i libri

Alessandra Paganardi

Tempo reale

2008

ISBN-13: 978-88-7536-166-2

pp. 64

cm 12x21

€ 10,00

 

L'autore

I testi

Recensioni

Riconoscimenti

Dello stesso autore

 

Acquista on line su:

9

9

9

L'autore

Alessandra Paganardi, nata a Milano nel 1963, vive ed insegna a Milano. Raccolte di poesia edite: Poesie, Facchin editore, 2002; Ospite che verrai, Joker, Novi Ligure 2005; Tempo reale, Joker, Novi Ligure 2008. Plaquette edite: Binario provvisorio, Circolo Culturale Seregn de la Memoria, Seregno (Milano) 2006; Potevamo dire l'assenza, Crimeni, Olgiate Comasco 2005; Espansioni, Il club degli autori, 1998. Ha ottenuto riconoscimenti in concorsi di poesia e narrativa, fra cui “San Domenichino Città di Massa” 2007, “Dialogo” 2003, “Agostino Venanzio Reali” 2006, “Poeti dell’Adda”, 1997, “Gozzano” 2007, nonché menzioni e segnalazioni di merito al premio “Il Camaleonte - Città di Chieri”, 2007 , al premio “Poesia di strada”, Macerata, 2007 e al “Lorenzo Montano”, Verona 2006. Ha pubblicato la raccolta di saggi critici Lo sguardo dello stupore: lettura di cinque poeti contemporanei, Viennepierre edizioni, 2005. Ha al suo attivo la pubblicazione di singoli testi poetici ed interventi critici su riviste, tra cui La clessidra, Il monte analogo, Alla bottega, Odissea, Leggendaria, Gradiva, L’immaginazione, Costruzioni psicoanalitiche. Le sue opere poetiche e saggistiche sono state recensite su diversi giornali nazionali. Saggi critici sono inoltre presenti in AA.VV., Atti della Giornata di Studio su Giampiero Neri a cura di Victoria Surliuga, LietoColle, 2006, e in AA.VV. Sotto la superficie: letture di poeti italiani contemporanei, a cura di Gabriela Fantato, Bocca editore, 2004.
È redattrice della rivista di poesia, arte e filosofia La Mosca di Milano.

0

I testi

 

Prefazione

«Mi chino e indugio ad osservare un filo d’erba estivo [...] Tutto continua e tutto si estende, niente si annienta»: sono versi tratti dall’incipit e dal finale del Canto di me stesso di Walt Whitman, poeta che difficilmente potremmo accostare ad Alessandra Paganardi; un poeta, però, avvezzo a collegare il microcosmo del singolo con i grandi ritmi della Storia e del cosmo, il filo d’erba con le stelle, la fragilità del singolo con la forza sovrumana del popolo e della specie. È forse qui che si nasconde, al di sotto della clamorosa differenza stilistica e soprattutto tonale, la concretezza del riferimento ne Il filo d’erba, la poesia introduttiva di Tempo reale; una poesia proemiale, del resto, ha sempre valore particolare all’interno di una raccolta, come minimo per dare la chiave di lettura ed esecuzione del macrotesto. L’altro collegamento, persino più trasparente, è il montaliano «girasole impazzito di luce», anche in questo caso a marcare una distanza stilistica ma per proseguire il percorso avviato dallo stesso Montale teso al superamento del dannunzianesimo e alla sua retorica di temi, pose, registri lessicali e scelte tonali – con tutte le cautele e i distinguo espressi ad esempio da Sanguineti. Il filo d’erba è una dichiarazione di poetica neppure troppo velata, quindi, per cui non c’è dubbio che la poetessa milanese, matura e agguerrita esordiente con l’ancora recente e già ristampato Ospite che verrai (Joker, 2005), creda a un fare poesia che rifletta la natura creaturale dell’uomo – dove per creaturale si intenda non una poesia imbelle, remissiva, ma una poesia che trova la propria forza nell’asserire la provvisorietà e fragilità ontologica («Siamo cresciuti fra cose non finite», p. 32) e quindi la necessità di una titanica ricerca dell’equilibrio interiore per procedere, infine, a definire una verità praticabile che è soprattutto modalità di condivisione e sincera, onesta e viva esperienza del mondo:

Non portare con te un girasole –
il tronfio cortigiano della luce –
e neppure papaveri –
passatoie su strade di follia

Portami un filo d’erba
con la radice viva

Giustamente Gabriela Fantato, nell’acuta prefazione al primo volume, avvicinava la poesia di Alessandra Paganardi – dotata di una peculiare forza sotterranea, tellurica e materica, e tesa verso la «conoscenza amorosa del mondo» tramite i sensi e il corpo – alla riflessione filosofica di Maria Zambrano, e parlava di «adesione al ritmo del reale»: questa conquista – sempre individuale e mobile, che nell’epoca dell’Indeterminatezza è la nostra modalità di incerta adesione a fatti e valori – rende possibile quella pace serena che torna sovente, almeno come anelito finale, nei versi di Tempo reale: si veda il «viandante senza pace» e il concetto di casa in Chiocciola, p. 18), e soprattutto (in Acqua ferma, p. 23) l’«acqua tranquilla» che dà riparo ai cannicci nello stagno – un’acqua tranquilla che però allude anche a stagnazione e morte, quasi la serenità e la pace preludessero a questa o la implicassero. Se una pace serena si respira in ogni verso di questo libro – anche nei momenti di maggior tensione e sofferenza (si veda il finale di Glicine, p. 24), quasi la persona poetante si ponesse sul limite del tempo o all’uscita di un nero tunnel – è anche vero che ci troviamo sempre al cospetto di Distanza e Assenza, e in definitiva dalla morte. È questo forse il miracolo di equilibrio più alto di questa raccolta.

I versi della Paganardi, sempre attenti e sorvegliati, spesso in tonalità minore, parchi nelle tonalità e nelle tinte, ci dicono il modo in cui la vita è immaginata e vissuta: se la precarietà è la nota dominante, la forza è il suo contrasto resistenziale; se quello della poetessa è un pensiero in re, alieno dall’astrazione, sarà nella minuzia dell’occhio, nella concretezza dei riferimenti, sempre allacciati all’esperienza quotidiana, che andrà ricercata una nota di sincerità che non è proterva affermazione di un supposto vero, ma sempre conclusione provvisoria.
In lontananza baluginano sempre i margini mai cicatrizzati delle ferite da cui questa esigenza di scrittura ha mosso: ferite che tuttavia sono un memento, uno sprone alla crescita, per fare della vita un territorio abitabile. E abitiamo davvero in un mondo delicato e forte, visitando le pagine di Alessandra Paganardi: un mondo in cui gli oggetti diventano emblemi, gli accadimenti exampla, con la leggerezza di chi sa trasporre la vita stessa in poesia; nei versi si affastellano così immagini, ricordi e cose che costruiscono un discorso poetico allegorico, mai simbolico o metaforico.

La verità e il non detto – il quale domina la sezione Per un non detto – sembrano cozzare, o convivere molto a disagio. I testi centrali del libro ruotano attorno a un riferimento che, in questo caso, manca o è dato per frammenti vincendo una ritrosia che non è però reticenza: se il microtesto mantiene la precisione del dato visuale, sarà piuttosto la labilità dei collegamenti – ma non si deve cadere nella fallacia autobiografica – a tenere inaccessibile sulla pagina le ferite di cui parlavamo all’inizio. La parola scritta, con le capacità di compressione e spostamento semantico caratterizzanti della poesia, bilanceranno ciò che non si può dire – per divieto o impossibilità: la preposizione per acquista allora non tanto valore di dedica, quanto di sostituzione: la parola scritta sarà il sostituto monumentale – di ciò che non può essere detto a parole, che non può essere precisato e che comunque sarebbe volato nel vento: «Una parola non basta, dicevi / due sono troppe – non le abbiamo dette / o forse quella sola che restava / non è arrivata in tempo. C’è chi scrive» (p. 33); «Sono strane davvero le parole» riflette altrove la poetessa (p. 39). Le parole scritte, allora, assumono anche valenza terapeutica, come «trappole per fermare il male»: è «la riparazione della poesia», nelle parole di Heaney, e la fiducia nel potere della poesia della poetessa milanese. Non è casuale che questa seconda raccolta, che già esibisce un tasso di narratività ben superiore alla prima, presenti due sezioni chiaramente poematiche per quanto rapsodiche e quasi musicali nella costruzione, Per un non detto e Millenovecentoset-tantotto; né è casuale l’interesse crescente che Alessandra Paganardi ha dimostrato verso la narrativa: si tratta di occasioni di dar parola all’Altro, vedere il testo come occasione di allontanamento e spostamento - per una diversa e ulteriore comprensione al di là dei limiti del proprio Io autobiografico: di nuovo, rimarchiamo la coerenza di questo percorso letterario.

La sezione Strade mi pare il punto più alto della raccolta, per l’equilibrio fra situazione personale (ma ancora, da evitare, è la fallacia autobiografica) e destini umani generali, e più in generale per la leggerezza (Chagall è una presenza forte ed esplicita nell’immaginario della Paganardi) nel riportare, in questa succinta serie ospedaliera, tutti i temi cardine della raccolta – la radice del male, diciamo – in una comune cornice di grande purezza e quindi altezza letteraria. Il poemetto rapsodico Millenovecentosettantotto, invece, chiude il volume sulle note di una Individuazione personale ma all’interno di una cornice storica data in controluce (non dimentichiamo che il 1978 è l’anno del sequestro Moro): quasi una Bildung, o meglio un’entrata nel mondo, il testo si concentra su un momento e un luogo del ricordo – un luogo di vacanza, di conoscenza, di crescita per uscire dal Giardino: la fine dell’infanzia («un tempo residuo», p. 56) e l’ingresso nel Tempo reale della vita, in cui i contorni delle cose si fanno più netti e più netta è la responsabilità.

C’è bisogno di poesia come questa, se si vuole che la poesia esca dalla confessione individuale per farsi visione del mondo: per questo ci sembra che la poesia di Alessandra Paganardi, sempre più matura e personale, rappresenti una nota importante nel nostro panorama letterario.

                                                                                                       Mauro Ferrari

 

 

* * *

 

Tempo reale

Mi dici che quel fiocco luminoso
è il funerale a scoppio ritardato
di una giovane stella o meteorite
già da un milione d’anni spento esploso


eternità, tempo sbagliato –
forse anch’io, forse anche tu
camminiamo, ma non ci siamo più.

 

* * *

 

Forse scriverò ancora nelle stanze
grandi, non tue, con le finestre in alto
sempre le stesse, presto tutte accese
di sera. Il legno chiaro delle porte
i corridoi cerati a passatoia.
Avresti visto sbucare una suora
lunga e grigia, due file di bambini
color carta da zucchero e poi blu.
Sembrava di sentire la campana –
subito dopo di vedere in piedi
il cappotto screziato di mia madre
a mezzogiorno e trenta, puntuale
come l’odore tiepido del pane.

 

* * *

 

In viaggio

Mese d’agosto, forse l’otto o il nove.
Il catrame era il concime caldo
dell’asfalto, un letame grasso e nero.
Piangeva un ragazza all’autogrill
attorcigliata ai fili, due capelli
un po’ più spessi. Forse non trovava
una rosa fra i sassi, o il suo specchietto
nel bitume. Piangeva molto forte.
Che cosa fu non l’ho saputo mai,
chissà se lo si può. In fondo è sempre
incontrarsi fra cani in un’aiuola
o fra bambini dentro un parco giochi.
Penseremo a quel pianto sconosciuto
in un altro autogrill senza più estate
senza fili, catrame – e senza rose.

0

Recensioni
 
Riconoscimenti
Dello stesso autore

Alessandra Paganardi, Ospite che verrai

Alessandra Paganardi, Breviario

0