|
Prefazione
Le liriche di Gandalini si dibattono fra due opposti poli di
attrazione: da una parte sta l’adesione a moduli dettati
dalla poesia più celebre e consacrata, soprattutto quella
ottocentesca e italiana, che porta con sé
un’irrimediabile (ma non per questo censurabile!) carico di
aulicità; dall’altra sta l’inesausto
tentativo di far aderire i propri versi alle sagome del quotidiano. Si
tratta di una battaglia perpetua, un nodo irrisolto che però
garantisce alcune scintille di personale e feconda ricerca, permette la
distensione di una riflessione in versi certo tradizionali ma non per
questo meno dotati di potenziale incisività.
Versi come “il cielo sereno si muta in capriccio / di brezze
che rompono e spazzano”, a conferire al paesaggio un continuo
e vitale rivolgimento, o “Lunghe fila oggi ascendono al monte
/ straboccando la via di suoni sgangherati, / ciabattano svelte le
vecchie rinsecchite, / dall’aria mite infagottata in
scialli”, a suggerire simbiosi fra il paesaggio e i suoi
personaggi, rivelano un dinamismo prezioso. Così come
preziosa è la ritmica più propriamente musicale,
e con essa il meccanismo delle assonanze e delle rime, che costruiscono
testi in cui gli schemi si aggrumano e si distendono in un moto di
risacca.
La siepe-muro “possente e duro” di Gandalini non
limita lo sguardo verso l’infinito, ma esorta a sostituire la
percezione con l’udito che rivelerà un umanissimo
alternarsi di “Estate, fruscii; ed Inverni e
freddo”; allo stesso modo, altrove, fine e inizio sono
difficili da rintracciare, e senza soluzione di continuità
la fine già è confusa “con un nuovo
inizio”. Un’uguale oscillazione, perpetua e senza
attriti, si ha nella poesia stessa, la quale “da mente al
cor” si spande, “dall’Essenza
all’uomo / e da esso a Ella” (Poesia,
in Primavera).
Una lettura attenta rivela non poche adesioni alla poesia, come detto,
ottocentesca, ma anche dantesca. Senza tentare una sterile
catalogazione evidenzieremo solamente Cinguettare
in cui si mescolano accenti dei leopardiani Il passero
solitario e A Silvia (così
come avviene in Il fico oltre il balcone); le
“rossastre stoppie” e i “corvi / in nere
congreghe” che non possono non rimandare al Carducci del
celeberrimo San Martino; la dantesca chiusa di Amore
(Estate). La poesia Dolore, poi,
è una personale rilettura di La quiete dopo la
tempesta, (potrebbe intitolarsi “Il dolore dopo il
silenzio”), celebre poesia leopardiana dalla quale proviene
anche quell’“augelin” che in Cinguettare
confonde la luce con il buio, il canto dell’alba con la mesta
campana della sera, ossia quella creatura che non sa accettare la
miscibilità del tutto.
Non mancano infine piccoli giochi, corto-circuiti: uno per tutti il
verso “Passeggiar sul vitreo arenile” nel quale
possiamo leggere il ricordo della fabbricazione del vetro, la quale si
ha appunto a partire dal trattamento della sabbia.
Il “nuvolo mare” che assomma in sé
l’ondeggiare violento e l’avvolgersi frattale delle
nubi, il binomio “s’attarda” -
“s’appresta”, altalenante ritmica in Cielo,
che fa coincidere gli opposti, la “scia di schiuma / che
muore al limitare” la quale muore ma esorta sul limitare
nuovi inizi… al centro della sensibilità di
Gandalini sta la percezione delle stagioni quali simbolo del
fisiologico alternarsi e rimpiazzarsi dei sentimenti e delle
sensazioni, il transito dell'uomo attraverso stagioni impregnate di
alterni umori che in ogni momento da fisiche e fisiologiche sanno farsi
metafore, emblemi, quasi metafisiche rappresentazioni, stagioni nelle
quali le parole contengono concentrate le riflessioni sull'esistenza e
la sua irrinunciabile pluralità di meditazioni. L'idea di
poesia che Gandalini ci offre è una decifrazione del reale
che sappia immediatamente tramutarsi in riflessione astratta, sulla
base di una struttura tradizionale che quasi appaia trasparente e lasci
immediatamente percepire al lettore l'unità di una spiccata
urgenza comunicativa.
Ma non è da dimenticare la nota forse principale della
concezione pittorica dell'autore, ossia l'esaltazione della sinergia
delle gocce che formano il mare, quel mare quotidiano, ligure, fisico,
la cui dolcezza del naufragare, ora così propria e
così poco metafisica, l”autore dona a chi sa
condividerne la cullante solitudine.
Sandro Montalto
* * *
Cinguettare
Tu che arduo volo spicchi
augelin solitario, alla pianura
nell’umido mattinal fresc’aere
volgi lo sguardo finch’esso dura.
Oltre i romori di questo giorno
festoso spargi il musical tuo grido,
nella purpurea e svanita lampa
scorgi del sole il mortal sospiro.
Giunta non fu la tenebra più alta
alchè svanita antica fiamma desta
augelin confondi all’alba
il denso squillo della campana mesta.
* * *
Cielo
Ascolta,
oggi l’estate rimbomba nell’aria
e il cielo sereno si muta in capriccio
di brezze che rompono e spazzano.
Il nuvolo mare si volge
e d’improvviso intuona nenie più forti
inondando feroce di pioggia quel che s’attarda;
ma per poco sparge nel vento il suo grido,
invano trascina sulla terra l’abisso.
La sua ira si infrange coi nembi,
gioioso s’appresta a capolino il sole
diffuso da un dono di mille colori.
* * *
Liguria
Terra mia, terra di Liguria,
lido dal mare pescoso,
umile smeraldo splendente,
forte d’antica gloria ascoso.
Sotto la dura zolla
a piè di frondosi ulivi
celi una folla d’ombre
padre e vita dei tagliati clivi.
Di quattro lumi adorna in viso
e cinta da possente corona
di cigolii spessi e lunghi picchi
il tuo corpo oggi risuona.
A meridione rocciosa piaggia
e quieti porti al navigante mostri
ma quando il tuono alto rimbomba
il flutto schianti sui pensieri nostri.
Di mille e mille anni antica
hai nel cor superba imperatrice
culla dell’uom mortal
che primo sfidò la distesa traditrice.
0
|