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Prefazione
Poesia di sodio, quella di Lorenzo Gattoni: incandescente, instabile,
si esprime in versi incisivi, brevi non per accostamento al silenzio ma
propriamente per una ultima lotta contro di esso, mai “belli” nel senso
riposante del termine ma sempre corrosivi, mai elaborati nella retorica
e nel vocabolario ma armonicamente prodighi. Durante tutta la sua
produzione Gattoni propone poesie algide eppure vive, precise e nette
come espressione di un modus vivendi, testi che costruiscono un
universo di gelo nel quale l’umano non è che una fuggevole ombra
velatamente autobiografica, e la suprema tautologia è sempre in agguato
(«luce che guardi la luce» è scritto in quest’ultima raccolta Scatti
di posa).
La violenza è una presenza costante ma la sua primigenia autenticità e
spontaneità è palesemente schiacciata da una mercificazione, da una
banalizzazione coatta che i versi della precedente raccolta La
frattura del sorriso denunciano: «i vicoli nell’anima /
d’ogni porto / […] in rassegna le navi in bottiglia». Gli oggetti
sarebbero toccabili, esistono, ma burlandosi dei sensi diventano «cose
impalpate». Allo stesso modo, viceversa, la vicinanza non è comunione
ma schiacciamento: «Come è lontano / il mare dal senso / della
spiaggia». Il sorriso che dà il titolo non è quello beffardo
dell’autore superiore agli eventi, né quello ironico, né la smorfia del
pazzo: nell’«eterno macello» dell’orbe descritta da Gattoni «su
scissile soglia / il sorriso è una rupe che frana», la spaccatura del
labbro, la ferita. Il violento, coatto mascheramento del dolore.
Facendo un passo indietro alla ricerca di costanti possiamo consultare,
quale documento di un decennio di produzione passata al setaccio
dell’autore stesso, la prima raccolta di Gattoni Il vetro e la cera.
La lettura testimonia che la poesia di Gattoni nasce e si congela
istantaneamente, appare all’occhio del lettore come un graffito, o
meglio come un palinsesto: «Siamo sembianti di segni / sospesi / senza
sostegni // Solcati dal sogno / scaliamo il silenzio // La sete di
spazio // scava lo specchio». Il mondo si riflette in questa poesia per
abbagli e lacerazioni, episodi di dolcezza che si fanno subito
agrodolci per una improvvisa sensazione di falsità o inadeguatezza;
tutto si rispecchia immediatamente, prima ancora che in una assoluta
vacuità, nella propria becera superficialità: «scie di passaggi / a
finger nuovi paesaggi // sterili semi e teneri / languori e poi / i
soliti vuoti». Ma la poesia reagisce, sobilla le parole al prezzo di
macchiarle di sangue, fa di tutto pur di non tramutarsi in «gabbie
abitate dai sassi». Tanto che Gattoni si concede il lusso di
raccontare, come se una storia o un destino fossero ancora possibili,
ma non lo fa per una sorta di autoinganno bensì perché crede fermamente
nell’esistenza di un minuscolo spiraglio capace di riscattare almeno in
parte chi vive questi versi. Fa quindi appello, vista la veloce caduta
nell’abisso, a ogni mez-zo, fino alla sinestesia («Toccare il colore»)
o allo scambio dei ruoli in un elevarsi a potenza delle forze in campo
(«Parole sussurrano labbra»; «Una mano / mostra un rubino d’occhi»).
Dolore, felicità e bellezza vanno a braccetto: «sul fiore / la minaccia
/ di una immobile carezza». Con un continuo ricorso alle immagini (si
noti l’abbondanza dei sostantivi) Gattoni testimonia la possibilità di
filtrare e restituire il reale depurandolo tramite un breve e
travagliato passaggio nell’irrazionale e nell’onirico, ma allo stesso
tempo mette in guardia dall’ambiguità di immagini, gesti, parole: «Mano
distesa / alla ricerca / o alla rinuncia di memoria // dal fondo di una
visione / all’abbraccio intimo / e poi inutile».
Commettendo una grave scorrettezza esordiamo proponendo un titolo
alternativo a Scatti di posa, il libro che andiamo qui a
presentare: Il tatto della luce. Il tema del toccare, la mano, e
quello dell’illuminare, la dialettica luce/ombra, vagabondano lungo
tutta la raccolta e ne sono uno dei collanti più importanti. Diciamo
collante e non filo rosso dal momento che i singoli testi sono anche
frammenti di un poema, diremmo dei “frammenti compiuti”; e diciamo
uno dei collanti siccome l’intera raccolta si presta a molteplici
letture conservando sempre - ecco le sue principali virtù - la sua
compostezza e la sua coerenza, mai abbandonandosi a significati
indeterminati di cui troppa poesia trabocca, significati solo
suggeriti da un alito che tale simil-poesia vorrebbe sensuale ma
risulta fetido.
Il distico iniziale di Scatti di posa è chiaro nella sua
glaciale e affilata semplicità, precisa un discorso che l’ambiente di
questa raccolta rende più esplicito: «abito luce e materia / l’esatta
prospettiva dell’angolo»; si tratta di un distico che, isolato,
porterebbe all’errata interpretazione di Gattoni poeta del gelo e della
staticità, astratto e un po’ troppo spavaldo, mentre se leggiamo come
il testo prosegue notiamo come il tutto si avvicina immediatamente
all’umano, al sentimento che è anche sensazione, al polisenso
sempre costruttivo: «conservo la foto / grafia d’un sorriso / tra le
sabbie di saturno». Ecco che l’angolo non è più solo una visione forse
prossima al Nouveau roman (aberrazione che nutre tanta finta
poesia di oggi, che non trova né nella storia né nella critica e
autocritica motivi adeguati per esistere) ma può essere anche un
riferimento all’inquadratura, al ritratto, e dunque al volto,
all’identità, alla memoria e al sentimento, l’angolo di una bocca che
per pochi millimetri può virare dal sorriso al pianto. In questa
continua sinergia di salutari pulsioni verso l’assoluto (che permettono
a Gattoni di non tediarci con le solite reminiscenze magari in ritmato
banale vocabolario) e non meno salutari ancoraggi al reale e al vissuto
più sottilmente elaborato, questa poesia sa costruire un universo
dotato di una chiara identità. Un universo che non strepita e non ha
fretta: «e su tutto / il ghiaccio che gioca», in fatale capovolgimento.
Ma abbiamo parlato del tatto e della luce. La luce che investe questo
mondo è sì glaciale, ma ha in sé un seme di vita, è come la luce del
beckettiano Company: va indagata nella sua complessità ma senza
pregiudizi. È come la neve più volte citata. Essa illumina con una luce
accecante perché vuole smascherare, ma una volta assolto questo compito
mostra la via. Il tatto è il riappropriarsi delle cose, finalmente
viste senza infingimenti grazie all’avvento della luce che rappresenta
lo spietato amore dell’autore nei loro confronti. Per questo motivo
Gattoni è angosciato da un’esistenza condannata a una crudele vicinanza
intrisa di lontananza, come quella del leone che «percorre ruggendo /
le tre dimensioni del vetro / dimentico dell’intima / ferale
struttura».
E di profonda ambivalenza è permeata anche la rosa, simbolo che si
infittisce nella seconda parte del libro. Non è forse la rosa il fiore
che fiorisce «senza porsi domande» ma attorno al quale tutti sono da
essa forzati a porsene parecchie, come suggerisce la poesia Cerchio
magico di Friedrich Rückert, e prima di lui annotò ad esempio
Angelus Silesius (Il Pellegrino Cherubico I 289)? È una rosa che
si fa beffe dell’illusione di una facile lotta contro l’entropia
(«l’ordine alfabetico delle rose») ma anche - e forse qui sta una
piccola incrinatura la cui problematicità la futura poesia di Gattoni
dovrà indagare - in un passaggio da un lieve simbolismo a
un’interrogazione assoluta, una rosa che deve fare i conti con lo
stesso fatale vagare in tondo della tigre («l’indicibile vetro della
rosa») e con l’ombra di ipocrisia che porta con sé (sub rosa, si
diceva anticamente).
La mano, però, e proprio il tatto consente di rendersene conto, è ricca
d’ossa: è solida ma mortale, rimanda alla stretta amicale ma anche alla
morte. L’esistenza è spesso ritmata da una «stazione di sosta» e la
luce che lambisce ciò che è vivo deve fare i conti con essa: «la stanza
assorbe la luce».
Sandro Montalto
* * *
la quarta morte
arriva inattesa
in un giorno feriale
mentre un leone
percorre ruggendo
le tre dimensioni del vetro
dimentico dell’intima
ferale struttura
* * *
ballo sui fiori pregando
in un labirinto di pioggia
e ai ragni che mangiano
il sapone grido,
e poi corro
ubriaco a cavallo
d’un dondolo immoto
l’occhio cinge d’assedio
la vanità della luce
e un lampo cancella
quel buio
* * *
troppi gli strappi alla
luce
con quelle dita prive di ascolto
che sulla polvere tracciano
l’unica parola che manca:
ancora il dolore rimbalza
ad ogni residuo di luce
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