato dal governatore delle torri. Si avvertivano, confusi alla brezza del mare, i primi tepori della primavera; era come se l’inverno avesse appena richiuso le porte, gelide e cupe, alle mie spalle. Cercavo di non pensarci, ma dietro quelle porte c’era soltanto il vuoto, per me. E il vuoto, per mia esperienza quotidiana, è una presenza che non trova mai pace, non ha una dimora da stabilire da qualche parte. Ti segue ovunque.
Già dai primi istanti trascorsi sulla piattaforma, con lo sguardo rivolto alla vicinissima Corsica, mi resi conto che la fortezza costituiva l’ultimo baluardo a nord-est della Sardegna. Anche se in batteria c’erano soltanto quattro cannoni, di sei e otto pollici, due bombarde da dieci, due colubrine e quattro falconetti, oltre a una ventina di archibugi, alcune asce e daghe d’arrembaggio, e una santabarbara appena sufficiente, a me risultava una difesa formidabile contro le incursioni dei saraceni e dei loro veloci sciabecchi. Insomma, qui mi sentivo al sicuro. Sentinella di una torre poderosa, che a tutti incuteva timore, mi ritenevo un uomo fatto, diciott’anni mi sembravano tanti.
Anche perché la mia esistenza mostrava l’unico volto possibile, indispensabile per riscattare il mio passato. Il volto della forza e del coraggio. Il solo pensiero che avevo in corpo era quello di difendere ad ogni costo la fortezza, e con la fortezza il nord dell’isola. Del resto, le pietre del mio futuro erano tutte lì; e io, cannoniere recluta insieme ad altri tre, mi sentivo risoluto a difenderlo, senza risparmio. Trasformare la mia vita, trasformarla radicalmente, che cosa avrebbe potuto esaltarmi di più?
Venivo da un passato del quale non conoscevo né mio padre, né mia madre; neanche un parente qualunque. Non ne sapevo nulla. Tutti scomparsi, forse per sempre, come i tanti villaggi cancellati dal passaggio mortale della peste durante la prima metà del secolo, un passaggio che si ripeteva anche ora. Altri villaggi venivano travolti, con le loro storie, le loro attese, sommersi di cenere, silenzio, indifferenza. Villaggi che oggi si vedono negata persino la realtà di essere esistiti.
Di queste e di tante altre storie, sia pure piccole, umili, ma che sentivo ugualmente preziose, confuse alla mia, non rimaneva neppure una vaga memoria. E qual era il senso di questo silenzio, così affollato di dolore, di tutto questo morire così simile a quello delle pecore e delle formiche? Potevo rivolgermi al cielo, al mare, alla terra, ma nessuna risposta sarebbe mai arrivata per me, per quegli esseri strappati alla vita e al tempo dalla furia della pestilenza.
Galluresu, mi chiamavano, non senza ironia, un nome che derivava dalla regione in cui avevo dimorato più a lungo, al confine con il Logu-doro, dove nel frattempo quasi nessun villaggio era scampato all’interminabile valanga di morte. Venivo da un passato oscuro che aveva ancora il volto della povertà, delle ruberie, dei soprusi, infine della peste. E dunque non mi restava che quel nome, Galluresu, un suono fra tanti suoni, unicamente figlio di Gallura. Per il resto, figlio di nessuno.
E anche ora, adottato dalla torre di Longonsardo, il mio passato si perpetuava con un silenzio sempre più vuoto, impenetrabile. Ogni giornata mi ricordava la sua desolazione, percorsa da sentieri di polvere inquieta, quando non erano vortici sprofondati nella nebbia più fitta; giornate dai paesaggi immutabili, dove non poteva sopravvivere neanche una piccola orma. I pensieri seguivano il vento, docili e fragili, senza l’ambizione di una vera meta, costretti ogni giorno a cambiare direzione.
Mi ero arruolato portandomi appresso quel piccolo bagaglio di studio che mi aveva caricato un vecchio frate cappuccino, come leggere e scrivere, e prima ancora saper guardare, saper ragionare di fronte alle situazioni quotidiane, con tutte le loro complicazioni. Mi sosteneva allora un’idea continua, istintiva quanto risoluta, di quelle che ci sgorgano dentro in modo naturale e inspiegabile: da qualche parte, forse non lontano, doveva esserci un posto per me; ma una volta occupato, mi diceva l’istinto, non sarebbe stato un affare tranquillo. Un posto, come dire, di brace ardente. Da evitare, in fondo, e comunque inevitabile.
Tutto e soltanto avventura? E a quale prezzo avrei potuto conquistare il mio posto nel mondo e poi continuare a mantenerlo? Con chi, con che cosa, prima o dopo, avrei dovuto fare i conti? Certo non me lo chiedevo, allora, ma il vecchio frate sapeva prevenire i rischi della mia giovane età, della mia sprovvedutezza, rischi moltiplicati dagli azzardi che la vita stessa mi avrebbe chiesto per mettermi alla prova.
«Sappi che la vita non è innocente come sembra, tanto meno gli uomini, le loro ambizioni, i loro gesti, e ciò che non sappiamo di noi stessi... ed è davvero molto ciò che non conosciamo di noi. Non dimenticare: confida e stai sempre sull’avviso».
Con voce ferma, sguardo serio, il frate proseguiva la sua ammonizione: «Se accendi la luce, se percorri qualche sentiero e avrai potere su qualcosa, non sarà mai indolore. Forse questo lo crederanno gli altri, quelli che ti invidieranno, ma non è affatto così. Mentre l’uomo pensa di poter godere impunemente del suo potere e della sua ricchezza, ecco che allora si affaccia la consapevolezza, la coscienza, che ogni giorno gli chiede il conto. Anzi, maggiore è la consapevolezza, maggiore la responsabilità dell’esistenza: e il rischio della condanna, dell’inferno. Maggiore la sapienza, maggiore l’affanno, dice la Bibbia. Non c’è sapienza senza affanno, ma l’affanno non è mai sapienza. Comunque sia, la vita ti impone sempre se stessa, la sua forza e il suo peso, la sua dolcezza e la sua severità, il suo imprevedibile cammino, come ti impone il giorno e la notte. Perché vivere è gioia e croce insieme. Non fidarti, dunque, quando credi di vedere davanti a te una vita senza inciampi. È sicuramente un imbroglio. A ogni passo, a ogni occasione, ti devi confrontare con qualcosa d’inspiegabile: luci, ombre, voci, presagi, segni oscuri di un oscuro linguaggio, che pure fanno parte del tuo stesso futuro. Segni intricati che tu chiamerai, sempre più confuso, semplici coincidenze. Invece, Dio solo lo sa!»
Longonsardo: un luogo dove poter rinascere, finalmente, stavolta in modo dignitoso e definitivo? Chissà. Certo è che, al momento, io ero unicamente figlio di Longonsardo, di chi mi assicurava pane e riscatto. Così, puntando fissamente l’orizzonte, quando l’alba si affacciava con il suo carico di mistero, avevo la sensazione che negli occhi del cielo e del mare ci fosse anche il mio sguardo, e con lo sguardo la mia voce. Dunque, non mi restava che tentare, seguire arditamente questo traguardo; meglio un sogno, anche il più spericolato, il più sfuggente, mi dicevo, che condannato a restare un eterno trovatello sepolto nella campagna, in balia delle stagioni. Confuso alle pecore. Con il loro odore, e la stessa sorte. Rischiare, come le bestie, di essere sgozzato prima o poi da pastori violenti, contrabbandieri senza scrupoli. Continuare a subire violenze e angherie di ogni tipo, rinunciare a qualunque vendetta, a qualunque riscatto presente e futuro. Questo proprio no. Del resto, sentivo nel mio animo, sempre più determinato, che in me era segnata tutt’altra volontà, intuivo un diverso cammino. Anche se non ero in grado di prevederlo.

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