|
Il romanzo di Antonio Strinna si presenta come
un’opera composita, di ampio respiro, costruita con
un’abile tecnica a incastro che permette a due storie tra
loro strettamente collegate di inserirsi perfettamente l’una
dentro l’altra; esse a loro volta come scatole cinesi
contengono, costituendone il motore, altre storie minori, che si
configurano come continue o talvolta anche solo potenziali diramazioni.
Ne risulta un romanzo aperto, al di là
dell’apparente conclusione della vicenda principale, che non
prospetta una fine ma un continuo accadere nell’eterno
divenire delle cose; e il compito del narratore, sembra suggerire
Strinna, è quello di cogliere almeno un poco di questo
accadere e fissarlo sulla pagina, rendendone partecipe il lettore e
lasciando a lui il compito di proseguirlo.
L’articolazione complessa di Tutto accade
rende anche difficile una sua classificazione, procedimento
d’altronde sempre un po’ arbitrario, proprio
perché vi concorrono più elementi. Da una parte
abbiamo una fedele ricostruzione della Sardegna, terra natale di
Strinna, durante la dominazione spagnola; ma proprio il genuino e
viscerale legame dell’autore con la propria isola e la
partecipazione sentita alle sue vicende per lo più dolorose
fa sentire come riduttiva la definizione di romanzo storico, se non
altro per il fatto che la storia ora è meticolosamente
ricostruita, ma non per questo poco avvincente, ora invece risulta
mescolata di mito e di leggenda e un che di arcano e misterioso, di un
mistero che verrebbe da definire nuragico, domina l’intera
opera. Un’altra componente fondamentale del libro
è l’introspezione psicologica, che si traduce in
efficaci meditazioni sui rapporti umani, sull’ipocrisia e la
mercificazione che spesso li muove (illuminanti a tal proposito sono le
considerazioni sull’amore e sul rapporto di coppia, che
costellano un po’ tutto il romanzo); ma anch’essa
appare insufficiente di fronte a un tentativo di categorizzazione,
così come manca qualsiasi altro elemento che possa essere
costitutivo di un genere preciso. Dobbiamo quindi riconoscere che la
ricchezza del romanzo sta proprio nella compresenza di più
elementi e nella sua non riducibilità a una definizione di
genere.
(dalla Prefazione
di Gianni Caccia)
* * *
XIII
Arrivai a Longonsardo dopo una breve sosta a Tempio Pausania, dove ero
stato arruolato dal governatore delle torri. Si avvertivano, confusi
alla brezza del mare, i primi tepori della primavera; era come se
l’inverno avesse appena richiuso le porte, gelide e cupe,
alle mie spalle. Cercavo di non pensarci, ma dietro quelle porte
c’era soltanto il vuoto, per me. E il vuoto, per mia
esperienza quotidiana, è una presenza che non trova mai
pace, non ha una dimora da stabilire da qualche parte. Ti segue ovunque.
Già dai primi istanti trascorsi sulla piattaforma, con lo
sguardo rivolto alla vicinissima Corsica, mi resi conto che la fortezza
costituiva l’ultimo baluardo a nord-est della Sardegna. Anche
se in batteria c’erano soltanto quattro cannoni, di sei e
otto pollici, due bombarde da dieci, due colubrine e quattro
falconetti, oltre a una ventina di archibugi, alcune asce e daghe
d’arrembaggio, e una santabarbara appena sufficiente, a me
risultava una difesa formidabile contro le incursioni dei saraceni e
dei loro veloci sciabecchi. Insomma, qui mi sentivo al sicuro.
Sentinella di una torre poderosa, che a tutti incuteva timore, mi
ritenevo un uomo fatto, diciott’anni mi sembravano tanti.
Anche perché la mia esistenza mostrava l’unico
volto possibile, indispensabile per riscattare il mio passato. Il volto
della forza e del coraggio. Il solo pensiero che avevo in corpo era
quello di difendere ad ogni costo la fortezza, e con la fortezza il
nord dell’isola. Del resto, le pietre del mio futuro erano
tutte lì; e io, cannoniere recluta insieme ad altri tre, mi
sentivo risoluto a difenderlo, senza risparmio. Trasformare la mia
vita, trasformarla radicalmente, che cosa avrebbe potuto esaltarmi di
più?
Venivo da un passato del quale non conoscevo né mio padre,
né mia madre; neanche un parente qualunque. Non ne sapevo
nulla. Tutti scomparsi, forse per sempre, come i tanti villaggi
cancellati dal passaggio mortale della peste durante la prima
metà del secolo, un passaggio che si ripeteva anche ora.
Altri villaggi venivano travolti, con le loro storie, le loro attese,
sommersi di cenere, silenzio, indifferenza. Villaggi che oggi si vedono
negata persino la realtà di essere esistiti.
Di queste e di tante altre storie, sia pure piccole, umili, ma che
sentivo ugualmente preziose, confuse alla mia, non rimaneva neppure una
vaga memoria. E qual era il senso di questo silenzio, così
affollato di dolore, di tutto questo morire così simile a
quello delle pecore e delle formiche? Potevo rivolgermi al cielo, al
mare, alla terra, ma nessuna risposta sarebbe mai arrivata per me, per
quegli esseri strappati alla vita e al tempo dalla furia della
pestilenza.
Galluresu, mi chiamavano, non senza ironia, un nome che derivava dalla
regione in cui avevo dimorato più a lungo, al confine con il
Logu-doro, dove nel frattempo quasi nessun villaggio era scampato
all’interminabile valanga di morte. Venivo da un passato
oscuro che aveva ancora il volto della povertà, delle
ruberie, dei soprusi, infine della peste. E dunque non mi restava che
quel nome, Galluresu, un suono fra tanti suoni, unicamente figlio di
Gallura. Per il resto, figlio di nessuno.
E anche ora, adottato dalla torre di Longonsardo, il mio passato si
perpetuava con un silenzio sempre più vuoto, impenetrabile.
Ogni giornata mi ricordava la sua desolazione, percorsa da sentieri di
polvere inquieta, quando non erano vortici sprofondati nella nebbia
più fitta; giornate dai paesaggi immutabili, dove non poteva
sopravvivere neanche una piccola orma. I pensieri seguivano il vento,
docili e fragili, senza l’ambizione di una vera meta,
costretti ogni giorno a cambiare direzione.
Mi ero arruolato portandomi appresso quel piccolo bagaglio di studio
che mi aveva caricato un vecchio frate cappuccino, come leggere e
scrivere, e prima ancora saper guardare, saper ragionare di fronte alle
situazioni quotidiane, con tutte le loro complicazioni. Mi sosteneva
allora un’idea continua, istintiva quanto risoluta, di quelle
che ci sgorgano dentro in modo naturale e inspiegabile: da qualche
parte, forse non lontano, doveva esserci un posto per me; ma una volta
occupato, mi diceva l’istinto, non sarebbe stato un affare
tranquillo. Un posto, come dire, di brace ardente. Da evitare, in
fondo, e comunque inevitabile.
Tutto e soltanto avventura? E a quale prezzo avrei potuto conquistare
il mio posto nel mondo e poi continuare a mantenerlo? Con chi, con che
cosa, prima o dopo, avrei dovuto fare i conti? Certo non me lo
chiedevo, allora, ma il vecchio frate sapeva prevenire i rischi della
mia giovane età, della mia sprovvedutezza, rischi
moltiplicati dagli azzardi che la vita stessa mi avrebbe chiesto per
mettermi alla prova.
«Sappi che la vita non è innocente come sembra,
tanto meno gli uomini, le loro ambizioni, i loro gesti, e
ciò che non sappiamo di noi stessi... ed è
davvero molto ciò che non conosciamo di noi. Non
dimenticare: confida e stai sempre sull’avviso».
Con voce ferma, sguardo serio, il frate proseguiva la sua ammonizione:
«Se accendi la luce, se percorri qualche sentiero e avrai
potere su qualcosa, non sarà mai indolore. Forse questo lo
crederanno gli altri, quelli che ti invidieranno, ma non è
affatto così. Mentre l’uomo pensa di poter godere
impunemente del suo potere e della sua ricchezza, ecco che allora si
affaccia la consapevolezza, la coscienza, che ogni giorno gli chiede il
conto. Anzi, maggiore è la consapevolezza, maggiore la
responsabilità dell’esistenza: e il rischio della
condanna, dell’inferno. Maggiore la sapienza, maggiore
l’affanno, dice la Bibbia. Non c’è
sapienza senza affanno, ma l’affanno non è mai
sapienza. Comunque sia, la vita ti impone sempre se stessa, la sua
forza e il suo peso, la sua dolcezza e la sua severità, il
suo imprevedibile cammino, come ti impone il giorno e la notte.
Perché vivere è gioia e croce insieme. Non
fidarti, dunque, quando credi di vedere davanti a te una vita senza
inciampi. È sicuramente un imbroglio. A ogni passo, a ogni
occasione, ti devi confrontare con qualcosa d’inspiegabile:
luci, ombre, voci, presagi, segni oscuri di un oscuro linguaggio, che
pure fanno parte del tuo stesso futuro. Segni intricati che tu
chiamerai, sempre più confuso, semplici coincidenze. Invece,
Dio solo lo sa!»
Longonsardo: un luogo dove poter rinascere, finalmente, stavolta in
modo dignitoso e definitivo? Chissà. Certo è che,
al momento, io ero unicamente figlio di Longonsardo, di chi mi
assicurava pane e riscatto. Così, puntando fissamente
l’orizzonte, quando l’alba si affacciava con il suo
carico di mistero, avevo la sensazione che negli occhi del cielo e del
mare ci fosse anche il mio sguardo, e con lo sguardo la mia voce.
Dunque, non mi restava che tentare, seguire arditamente questo
traguardo; meglio un sogno, anche il più spericolato, il
più sfuggente, mi dicevo, che condannato a restare un eterno
trovatello sepolto nella campagna, in balia delle stagioni. Confuso
alle pecore. Con il loro odore, e la stessa sorte. Rischiare, come le
bestie, di essere sgozzato prima o poi da pastori violenti,
contrabbandieri senza scrupoli. Continuare a subire violenze e angherie
di ogni tipo, rinunciare a qualunque vendetta, a qualunque riscatto
presente e futuro. Questo proprio no. Del resto, sentivo nel mio animo,
sempre più determinato, che in me era segnata
tutt’altra volontà, intuivo un diverso cammino.
Anche se non ero in grado di prevederlo.
[...]
0
|