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i libri

Lorenzo Gattoni

Scatti di posa

2004

ISBN 88-7536-004-9

pp. 64

cm 11x16

€ 9,00

 

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L'autore

Lorenzo Gattoni è nato nel 1960 a Milano, dove attualmente vive e lavora.
Ha pubblicato le raccolte di poesie Il vetro e la cera (Edizioni Tracce, Pescara 1998); La frattura del sorriso (ExCogita Editore, Milano 2001), con la quale ha vinto il Premio Letterario Dialogo 2002; la plaquette Scatti di posa-cinque poesie (Dialogolibri, Olgiate Comasco 2002) e Scatti di posa (Edizioni Joker, Novi Ligure 2004).

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I testi

 

Prefazione

Poesia di sodio, quella di Lorenzo Gattoni: incandescente, instabile, si esprime in versi incisivi, brevi non per accostamento al silenzio ma propriamente per una ultima lotta contro di esso, mai “belli” nel senso riposante del termine ma sempre corrosivi, mai elaborati nella retorica e nel vocabolario ma armonicamente prodighi. Durante tutta la sua produzione Gattoni propone poesie algide eppure vive, precise e nette come espressione di un modus vivendi, testi che costruiscono un universo di gelo nel quale l’umano non è che una fuggevole ombra velatamente autobiografica, e la suprema tautologia è sempre in agguato («luce che guardi la luce» è scritto in quest’ultima raccolta Scatti di posa).
La violenza è una presenza costante ma la sua primigenia autenticità e spontaneità è palesemente schiacciata da una mercificazione, da una banalizzazione coatta che i versi della precedente raccolta La frattura del sorriso denunciano: «i vicoli nell’anima / d’ogni porto / […] in rassegna le navi in bottiglia». Gli oggetti sarebbero toccabili, esistono, ma burlandosi dei sensi diventano «cose impalpate». Allo stesso modo, viceversa, la vicinanza non è comunione ma schiacciamento: «Come è lontano / il mare dal senso / della spiaggia». Il sorriso che dà il titolo non è quello beffardo dell’autore superiore agli eventi, né quello ironico, né la smorfia del pazzo: nell’«eterno macello» dell’orbe descritta da Gattoni «su scissile soglia / il sorriso è una rupe che frana», la spaccatura del labbro, la ferita. Il violento, coatto mascheramento del dolore.
Facendo un passo indietro alla ricerca di costanti possiamo consultare, quale documento di un decennio di produzione passata al setaccio dell’autore stesso, la prima raccolta di Gattoni Il vetro e la cera. La lettura testimonia che la poesia di Gattoni nasce e si congela istantaneamente, appare all’occhio del lettore come un graffito, o meglio come un palinsesto: «Siamo sembianti di segni / sospesi / senza sostegni // Solcati dal sogno / scaliamo il silenzio // La sete di spazio // scava lo specchio». Il mondo si riflette in questa poesia per abbagli e lacerazioni, episodi di dolcezza che si fanno subito agrodolci per una improvvisa sensazione di falsità o inadeguatezza; tutto si rispecchia immediatamente, prima ancora che in una assoluta vacuità, nella propria becera superficialità: «scie di passaggi / a finger nuovi paesaggi // sterili semi e teneri / languori e poi / i soliti vuoti». Ma la poesia reagisce, sobilla le parole al prezzo di macchiarle di sangue, fa di tutto pur di non tramutarsi in «gabbie abitate dai sassi». Tanto che Gattoni si concede il lusso di raccontare, come se una storia o un destino fossero ancora possibili, ma non lo fa per una sorta di autoinganno bensì perché crede fermamente nell’esistenza di un minuscolo spiraglio capace di riscattare almeno in parte chi vive questi versi. Fa quindi appello, vista la veloce caduta nell’abisso, a ogni mez-zo, fino alla sinestesia («Toccare il colore») o allo scambio dei ruoli in un elevarsi a potenza delle forze in campo («Parole sussurrano labbra»; «Una mano / mostra un rubino d’occhi»). Dolore, felicità e bellezza vanno a braccetto: «sul fiore / la minaccia / di una immobile carezza». Con un continuo ricorso alle immagini (si noti l’abbondanza dei sostantivi) Gattoni testimonia la possibilità di filtrare e restituire il reale depurandolo tramite un breve e travagliato passaggio nell’irrazionale e nell’onirico, ma allo stesso tempo mette in guardia dall’ambiguità di immagini, gesti, parole: «Mano distesa / alla ricerca / o alla rinuncia di memoria // dal fondo di una visione / all’abbraccio intimo / e poi inutile».

Commettendo una grave scorrettezza esordiamo proponendo un titolo alternativo a Scatti di posa, il libro che andiamo qui a presentare: Il tatto della luce. Il tema del toccare, la mano, e quello dell’illuminare, la dialettica luce/ombra, vagabondano lungo tutta la raccolta e ne sono uno dei collanti più importanti. Diciamo collante e non filo rosso dal momento che i singoli testi sono anche frammenti di un poema, diremmo dei “frammenti compiuti”; e diciamo uno dei collanti siccome l’intera raccolta si presta a molteplici letture conservando sempre - ecco le sue principali virtù - la sua compostezza e la sua coerenza, mai abbandonandosi a significati indeterminati di cui troppa poesia trabocca, significati solo suggeriti da un alito che tale simil-poesia vorrebbe sensuale ma risulta fetido.
Il distico iniziale di Scatti di posa è chiaro nella sua glaciale e affilata semplicità, precisa un discorso che l’ambiente di questa raccolta rende più esplicito: «abito luce e materia / l’esatta prospettiva dell’angolo»; si tratta di un distico che, isolato, porterebbe all’errata interpretazione di Gattoni poeta del gelo e della staticità, astratto e un po’ troppo spavaldo, mentre se leggiamo come il testo prosegue notiamo come il tutto si avvicina immediatamente all’umano, al sentimento che è anche sensazione, al polisenso sempre costruttivo: «conservo la foto / grafia d’un sorriso / tra le sabbie di saturno». Ecco che l’angolo non è più solo una visione forse prossima al Nouveau roman (aberrazione che nutre tanta finta poesia di oggi, che non trova né nella storia né nella critica e autocritica motivi adeguati per esistere) ma può essere anche un riferimento all’inquadratura, al ritratto, e dunque al volto, all’identità, alla memoria e al sentimento, l’angolo di una bocca che per pochi millimetri può virare dal sorriso al pianto. In questa continua sinergia di salutari pulsioni verso l’assoluto (che permettono a Gattoni di non tediarci con le solite reminiscenze magari in ritmato banale vocabolario) e non meno salutari ancoraggi al reale e al vissuto più sottilmente elaborato, questa poesia sa costruire un universo dotato di una chiara identità. Un universo che non strepita e non ha fretta: «e su tutto / il ghiaccio che gioca», in fatale capovolgimento.
Ma abbiamo parlato del tatto e della luce. La luce che investe questo mondo è sì glaciale, ma ha in sé un seme di vita, è come la luce del beckettiano Company: va indagata nella sua complessità ma senza pregiudizi. È come la neve più volte citata. Essa illumina con una luce accecante perché vuole smascherare, ma una volta assolto questo compito mostra la via. Il tatto è il riappropriarsi delle cose, finalmente viste senza infingimenti grazie all’avvento della luce che rappresenta lo spietato amore dell’autore nei loro confronti. Per questo motivo Gattoni è angosciato da un’esistenza condannata a una crudele vicinanza intrisa di lontananza, come quella del leone che «percorre ruggendo / le tre dimensioni del vetro / dimentico dell’intima / ferale struttura».
E di profonda ambivalenza è permeata anche la rosa, simbolo che si infittisce nella seconda parte del libro. Non è forse la rosa il fiore che fiorisce «senza porsi domande» ma attorno al quale tutti sono da essa forzati a porsene parecchie, come suggerisce la poesia Cerchio magico di Friedrich Rückert, e prima di lui annotò ad esempio Angelus Silesius (Il Pellegrino Cherubico I 289)? È una rosa che si fa beffe dell’illusione di una facile lotta contro l’entropia («l’ordine alfabetico delle rose») ma anche - e forse qui sta una piccola incrinatura la cui problematicità la futura poesia di Gattoni dovrà indagare - in un passaggio da un lieve simbolismo a un’interrogazione assoluta, una rosa che deve fare i conti con lo stesso fatale vagare in tondo della tigre («l’indicibile vetro della rosa») e con l’ombra di ipocrisia che porta con sé (sub rosa, si diceva anticamente).
La mano, però, e proprio il tatto consente di rendersene conto, è ricca d’ossa: è solida ma mortale, rimanda alla stretta amicale ma anche alla morte. L’esistenza è spesso ritmata da una «stazione di sosta» e la luce che lambisce ciò che è vivo deve fare i conti con essa: «la stanza assorbe la luce».

 

Sandro Montalto

 

* * *



la quarta morte
arriva inattesa
in un giorno feriale

mentre un leone
percorre ruggendo
le tre dimensioni del vetro
dimentico dell’intima
ferale struttura

 

* * *



ballo sui fiori pregando
in un labirinto di pioggia
e ai ragni che mangiano
il sapone grido,
e poi corro
ubriaco a cavallo
d’un dondolo immoto

l’occhio cinge d’assedio
la vanità della luce
e un lampo cancella
quel buio

 

* * *

 

 

troppi gli strappi alla luce
con quelle dita prive di ascolto
che sulla polvere tracciano
l’unica parola che manca:

ancora il dolore rimbalza
ad ogni residuo di luce
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Recensioni

21 aprile 2004 [Alfredo Rienzi]  leggi

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10 marzo 2005 [Raffaele Piazza]  leggi

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